Ancora una volta le fobie si dimostrano deleterie per il giornalismo. Siamo a Milano, sabato pomeriggio, poco prima della manifestazione della Lega e del comizio di Salvini. In piazza Duomo arrivano alcuni manifestanti, con una curiosa bandiera. Sul posto, è presente un giornalista di Radio Popolare, che poche ore dopo, in un pezzo intitolato Gli amici neri di Matteo Salvini, scriverà: «Il verde invece che il rosso, un simbolo con quattro K al posto della svastica, la bandiera rappresenta uno stato immaginario, il Kekistan, molto popolare sui social media». In questo pensiero c’è di tutto: approssimazione, illazione, falsità. Poco dopo, la notizia diventa virale: Repubblica e Corriere in prima linea contro questa scellerata manifestazione politica, così come il deputato Emanuele Fiano sulla sua bacheca facebook. Queste notizie (copia-incollate) sembrano dire: i nazisti della Lega sono stati finalmente smascherati, la democrazia è salva.

Ora, il fatto più grave di questa vicenda, divenuta piuttosto nota anche attraverso contributi lodevoli (consigliamo il video di Luca Donadel), non è tanto il solito tono moraleggiante di chi fa informazione o è in campagna elettorale (ai quali, oramai, siamo tristemente abituati), ma l’incredibile mancanza di documentazione attorno alla questione e la conseguenziale superficialità della notizia. Gli articoli in questione, infatti, parlano apertamente della bandiera del Kekistan ma, in un cortocircuito clamoroso, non riescono a capire cosa hanno veramente davanti. Si scrive di questo drappo come il simbolo dei neonazi Usa, concentrandosi sulle somiglianze tra i militanti della Lega e i suprematisti bianchi statunitensi: il paragone, immediato e acritico, vuole essere l’ennesima conferma di una verità sempre sostenuta.

Questa volta, però, la crociata dello scandalo ha fatto il botto, un botto fortissimo. Attraverso la matrice ideologica e l’approssimazione, ci si è scordati di documentarsi realmente attorno all’oggetto in questione. Sarebbe bastata una ricerca su google o un video su youtube, ma il fatto sembrava essere talmente grave da non poter aspettare oltre. Bisognava difendere la democrazia, ergersi a paladini, ricevere approvazioni. E, invece, la stangata. La bandiera del Kekistan è un meme nato sul sito 4Chan, con intenti dunque dichiaratamente goliardici e provocatori. Al centro, la scritta Kek (espressione con cui gli orchi del videogioco World of Warcraft dicono lol), rimanda ad una divinità immaginaria del web (ereditata dall’Antico Egitto), alla quale si conferisce spesso la faccia di un altro famoso meme, Pepe the Frog. In alto a sinistra, c’è il simbolo di 4Chan, patria degli adoratori di Kek, i quali hanno anche un leader, Big Man Tyrone.

Insomma, si capisce bene a cosa si è davanti: una provocazione bella e buona, nata nell’ambiente Alt-Right statunitense e portata a Milano questa settimana dai responsabili della pagina facebook Dio imperatore Salvini (nata sulla scia di quella americana God Emperor Trump), con l’intento di trollare (prendere in giro) e far triggerare (arrabbiare, risentire) i benpensanti, coprendoli di ridicolo in caso di condanna pubblica. L’operazione, che se fosse stata smascherata sarebbe risultata piuttosto vuota, è pienamente riuscita. Questo suscita almeno due riflessioni. La prima, è la logica conseguenza di quella da cui si è partiti (ovvero la noncuranza delle fonti e la superficialità della notizia): se per fatti banali come questo, documentabili facilmente, l’informazione risulta così scadente e frutto di un copia-incolla generale, cosa succede in casi molto più complessi? Diciamo solamente che col tempo ci siamo fatti un’idea ben definita in proposito e questa sembra essere l’ennesima conferma. La seconda, sulla scia del video di Donadel, ci porta a riflettere seriamente su uno scarto, più che generazionale, proprio tecnologico tra le persone del nostro paese. Possibile che giornalisti e politici si esprimano su un caso del genere sapendo poco o niente attorno 4chan, i meme e tutti quei fenomeni che girano diffusamente nel web? Non resta che farci una risata, anche se, effettivamente, ci resta ben poco da ridere.