La lingua non è un mero codice per lo scambio di informazioni, pura forma sganciata da ogni riferimento dal reale: tra le sue innumerevoli sfaccettature, può essere descritta anche come specchio del pensiero, della cultura e della visione del mondo condivisa da una comunità di parlanti. Ma forse questo è un concetto troppo complesso per la povera ministra Fedeli, che continua a difendere quell’inutile e ridondante uso di anglicismi nel “Sillabo per l’imprenditorialità per la scuola secondaria di secondo grado” pubblicato dal MIUR il 14 marzo 2018. Il 17 aprile 2018 il documento è stato duramente contestato dal gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca: «Sillabo per l’imprenditorialità o sillabario per l’abbandono della lingua italiana?». La Fedeli risponde alle accuse sostenendo che «il ricorso a termini stranieri è tutt’altro che “inutile” (come scrivete) qualora ci si riferisca ad ambiti strettamente specialistici. Nella storia delle lingue è sempre stato e sempre sarà così. Cosa sarebbe stato l’italiano senza i prestiti arabi o senza gli stessi latinismi?». Affermazioni che rendono manifesta la sua totale incompetenza in campo linguistico e mettono in dubbio la sua capacità di comprensione del testo.

I linguisti di Incipit, studiosi di forestierismi e neologismi nella fase in cui essi si affacciano nella lingua italiana, lungi da essere ostili al progresso linguistico e all’ingresso di nuovi lessemi nella lingua italiana, denunciano come nel documento l’uso di anglicismi sia diventato programmatico, anche perché gran parte di questi sono “inutili” (nel senso di ingiustificati, cara Fedeli) perché dotati di corrispondenti termini in italiano. Perché permettere che una lingua tanto anglicizzata, a tratti dal significato opaco, diventi il modello su cui improntare la formazione dei giovani italiani? L’italiano non è forse in grado di fornire una terminologia propria al mondo dell’imprenditorialità? O meglio, è indegno rispetto all’inglese visto che bisogna addirittura sostituire termini italiani con anglicismi? È questa la denuncia. Difendere la lingua italiana, soprattutto in ambito scolastico, da un apporto incontrollato di anglicismi: come dopotutto fanno, molto più di noi, altre lingue neolatine come il francese e lo spagnolo (ma tutto questo Fedeli non lo sa).

La lingua è anche specchio della sovranità di una nazione, dei rapporti e delle influenze tra paesi; è termometro di quanto un popolo tenga alla sua identità, alla sua cultura, alle sue tradizioni. E per volere di una classe politica che ci vuole tutti globalisti, esterofili, senza confini, senza radici, senza tradizioni, la lingua di Dante dovrebbe diventare subalterna all’inglese? È inaccettabile. Vogliono farci credere che l’italiano sia la lingua del passato, adatta solo per i letterati, i filosofi, i bibliotecari, i cantanti d’opera: lingua per umanisti senza futuro. Che l’educazione abbia bisogno di una lingua nuova, agile, scientifica e ammiccante, cool, la lingua da vero self-made man. Che l’italiano non sia adatto al nuovo, che è vecchio e va modernizzato, non partendo dalle sue radici, ma abusando di forestierismi (perché tutto ciò che è estero è più bello).

Non fidiamoci di chi attenta alla sovranità della lingua in nome del progresso e della globalizzazione; di chi, usando anglicismi dal significato opaco, vuole farci credere di essere esperto e preparato, ma in realtà sta cercando disperatamente di coprire la sua totale ignoranza.