Alla fine, com’era ampiamente prevedibile, Barzani ha optato per non portare a termine il percorso verso l’indipendenza del popolo curdo. Il 25 ottobre attraverso un comunicato pubblicato sul sito ufficiale della presidenza del Kurdistan iracheno, il leader di Erbil si è detto disposto a congelare il risultato del referendum di indipendenza tenuto il 25 settembre scorso (con oltre il 90% di voti favorevoli a un distacco netto da Baghdad) pur di scongiurare un nuovo conflitto armato.

Il cappio intorno al collo di Barzani andava stringendosi giorno dopo giorno e non è un caso che la sua offerta sia arrivata proprio negli ultimi giorni, quando il primo ministro dell’Iraq al-Abadi era in visita ad Ankara per incontrare Recep Tayyp Erdogan con l’obiettivo di discutere proprio la questione curda. L’avanzata dell’esercito fedele al governo centrale di Baghdad ha spiazzato la leadership di Erbil; coadiuvato dalle Forze di mobilitazione popolare (hashd al-shaabi), milizie sciite vicine a Teheran, l’esercito iracheno ha conquistato prima l’importante Kirkuk, provincia dove si concentra oltre il 75% di tutto il petrolio iracheno, per poi continuare l’avanzata verso i territori conquistati dai peshmerga curdi durante la battaglia contro le milizie dello Stato Islamico.

Come insegna la storia, la maggior parte dei problemi dei curdi non sono causati da forze esterne, ma dalle loro divisioni interne. Un fronte curdo compatto avrebbe forse dato la possibilità a Barzani di credere con maggior convinzione nell’indipendenza del Kurdistan iracheno, ma lo scontro tra il suo partito (PDK) e quello dell’Unione patriottica del Kurdistan (UPK) è fin troppo duro per permettere loro di lavorare insieme a un progetto comune; peraltro di difficile realizzazione, considerando la situazione economica del Kurdistan insieme alla volontà di indipendenza da Baghdad. Addirittura sembra ormai essere confermato che i peshmerga che rispondono alla famiglia Talabani abbiano abbandonato la loro postazione a Kirkuk senza opporre resistenza, così da far entrare l’esercito iracheno e le milizie sciite in uno degli avamposti più importanti per Erbil, con il chiaro intento di destabilizzare i piani di Barzani.

Ora, con una situazione interna contraddistinta da divisioni e tradimenti, e con uno scenario globale dove nessuna potenza sembra essere disposta a difendere i curdi dall’avanzata di Baghdad, Barzani ha deciso di fare dietro-front. Al momento la sua speranza è di trovarsi in una posizione contrattuale più forte in un’eventuale tavola rotonda con i funzionari iracheni; anche se bisognerà aspettare la risposta del governo di al-Abadi per sapere se a Baghdad sono ancora disposti a scendere a compromessi, dopo i tanti “no” ricevuti dallo stesso Barzani. C’è chi crede che questo fosse il suo piano dall’inizio: convocare un referendum che non avrebbe mai portato all’indipendenza effettiva di Erbil, sia per cause endogene che esogene, con il solo obiettivo di rafforzare la propria immagine e riprendere il controllo del Kurdistan. E’ giusto ricordare che Barzani è presidente del Kurdistan ma che in realtà non potrebbe ricoprire questo ruolo almeno dal 2015 e che la sua immagine abbia inesorabilmente cominciato a scricchiolare negli ultimi anni. Forse ha voluto tentare il tutto per tutto con la mossa del referendum del 25 settembre scorso: per giudicare se sia riuscito nei suoi intenti, però, è necessario attendere i risultati del dialogo con il governo di Baghdad.