Oltre 13.000 vittime tra la popolazione civile, più di 40 aerei militari distrutti, oltre 1.000 mezzi corazzati e 10 navi da guerra ridotte in rottami fumanti. Questi, fino ad ora, sono i numeri della disastrosa operazione militare che la coalizione sunnita a guida saudita (e sotto supervisione dell’intelligence statunitense) sta conducendo nello Yemen dal 2015. Un disastro dovuto sia all’evidente inettitudine militare dei sauditi (ben più interessati ad azioni di pulizia etnico-settaria più che a reali obiettivi strategici) che alla tenace resistenza del movimento Ansarullah capace addirittura di penetrare per diversi km nel territorio del Regno e di minacciarne la capitale con i propri missili.

Dal momento in cui è stato designato come erede al trono dall’affaticato genitore, Mohammed bin Salman, nonostante l’appoggio incontrastato dell’amministrazione Trump e di Israele, non ha fatto altro che collezionare sconfitte abbastanza cocenti in politica estera. Il conflitto siriano sembra volgere al termine con la vittoria delle forze lealiste sostenute da Iran, Hezbollah e Russia. Il tragicomico sequestro del primo ministro libanese Hariri (indebitato fino al collo con i sauditi e costretto a lanciare un appello anti-iraniano dal canale TV al-Arabiyya) non è riuscito a scalfire il ruolo di Hezbollah nel paese dei cedri e lo stretto legame tra il movimento sciita ed il presidente Michel Aoun. Il tentativo di strumentalizzare in chiave anti-sistema alcune proteste in Iran si è risolto, al momento, in un nulla di fatto. Inoltre la brutale aggressione allo Yemen non solo si sta ritorcendo contro il Regno ma, addirittura, sta mettendo a dura prova la stabilità di una coalizione unita e solida sin dai tempi del jihad afghano contro l’Unione Sovietica.

Di fatto, interessi economici e di potere regionale, così come accaduto per il Qatar, sembrano ancora una volta superare l’affinità ideologico-religiosa wahhabita e la comune appartenenza alla sfera di influenza della talassocrazia nordamericana. Va da sé che parlare di “coalizione sunnita” opposta ad un certo revanscismo sciita nella regione (ed in particolare nello Yemen) è abbastanza improprio se si considera che a guida di questa coalizione ci sono paesi che si rifanno come ideologia di Stato all’eterodossia wahhabita: una corrente a-culturale che ha apertamente rinnegato la vera tradizione islamica.

Ora, quanto accaduto nei giorni scorsi ad Aden può realmente comportare uno stravolgimento geopolitico di rilievo nell’area del Golfo. Sul fatto che bin Salman non goda di particolare simpatia sia tra un ramo della stessa famiglia reale che tra i suoi vicini ed alleati non ci sono mai stati dubbi particolari. Tuttavia, l’appoggio fornito dagli Emirati Arabi Uniti al Consiglio di transizione meridionale di Aidarous al-Zubeidi (organizzazione dei secessionisti yemeniti del sud in contrasto col governo fantoccio di Abd Rabbih Mansour Hadi) dimostra la gravità delle spaccature interne alla coalizione ed apre nuovi scenari per l’evoluzione del conflitto.

I secessionisti di al-Zubeidi, eredi di quei mercanti sciafeiti che aprirono le porte alla colonizzazione britannica del sud del paese, non sorprendentemente, non hanno mai rinunciato ad appoggiare i qaidisti ed altre forme di estremismo con i quali hanno anche condiviso l’amministrazione di alcune aree del paese nel vuoto di potere determinato dal conflitto. E proprio i secessionisti, in virtù della lotta al comune nemico rappresentato dalla ribellione zaidita degli Houthi nel nord, hanno aperto ad al-Qaida le porte dell’importante centro portuale nel quale il gruppo terroristico ha definitivamente imposto la sua presenza. Non sorprende nemmeno il fatto che per l’ennesima volta gli alleati dell’Occidente nella regione, con il suo bene placido, utilizzino il jihadismo come strumento geopolitico in chiave anti-iraniana e per il raggiungimento degli obiettivi strategici propri e nordamericani (controllo del Rimland eurasiatico).

Mentre il filo-saudita Hadi, totalmente privo di qualsivoglia popolarità e legittimità tra i suoi connazionali, grida al colpo di Stato contro l’unità del paese, i secessionisti inneggiano alla sollevazione armata fino alla caduta del suo governo. Non è dato sapere se queste rivendicazioni determineranno realmente una spaccatura della coalizione o un suo cambio di strategia, magari puntando su un nuovo “attore”. Di sicuro, il giovane rampollo Mohammed bin Salman ha dimostrato poca volontà di ammettere i propri errori e fallimenti, e difficilmente cederà la sua leadership senza farla pagare a caro prezzo.