Chi ha vinto le elezioni? Gli anti-ideologici, lo spettacolo politicizzato, l’azione spoliticizzata. Oggi si staglia nelle nostre vite una nuova stagione della Storia d’Italia, abbellita dalle pittoresche vesti dei nuovi (?) professionisti di Aida. Oggi si esaurisce il processo di distruzione delle ideologie cominciato il 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino. Oggi le profezie narrate da Pasolini nei suoi Scritti Corsari, cantate da Fabrizio De André ne La domenica delle salme e sussurrate a teatro da Gaber e Luporini – alla ricerca del Nuovo Umanesimo – bruciano tremendamente (poiché reali). Oggi il quadro di Enrico Berlinguer piange, celando un sorriso malinconico. Oggi i santini di Giacomo Matteotti e di Alcide De Gasperi trasudano tristezza e incazzatura: ha stravinto il populismo. Quella demagogia neo-televisiva denunciata nel 1941 da Orson Welles in Quarto Potere si è presa tutto, portando nella sua barricata più intellettuali del solito. Le risate apotropaiche di Trump, i muscoli flaccidi degli estremismi del centro e nord Europa, la liquidità assoluta di Movimenti con partecipazione hi-tech, inghiottono i sentimenti del futuro. Destra, sinistra? Liberali, progressisti? Conservatori, rivoluzionari? Pernacchie, balle! Solo spettacolo spoliticizzato, espressione di una forza inesistente. L’attivismo è riuscito a diventare liquido, raccapricciando addirittura Bauman. Certo la prontezza di saltare la staccionata per garantirsi la salvezza del curriculum vitae è rombante, eccitante. Indubitabilmente, la peggiore di sempre. Da oggi vale un solo leitmov: “si salvi chi (non) può”. Il Movimento 5 Stelle assieme ai vangeli flatulenti di Matteo Salvini? Un poker d’assi composto dal Cavaliere di cachemire, il dissanguato Renzi e i compagni di giochi Meloni-Salvini? Bisogna accettare il fatto che al leader del Carroccio un seggiolone da ministro non lo toglierà nessuno. Gentiloni bis, in attesa di una legge elettorale che non faccia ridere anche le più insignificanti forme di vita su Marte?

Una cosa è lampante, il popolo non ha deciso niente. Una cosa è angosciante, non ha vinto nessuno. Oppure sì: il populismo e l’anti-politica. Attenzione, quando citiamo la parola “politica” ci riferiamo a quella di matrice socratica, figlia dell’agorà. Non quella delle maschere buffe che si truccano nei gabinetti della contemporaneità. Non vogliamo essere fraintesi, proprio in questo momento abominevole in cui l’italiano più intelligente si fumerebbe uno spinello al fianco di sua madre – come Nanni Moretti in Aprile – e piangerebbe come una prefica le esequie della sinistra (ma anche della destra).

Adesso le mani bianchissime – quasi da impaurire – di Mattarella disegneranno lo schema (con goniometro e compasso) per evitare che BCE e UEE scuoino lo stivale, armati di Spreed e canzonature giullaresche. Tutto è chiaro: il mondo occidentale corre freneticamente incontro alle divisioni. Proprio quelle divisioni su cui sputò dopo la Seconda Guerra Mondiale. Spaccature che sono però vegliate toujours dal mercato multinazionale, che ci vuole omologati e marciatori in un gregge sordo-muto. Un bel ossimoro. Ebbene sì, l’ossimoro! L’arma più crudele della demagogia (quella che non sa dove la ricerca e lo studio siano di casa). Eccolo il contrappasso ideale per una nazione che ha la memoria corta: alla fine soggiorniamo nel mondo dalla memoria cortissima, non allarmiamoci. Come si dice: “meglio così che peggio”.