Primo, vero, banco di prova per il governo giallo-verde è il caso della nave “Aquarius” e delle sue simili che con il loro carico di immigrati hanno, infatti, catalizzato l’attenzione del dibattito politico sia nostrano che internazionale. Come si poteva prevedere, la scelta del nostro Ministro degli interni di chiudere le infrastrutture portuali italiane alle attività delle varie ONG operanti nel Mediterraneo ha scatenato le ipocrite rimostranze di tutto il mondo liberalNonostante la lotta all’immigrazione, cavallo di battaglia del carroccio e inserito all’interno del contratto di governo, sia stata accettata e premiata dall’elettorato italiano con il voto del 4 marzo, la sorda e autoreferenziale levata di scudi del variegato mondo liberale non si è fatta attendere.

Dai soliti noti di casa nostra, fino al palazzo delle nazioni unite lo sdegno è stato unanimePeccato che questi signori, fin ora, non abbiano fatto nulla per risolvere il problema; al contrario, sia i tromboni nostrani che sono sempre stati pronti all’accoglienza incondizionata fin tanto che non interferisse con la loro vita dorata e mondana, sia le cancellerie europee che ci hanno lasciato soli a fronteggiare il problema sono i veri responsabili delle sofferenze di tutti gli sventurati che questa situazione ha “prodotto”.

La scelta di fermare il traffico di esseri umani come può essere considerata razzista? Com’è possibile che un Ministro legittimato dal volere popolare possa essere paragonato a Vileda o Pinochet? Analizziamo le cose e cerchiamo di capire dove si annida realmente il marcio.

Le politiche progressiste dell’ultimo decennio hanno permesso ad un flusso enorme di manodopera inattiva l’entrata in un paese che, in meno di 10 anni, ha perso quasi il 10% del PIL. Un flusso che è stato costretto a convivere con gli strati più impoveriti del paese. Quest’ultimo, completamente impreparato ad accogliere sia economicamente che culturalmente un’immigrazione di tale portata si è rivoltato rivalutando anche la bile e lo stomaco, ma cosa si poteva pretendere da un popolo che si è visto imporre un tenore di vita così diverso in così poco tempo dai morsi delle crisi finanziarie ordite in grattacieli d’oltreoceano? Un flusso migratorio, scientificamente cercato, che non entra in contatto né con i centri urbani né con i benestanti, ma solamente con le periferie più povere. Un flusso migratorio che costringe lavoratori dei campi e operai a umilianti gare al ribasso di diritti e salari: ecco il vero volto della bontà progressista.

Un esercito di schiavi che involontariamente distruggerà il nostro stato sociale e ingrasserà pochi lungimiranti. La lotta del governo a tutto questo è sacrosanta, indice di una ritrovata sovranità nazionale e di una naturale, e non ideologica, difesa dei diritti umani. Recuperando il nostro welfare, faremo fronte anche alla perdita dei posti di lavoro che questa infamia ha creato, che l’Italia torni a prosperare attraverso il lavoro e non con la sofferenza dei più deboli. Guai a chi non sarà pronto a rimboccarsi le mani, è ora di rivalutare la massima: “Chi non lavora non mangia.”