Tutti pentastellati per un giorno grazie al voto palese. Con 553 favorevoli, 14 contrari e 2 astenuti, la Camera dei Deputati ha approvato la riduzione del numero dei parlamentari da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori. Così facendo l’Italia diverrà il Paese dell’Ue con il minor numero di deputati in rapporto alla popolazione: con 0,7 onorevoli ogni 100.000 abitanti. La riforma costituzionale entrerà in vigore a meno che entro tre mesi un quinto dei parlamentari, cinque consigli regionali o cinquecentomila elettori non chiedano un referendum per confermare o smentire (ipotesi molto remota) il lavoro svolto dal Parlamento.

La ratio pentastellata sottesa alla modifica della Costituzione più bella del mondo è migliorare l’efficienza del Parlamento e ridurre il costo della politica risparmiando secondo Di Maio 1 Miliardo all’anno, 57 Milioni secondo l’Osservatorio dei Conti Pubblici. Quale che sia davvero la cifra, questa è una chiara vittoria pentastellata volta a ridurre giustamente il gap tra la “Insaziabile Casta di bramini” descritta da Stella e Rizzo e il Paese reale, ma forse non nel migliore dei modi.

Per ridurre i costi della politica si sarebbe potuto diminuire lo stipendio dei parlamentari lasciandone il numero invariato, dal momento che il pluralismo e la rappresentanza – e non l’efficienza – sono i valori fondanti della democrazia rappresentativa, che trova proprio nel Parlamento il suo cuore istituzionale. Ecco allora che questa misura che riduce il parlamentare ad una “poltrona da tagliare” sminuisce fortemente il ruolo di quella che è forse la più importante istituzione italiana. Di fatto il tentativo pentastellato di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno rispecchia una feroce critica alla democrazia rappresentativa, a favore invece di quella diretta.

Ecco allora emergere un paradosso: la battaglia alla casta corrotta in nome del popolo, genererà un’oligarchia ancora più ristretta, rendendo il popolo sovrano meno rappresentato, cosa assurda in un’Italia dalle mille sfaccettature territoriali e culturali. Le riforme costituzionali, si badi, vanno realizzate, ma come azioni sistemiche in un equilibrio di pesi e contrappesi istituzionali. Il Parlamento esce da questa riforma indebolito a favore del governo che non acquista per contrappeso maggiori competenze.

Il ritorno alla legge elettorale proporzionale che accompagnerà questa riforma, aumenterà l’ingovernabilità – della quale per altro già soffriamo – riportando la tanto decantata Terza Repubblica alla Prima, in cui invece il proporzionale aveva l’utile funzione di coinvolgere tutti i partiti dopo il Ventennio. Insomma, se per caso PD e Cinquestelle puntassero ad ostacolare la Lega attraverso il proporzionale, farebbero bene a ricordare che gli avversari politici si battono definitivamente solo alle elezioni e che in passato l’ultima legge elettorale studiata ad hoc contro i Cinquestelle li ha invece portati a raggiungere il loro massimo risultato.