Cos’è venuto di buono dalla guerra in Iraq? È l’unico paese arabo in cui si vota e, scusate, non è poco. Non è il commento a freddo di un George Bush Junior ancora profondamente persuaso che Saddam Hussein possedesse davvero l’arsenale (mai trovato) pieno di armi di distruzione di massa pronte ad essere utilizzate per minacciare l’integrità e l’esistenza del mondo libero, ma è il titolo di un articolo pubblicato su Il Foglio il 21 maggio con cui, vanamente, l’autore ha tentato di dare legittimità storica ad una delle guerre più controverse del nuovo secolo, evidenziando i presunti frutti che starebbero maturando a 15 anni di distanza.

È vero, l’autoproclamato Stato Islamico è finito dal punto di vista della dimensione territoriale, si sono celebrate delle elezioni parzialmente libere e dal carattere pluralista e, rispetto al 2002 – ossia quando il paese era ancora retto dal regime autoritario di Saddam Hussein, sono migliorati in maniera impressionante diversi indicatori misuranti la qualità della vita, tra cui il Pil e il tasso di mortalità. Insomma, in Iraq starebbe finalmente emergendo una cultura democratica resiliente ed estranea alle esperienze militari-dittatoriali che caratterizzano i paesi della galassia arabo-islamica.

L’articolo è in apparenza convincente e tenta di costruire un alone di credibilità citando i nomi di noti politologi dell’epoca e portando i numeri forniti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, ma la verità è che si tratta di propaganda stile neocon molto sottile.

Il Pil è tornato a crescere e il tasso di mortalità si è abbassato, sì, ma dopo 15 anni di occupazione militare, guerra civile, insurrezioni, rivolte tribali, instabilità politica, attentati e sconfitta del Daesh. Dal 2003 al 2011, ossia il periodo dell’occupazione militare, secondo PLOS Medicine sarebbero morte più di 460mila persone, cifra a cui è obbligatorio affiancare il numero dei civili e dei militari caduti in seguito al ritiro delle forze americane, un’azione decisa nonostante la consapevolezza che un gruppo terroristico all’epoca noto come Stato Islamico d’Iraq stesse diffondendosi in tutto il paese tra proselitismo e attentati facendo leva sulla diffusa insofferenza civile.

Oltre 130mila morti, tra forze governative e civili, tra il 2011 e oggi, nella guerra che ha contrapposto lo stato fallito iraqeno contro il Daesh, secondo fonti come le Nazioni Unite o l’Iraq Body Count.

Ogni organizzazione impegnata nel conteggiare il bilancio dei morti nel paese dal 2003 ad oggi ha fornito dei numeri diversi, alla luce dell’impossibilità di conseguire un bollettino definitivo, per via delle migliaia di persone che sono emigrate, dei dispersi e degli sfollati – che sarebbero oltre 5 milioni secondo le stime Onu, e di tutte quelle persone che sono state seppellite nel deserto dai jihadisti e che periodicamente vengono ritrovate in fosse comuni ospitanti anche interi villaggi.

Iraq, Siria, Libia, Serbia, Vietnam, Panama, Grenada, vittime di guerre imperialistiche presentate all’opinione pubblica come operazioni di liberazione necessarie per emancipare le popolazioni locali oppresse dal dittatore di turno.

La dottrina strategica dell’amministrazione Bush jr basata sulla guerra preventiva, sul cambio di regime e sulla costruzione nazionale ha fallito in ogni punto e a pagarne le spese sono stati i cittadini iraqeni, i contribuenti statunitensi, 819 miliardi di dollari spesi in operazioni militari in Iraq dal 2003 al 2015 (dati Statista), e i cittadini di quei 29 paesi occidentali, nordafricani e medio-orientali bersagliati dagli attentati dal Daesh a partire dal 2014, data della dichiarazione della nascita del califfato, per un totale di oltre 2mila morti e oltre 5mila feriti.

Ma, nonostante i morti, gli sfollati, gli attentati e, infine, le centinaia di migliaia di persone in fuga dal terrorismo per dirigersi in Europa che hanno dato luogo ad una catastrofe umanitaria senza precedenti nella storia recente, il Pil sta aumentando, questo significa crescita economica, quindi più reddito e possibilità di consumi per i cittadini iraqeni, prima del 2003 affamati dalle politiche di Saddam Hussein.

In realtà il Pil e il reddito nazionale sono crollati all’indomani della guerra del golfo, in relazione al sistema di sanzioni economiche posto in essere dalle Nazioni Unite per debilitare e far capitolare il regime di Saddam Hussein, durato fino al 2003. Nel 1995 fu attivato il cosiddetto oil-for-food programme da parte dell’Onu, per permettere all’Iraq di vendere il petrolio sui mercati internazionali a prezzi agevolati in modo tale da trovare il capitale necessario per la ricostruzione delle infrastrutture, per l’importazione di beni alimentari, di farmaci e altri beni primari.

Sì, gli iraqeni oggi possono votare, l’economia cresce, gli attentati terroristici diminuiscono e la guerra civile sta lentamente finendo, dovrebbero quindi ringraziare chi è intervenuto militarmente per combattere il terrorismo, per stipulare accordi commerciali e di cooperazione allo sviluppo equi, e per riportare la stabilità dopo 15 anni di sangue: grazie Iran, e scusaci se ringraziarti è troppo poco!