Era il 2003, ed era la vigilia della sciagurata guerra in Iraq. In carica c’era Il secondo governo Berlusconi, il più lungo della storia repubblicana, a metà del suo mandato e con il suo Presidente a capo del Ministero degli Esteri. L’intero Occidente, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, è scosso dai tumulti pacifisti. A Roma viene organizzata una delle più grandi manifestazioni della sua Storia, e sarebbe minimizzante ascrivere la storicità dell’evento alla sola Capitale. Gli organizzatori parlarono di tre milioni di persone. Erano cittadini che si mobilitavano “contro la guerra” in quanto tale, ed è ridicolo ricordare quanto sarebbe stato inutile discutere sulle armi con le quali tale guerra sarebbe stata condotta. Non da ultima era presente una notevole mobilitazione intellettuale, che rimarcava talvolta la “non esistenza delle prove a sostegno della tesi di Blair” e talvolta la “mancata legalità dell’intervento”; le medesime tesi con le quali potrebbe essere criticato l’attacco portato avanti nella lunga notte appena trascorsa. Quando nel 2016 l’Italia si apprestava ad entrare in guerra contro l’ex alleato libico, le proteste e le reazioni avverse si erano notevolmente attenuate, ma erano palpabili.

Erano ancora reazioni inviperite “contro la guerra“, fossero armi chimiche o granate, e per convincere l’opinione pubblica occidentale ci volle l’uccisione più o meno in diretta di Mu’ammar Gheddafi (sulla sconsideratezza di entrambe le operazioni e dei loro effetti deleteri, è superfluo ritornare in questa sede). Con l’attacco della Siria da parte degli USA, Gran Bretagna e Francia viene a galla un fenomeno interessante: le élite intellettuali (o presunte tali) sembra si concentrino su questo o quell’orribile dettaglio del conflitto, e che sia superfluo e per di più sgarbato chieder loro di prendere posizione. Muoiono i bambini dice Saviano in prima serata.

E dunque? Le loro vite valgono più o meno di quelle di un adolescente o di un trentenne? Si fa uso di armi chimiche. E dunque? Sono peggiori delle torture reiterate negli anni di Guantanamo? Delle amputazioni di masse delle mine del Kosovo? Non mi si fraintenda. Chi scrive è assolutamente contrario non solo alla guerra (in quanto tale), ma ad ogni forma di violenza. Mi sembra invece che non venga centrato il punto: ad essere orribile ed evitabile è la guerra o alcuni suoi aspetti che urtano particolarmente la sensibilità emotiva? Le élite intellettuali possono esimersi dal prendere parte sulla condanna o meno dell’attacco di sabato o sulla guerra civile siriana in sé? Lo scenario è alquanto desolante. Le voci contrarie “senza se e senza ma” esistono ancora, ma sono confinate a minoranza, dileggiate, viene paventata una loro seduzione nei confronti del regime.

Dal canto loro gli Occidentali non scendono più in strada e non credono che le manifestazioni pubbliche possano minimamente influenzare lo svolgersi degli eventi. Anche qui siamo di fronte ad un sottoprodotto deleterio del contemporaneo, della sindrome da realismo capitalista, “non c’è alternativa è comunque, io che ci posso fare?”. Lo sdegno pubblico rimasto si sfoga e gira nella solitudine individualista dei social network, in compagnia del presente articolo.