A leggere certi giornali, si sa, viene la pelle d’oca. Ma la Repubblica, il Corriere, la Stampa e il Messaggero, i quattro cavalieri dellapocatastasi, si sono superati nel donarci simultaneamente una prima pagina con la pelle di gallina di Oprah Winfrey, ritratta in un gesto dal sapore vagamente marziale. Per la signora, già protanista della fastosa cerimonia dei Gloden Globe (mica roba da poveracci), è stato versato un profluvio di limpide ammirazioni, luminosi attributi, lacrimosi encomi. Nel suo discorso ha ricordato “l’insaziabile dedizione” che il jet set – e via con un’eloquenza che spiazzerebbe anche il più maturo Platone – nutre “verso la scoperta della verità assoluta”, contro ogni sopruso e ingiustizia. E sorvoliamo sul fatto che verità e cinema assieme stanno bene come il pesce e il parmigiano, perché la verità non è un lavoro di taglia e cuci dell’immagine, come sa bene chi usa la settima arte come strumento di diffusione delle nuove ideologie; sorvoliamo anche sull’apprezzamento che la signora rivolge verso l’apparato dell’informazione (“oggi apprezzo la stampa più che mai”), tristemente pronunciato nel momento in cui gli uomini più ricchi del pianeta controllano i grandi giornali (vi dice nulla il legame di proprietà tra il Washington Post e Jeff Besoz, Mr. Amazon?); sorvoliamo infine sull’autorappresentazione delle attrici patinate come tante moderne Wonder Woman.

La miseria della Winfrey, o di chi per lei, sta nel considerare le attrici del bel mondo hollywoodiano come esempio per le donne di tutto il mondo. Eppure non valgono un’unghia di una qualsiasi donna comune. Per decenni hanno taciuto del degrado generalizzato in cui si sollazzava l’alta società, cinematografica o meno, godendo dei vantaggi che l’acqua in bocca gli procurava. La stessa Oprah ben conosceva Weinstein, orco per estetica e porco per etica, tanto da offrirsi ai flash dei fotografi mentre lo coccolava con un bacio. Decenni di sorrisi e lezioncine morali mentre il disgraziato, già sostenitore di Obama e Clinton, teneva in scacco un intero sistema attraverso la personale rete di pressioni.

Cambiano i tempi, ma mica tanto, se già negli anni Cinquanta il grande Ennio Flaiano annotava, come ipotetico contributo a un dizionario del cinema, la seguente definizione: “Spaccadivanetti, viene chiamata la ragazza che pur di fare del cinema è prodiga delle sue grazie verso i produttori” (Diario degli errori, Adelphi, pp. 26-27). Ragazze che comprendono il valore del proprio corpo e ne fanno moneta di scambio, o che deboli dell’innocenza giovanile vengono catapultate in quel sistema di baratto. Si potranno anche comprendere le ragioni dei discorsi stile Asia Argento, cui va rivolta tutta la nostra commiserazione. Ma non abbiano, queste spaccadivanetti, la pretesa di essere esempio cosmico, ché di persone che fanno della propria vita un no al compromesso ce ne sono tante, e di tempra durissima.

Bricolage puritano. Insomma, un discorso interno al sudiciume del jet set viene fatto passare come universalmente valido, attraverso un procedimento essenzialista: le attrici, vittime o testimoni degli abusi sottaciuti, proiettano la propria immagine su tutte le donne, associando l’attributo di “vittima” all’intera categoria, con il rischio di reificare l’intero sesso maschile come bruto approfittatore. Et voilà, eccoci dinnanzi allo stesso meccanismo retorico del razzismo. Una sorta di deriva femminista per cui, invece di limare le distanze, vengono assolutizzate le differenze. È la protesta di chi cerca una libertà che nessuno gli nega. Non facciano la morale al mondo, ma allo specchio.