Dovremmo oramai essere coscienti, soprattutto nell’ambito dell’informazione, che ogni qualsivoglia occasione per richiamare l’attenzione su particolare inutili è più che preziosa, quasi sacrosanta. L’immaginario collettivo a cui siamo arrivati, e al quale sembriamo ascendere con particolare veemenza, è fossilizzato sulla scoperta e trasmutazione – quando necessario – di simboli e capri espiatori per poter dare libero sfogo a tastiere in fermento, a giornalisti che pretendono di poter erigere e chiamare la propria professione come tale. Se poi in questo contesto andiamo a intercorrere la sanguinosa guerra che si sta svolgendo in Siria, tutto appare come quasi trasportato da un carico di allucinante e trepidante corsa all’informazione. Tutto diventa utile e necessario ai fini di poter riempire pagine che stavano così beate nella loro bianca ignoranza. Tuttavia, eccoci qui. A commentare la ricostruzione mediatica di una persona, di una donna, di una moglie e di una madre. Perché Asma Al-Assad è prima di tutto questo. Ci dimentichiamo, con la velocità tipica di un mondo in continua accelerazione, che esiste un confine molto più che labile tra il raccontare una storia che sia interessante, che abbia dei fondamenti utili allo sforzo stesso di riproporli, e invece il rappresentare il profilo di una persona per la sola necessità di continuare a fare visualizzazioni, o di poter catalizzare l’attenzione dell’occidentale medio per quel lasso di tempo che possa fargli finalmente esclamare :« Ora sì che posso dare la colpa a qualcuno!».

Più che descrivere, come fa la stampa, notizie e persone, sia sull’ambito puramente personale che su quello umano ed emozionale, sarebbe più interessante, dal nostro punto di vista, ripercorrere l’iter logico che ha portato queste stesse aziende o palinsesti a riportare anche questa storia, contestualizzando l’avvenimento nel panorama di una guerra come quella siriana. Come ha scritto il nostro direttore: «il confine tra bellicismo e vigliaccheria è molto sottile», e infatti non si perde occasione per calpestarlo e finire con il procurarsi da mangiare anche su questo. Perché, infondo, è proprio lì che si torna a parare: il lavoro stesso del giornalista, e sono sicuro che non si offenderanno quelli veri, nell’immanenza capitalista odierna è quello di ricavare il suo guadagno a dispetto del lavoro stesso che porta in onda. Ci stiamo dimenticando come, e perché, esiste questa conclamata professione: per far ragionare, per informare, per stabilire un contatto con il popolo che non sia di mera induzione ma che possa portare soprattutto allo sviluppo di un ragionamento costruttivo e incline verso la scoperta della realtà in chi è venuto a leggere quel determinato argomento. Senza contare la guerra mediatica in corso, lo schieramento senza fine, il battibecco da perfette comari mentre in Siria la gente muore senza il bisogno di uno scatto di fotografia; ci troviamo così al cospetto di ricostruzioni personali come quella su Asma che non hanno altro compito se non fomentare quella stessa banda di casalinghe annoiate e la generazione di giovani aitanti senza un futuro per cui combattere. Non possiamo dare la colpa al populismo, al modo di pensare che è stato installato nella mente delle persone, poiché ogni qual volta ci avviciniamo ad un articolo, ad un video, ad un reportage, ad un programma televisivo, il lavoro stesso di quegli attori è di far sentire ciò che vogliono sentirsi gridare in faccia: esistono dei buoni e dei cattivi, i cattivi sono peggio dei buoni, i buoni trionferanno sempre. Non è così che la storia è stata scritta, e non è così che verrà ricordata. Come scrisse Marx, non esiste storia universale se non quella delle contingenze.

L’appello, dunque, che cerco di lanciare con questo breve testo, è non tanto quello di prendere una posizione, ma di iniziare a ragionare, a sviluppare uno spirito critico, a diffidare di chi getta fango su persone che non hanno altra colpa se non quella di essere, di vivere la propria vita nelle loro possibilità come farebbe ognuno di noi.

La verità delle vostre illusioni è raccontare e farsi raccontare la stessa storia, fino al ritrovarsi a defecare comodamente sui rovi della storia; fino a ritornare ad essere ciò che siete sempre stati: forma mentis di un impero alla fine della decadenza.