La politica italiana sta vivendo uno dei suoi più preziosi momenti d’impasse. Ora, soprattutto a destra, possono determinarsi equilibri che potrebbero accompagnarci per il prossimo decennio. Grazie all’irrevocabile autoisolamento del PD, la partita governativa si giocherà esclusivamente sul fronte antisistema. Un ostacolo, però, si staglia sulla via dell’alleanza: il reciproco ripudio tra pentastellati e Forza Italia. Berlusconi, al secondo giro di consultazioni, ruba il microfono a Salvini per lanciare un nuovo attacco al Movimento: questo è il vero manifesto dell’impasse. Quale soluzione, allora?

Se da un lato il Movimento non accetterà il dialogo con un centrodestra su cui aleggia lo spettro berlusconiano, dall’altro la Lega non intende privarsi di un alleato cui sarebbe troppo pericoloso fare uno sgarbo, come evidenziato in L’importanza di essere Padania: il rischio è di veder collassare Veneto e Lombardia governate insieme a Forza Italia. Se Salvini, dunque, non può intraprendere la via della rottura con FI, la strada più intrigante per il futuro assetto politico del centrodestra diventa un’altra, il soffocamento del bipolarismo interno alla coalizione (FdI a parte). L’eversione salviniana non può esaurirsi in un semplice addio dalle tragiche conseguenze, ma deve consumarsi in silenzio, senza strepiti: la Lega deve fagocitare Forza Italia e diventare il centrodestra, almeno per questa legislatura. Il percorso è scosceso, essendo la preda un partito-azienda di matrice fideistica, tutto raccolto intorno all’ottuagenario leader, eppure in FI non manca chi antepone la voglia di governare alla fede forzista. Il compito di Matteo Salvini, dunque, è uno: scavare il divario tra Berlusconi e quella porzione di luogotenenza FI che, sinora, s’è dimostrata più vicina alla nuova Lega salviniana.

Per apparecchiare al meglio la discordanza all’interno di Forza Italia è necessario posare lo sguardo sullo stato dell’ambiente berlusconiano. Oggi più che mai, il regno berlusconiano è in subbuglio, sul piano politico come su quello imprenditoriale. L’elezione del presidente del Senato ha sancito la defenestrazione dell’ala di vicariato più fedele a Berlusconi: Romani, Brunetta e Gasparri su tutti. Dentro FI, insomma, ha vinto la fazione più propensa agli antisistemici sentori leghisti e pentastellati. Nonostante i soliti omaggi d’ufficio al capo-padrone del partito, molti nomi influenti possono annoverarsi tra le fila di questa schiera: Toti, governatore della regione Liguria, Niccolò Ghedini, storico avvocato dell’ex Cav. con cui pare essere in rotta di collisione, Anna Maria Bernini, neocapogruppo FI al Senato, tra gli esponenti più aperti al dialogo con il Movimento. Alcuni fanno i nomi di Ronzulli e Casellati, addirittura. È questa frangia di partito, allora, che Salvini dovrà persuadere ad allontanarsi dal proprio leader: non c’è bisogno di spaccare il partito ⎼ che è già diviso ⎼, ma d’imbonirne la parte vincente. Per far ciò, nessun trucco: è necessaria una contropartita. L’incombenza del collasso dell’impero berlusconiano, invece, come pungolo: Mediaset, su cui grava ancora la minaccia Bolloré, fa cadere, in un moto di penosa rappresaglia, tre delle sue teste più famose ⎼ Belpietro, Giordano e Del Debbio ⎼, che sembrano aver favorito l’apoteosi populista. In penuria di nuovi leader il destino post-berlusconiano del partito pare fosco, e per l’ala vincente esiste il rischio di un ritorno della luogotenenza del ’94, quella da poco defenestrata.

Questa dev’essere la contropartita, allora, da offrire al pezzo di FI che vuole governare senza l’ex Cav.: la garanzia di una spartizione equa dell’area di centrodestra. Come dire: iniziamo a far le prove per il post-Berlusconi. Vi sarebbe più d’una soluzione tecnica, in questo senso, per l’ala ribelle, purché assicuri la non ingerenza di Berlusconi. In fin dei conti e per l’ennesima volta, sembra proprio che l’impasse potrà risolversi grazie al buon vecchio scambio di poltrone.