L’attuale governo ci ha già abituato all’inconsistenza dei suoi atti. Inconsistenza nei confronti delle esigenze del popolo italiano, inconsistenza nel saper interpretare i suoi bisogni e le sue priorità. L’ultima trovata per occupare il vuoto politico di questa maggioranza è stata la proposta del prof. Enrico Letta. L’ex presidente del consiglio, dall’alto della sua esperienza di educatore, non ha trovato nulla di meglio da suggerire se non l’allargamento della base elettorale italiana ai giovani sedicenni.

La proposta, l’ennesima dettata da un bisogno elettoralistico, è figlia di quell’inconsistenza di cui sopra e del bisogno di cavalcare le mode del momento. Fridays for Future, il movimento ambientalista e globalista guidato dall’adolescente Greta Thunberg, la molla che ha dato il là alla proposta del professor Letta. Le sue parole rilasciate a Repubblica, inserite nel drammatico scenario economico italiano, rendono perfettamente l’idea dello scollamento tra èlite e popolo: «Facciamo votare i ragazzi di Greta» e ancora «dico che è urgente, e che con questa maggioranza si può fare. È un modo per dire a quei giovani che abbiamo fotografato nelle piazze, lodando i loro slogan e il loro entusiasmo: vi prendiamo sul serio e riconosciamo che esiste un problema di sottorappresentazione delle vostre idee, dei vostri interessi». 

Ampio spazio alla faccenda è stato concesso anche sul blog di Grillo, dove si può leggere a chiare lettere: “Noi proponiamo il diritto di voto ai 16enni, ma se fosse per noi faremmo votare anche i 14enni […]. I giovani di oggi sono molto più maturi, interessati alla politica, preparati e seri di quanto lo eravamo noi (ai nostri tempi, onestamente pensavamo solo a giocare a pallone e correre dietro le ragazzine)”.

La differenza tra le due uscite è solo di tipo stilistico: la prima è una stronzata accademica, la seconda invece populista. Nella sostanza non esiste distinguo. Una boutade di cui tra qualche giorno nessuno parlerà più – non si può dimenticare che per raggiungere l’obbiettivo bisogna modificare la costituzione – ma che smaschera la pochezza di un’intera classe dirigente. Ahimè, le nuove generazioni di giovani non sono mature e soprattutto non sono interessate alla politica, anzi. Bombardate da un sempre più imperante individualismo, sono ciò che è più distante dal concetto di Polis e, soprattutto, di amore per la Polis.

Se è vero che l’impegno politico nel secolo scorso è stato usato, in tutti i sensi, a sproposito, non si può negare che nei grandi numeri sia stato vissuto con un senso di abnegazione ammirevole, malato molte volte, ma sincero. Oggi è solo un vuoto slogan, un modo per apparire come un altro. La rivoluzione corre sui social, nelle dirette facebook e nei giorni di scuola in cui solo una balla internazionalista ti può salvare dall’interrogazione. I giovani, una categoria a cui anche chi scrive si sente di appartenere, devono prima di tutto ritrovare la voglia di fare comunità, di vivere un territorio, il proprio ad esempio, comprendendone punti di forza e debolezze, riscoprendo valori e tradizioni che al contrario, oggi, vengono vissute con fastidio. Allora e solo allora si accorgeranno di aver fatto molto di più che con una matita e un cervello inconsapevole in una cabina elettorale. I giovani, soprattutto gli adolescenti, continuino a pensare al pallone e ai trucchi, alla fidanzata e al fidanzato; chissà, potrebbe ancora accadere che il giorno di andare a votare si scoprano uomini e donne.