È ormai acclarato che, in tutto l’Occidente, sia in costante aumento il numero di individui affetti da patologie psichiatriche. Inoltre, in Italia è considerevolmente in crescita il numero di persone che richiede l’avvio dell’iter di riconoscimento della legge quadro 104 – che prevede permessi retribuiti ai lavoratori che hanno una persona con problemi di autosufficienza a carico –. In Veneto, ad esempio, nel quadriennio 2012/2016 le domande sono cresciute del 30%. In questa percentuale, che sicuramente “ospita” qualche sciacallo all’interno, è rintracciabile la fotografia del delicato momento che sta vivendo la società italiana. La popolazione, divenendo sempre più anziana, ha bisogno d’assistenza e le famiglie, spesso in carenza dei liquidi necessari per potersi permettere del personale di servizio o per pagare gli onorari a strutture preposte – la stessa cosa vale per chi ha a che fare con soggetti con fragilità psichiatriche -, sono costrette a provvedere in prima persona alle necessità del familiare in condizioni di vulnerabilità.

Oltre alle problematiche d’assistenza e di burn-out – sebbene sia una sindrome che si declina soprattutto in ambito lavorativo e precisamente nelle professioni di aiuto, è opportuno inquadrare anche in questi termini il sovraccarico familiare di chi si prende cura di parenti con patologie a lungo termine, croniche ed invalidanti -, è possibile ascrivere la fragilità costituzionale societaria, che spinge il cittadino moderno a rivolgersi, con una frequenza allarmante, ai servizi di igiene mentale, di diagnosi e cura di patologie psichiatriche, ad un periodo di precarietà e ridimensionamento dell’essere umano nel suo ambiente di vita. Grazie ad interventi di prevenzione primaria, sempre più incentivata e ad un allargamento delle maglie di diagnosi dei disturbi psichiatrici – basate soprattutto sull’approccio categoriale del DSM-5 -, si è certamente provveduto ad identificare precocemente situazioni di fragilità, fattori di rischio, precipitanti, predisponenti e di mantenimento dei disturbi stessi. Inoltre, all’aumentare delle diagnosi categoriali, è corrisposta un’impennata delle terapie farmacologiche che, sebbene offrano una risoluzione sintomatologica nella fase acuta della malattia, vengono prescritte senza alcun approfondimento specifico – avete mai provato a dire al vostro medico di base di dormire poco bene? In tal caso la soluzione sarà, molto probabilmente, la prescrizione di un sonnifero e, raramente, sarà effettuata un’investigazione più approfondita dei vostri sintomi attuali -.

Sarebbe opportuna una riflessione su un doppio binario: possibile che, in una società “dell’opulenza” come la nostra, a tratti definita “a misura d’uomo” e “sufficientemente garantista” non si sia riuscito ad arginare la dilagante espansione di disturbi psichiatrici e la loro cronicizzazione, sebbene vi sia una maggiore attenzione agli stessi? Altro esempio, sicuramente attinente al discorso precedente, è il suicidio: la pianificazione e la messa in atto di auto-lesività suicidaria, dominio transnosografico che sfugge alla categorialità della diagnosi psichiatrica, è aumentata anche a causa della concorrenza di vari fattori di rischio, tra cui: sradicamento sociale, aumento dell’adozione di comportamenti di rischio – tra cui sostanze stupefacenti -, perdita di spiritualità, di valori religiosi e individualismo societario.

A conclusione della disamina, è pacifico intuire che la modernità, pur portando a delle migliorie in ambito scientifico, sino ad ora, non sia stata assolutamente in grado di comprendere l’interiorità umana nella sua parte più profonda. Sovente, ci si è soffermati ad appagare soltanto i bisogni più superficiali, dimenticandoci, colpevolmente, di nutrire e arricchire il nostro spirito.