Si riuniscono ovunque, dai vecchi stabili occupati da immigrati e nullatenenti fino alle linde salette dei giornalisti senza sede fissa. I loro adesivi e i loro tag tappezzano molti dei luoghi di ritrovo della gioventù bene e suburbana della capitale. La loro rivista spazia dalle aule universitarie fino ai locali più impensabili d’ogni città. Sono ovunque, perché ovunque deve insinuarsi il falso avversario del potere, l’ottimo manichino travestito da giovanile spirito di rivolta. I ragazzi di Leggi Scomodo, pur presentandosi come innovatori e oppositori di un sistema oramai ben radicato, sono in realtà la perfetta manifestazione di come questo ingranaggio, sia riuscito a crearsi le ideali controparti, mai pericolose e mai capaci di potersi genuinamente ribellare o abbattere contro di esso. Panino di McDonald’s alla mano, giacchettina pulita, motorino e casco pieno di stickers: ecco che arriva l’avanguardia della “Coraggiosa cultura liceale” d’Italia. Osannati dalla stampa cartacea e dai media radiofonici e televisivi – Corriere della Sera, Il Manifesto, La Repubblica, Il Messaggero, TG3, Radio 2 –, incensati dagli sconosciuti figli di papà del “The Post Internazionale” e coccolati da personaggi noti ai più, quali il vignettista Vauro Senesi e lo scrittore e poeta Erri De Luca, i giovanotti di “Scomodo” si fanno strada fra le lerce viuzze di molte delle metropoli italiane senza, purtroppo per i loro coetanei e tutto il mondo intellettuale, portare con loro un vero messaggio rivoluzionario e sovversivo.

Chi vi scrive, nel marginale ruolo di loro saltuario collaboratore, constata la perduta occasione di un progetto che, nelle sue forme di contorno, poteva far ben sperare agli albori, ma che nell’atto finale e pratico, delude terribilmente per conformismo e poca audacia. Redazioni poco fantasiose, gusti contenutistici chiaramente “mainstream” e assolutamente poco scomodi, rendono questa giovane realtà giornalistica, se così la vogliamo definire, estremamente deprecabile a livello politico e sociale, nonché grossolana e fin troppo casalinga. Le copertine delle riviste già rappresentano l’epifania della solita e stantia ridondanza ideologica e sostanziale – Zerocalcare, Altan e Makkox, giusto per far capire il livello della satrapia in questione – avvalorata poi dai pezzi presentati, mai forieri di novità o di reali approfondimenti sentiti. Le ragazze e i ragazzi di “Scomodo”, forse per la giovane età o forse per incapacità radicata, sono lontani anni luce dal fare una vera informazione e dall’essere stendardi di una amara e fastidiosa controcultura. Basta sentire molti di loro parlare per comprendere che dietro a molti fronzoli, vi è il nulla cosmico. Le manifestazioni per i diritti alla casa e al lavoro, le marce che ricordano più crociate dei pezzenti da far impallidire lo stesso Pietro d’Amiens e le notti scomode, ci danno più l’impressione di eventi creati ad hoc per far semplicemente bordello e lanciare qualche bestemmione in più.

Le nottate dei ragazzuoli – i cui dirigenti provengono lampantemente da un ambiente borghese e radical chic – risultano ancora mestamente sprecate. Anziché creare dibattito e picconare l’opinione pubblica, i partecipanti si riuniscono per sballarsi, bere e dar vita ad una brutale catena di rimorchio fra persone del tutto deideologizzate, ammassate insieme a ritmo di techno e lugubri sonorità, neanche si stesse assistendo ad una parata di asinelli in un contemporaneo paese dei balocchi. Collodi si sarebbe strappato il pizzetto. Nulla di nuovo sotto il cielo stellato della capitale: casino, pensiero unico, immobilismo fintamente dinamico e pochissima voglia di rivoluzionare veramente il mondo culturale e politico dell’Italia contemporanea. Ancora serbiamo, in ogni singolo esponente della gioventù nostrana – compresi i membri di Scomodo – una speranza, un pensiero, affinché possano comprendere, come purtroppo non si può vivere di sole buone intenzioni, se mai ve ne fossero. Proprio chi oggi ha i mezzi e gli strumenti per apportare modifiche e cambiamenti, o per divulgare in modo ampio un concetto, deve ben ricordarsi delle parole del grande Ernesto Guevara, tratte dal testo “Scritti, discorsi e diari di guerriglia”:

Il guerrigliero è un riformatore sociale, che prende le armi rispondendo alla protesta carica d’ira del popolo contro i suoi oppressori, e lotta per mutare il regime sociale che mantiene nell’umiliazione e nella miseria tutti i suoi fratelli disarmati

Chi oggi vuol fare cultura, deve divenire guerrigliero e odiosa spina nel fianco del corpulento sfruttatore, sapendosi saggiamente alternare fra penna e fucile: se l’oppressore inizia a complimentarsi e a stringere la mano al rivoluzionario, vi è ovviamente qualcosa che non torna. Vi aspettiamo a Pietrasanta!