Il 15 novembre 2017 è stato approvato in via definitiva dalla Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati il disegno di legge che “riconosce il testo del «Canto degli italiani» di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale inno nazionale” della Repubblica Italiana. Dunque, per uno strano caso del destino, l’ufficialità dell’inno è arrivata proprio nel pieno del dibattito politico sullo Ius Soli, proprio sotto questo aspetto le note ed il testo di Fratelli d’Italia suonano come un monito provvidenziale contro la legge proposta da una classe politica mondialista ed anti-italiana. Con parole semplici e dirette, senza voli pindarici e senza inviti alla moderazione il “Canto degli Italiani” afferma perentorio la sua posizione sul tema della cittadinanza.

Fin dalla prima parola della prima strofa l’inno richiama ad un’unità di stirpe e recita: “fratelli”, lo fa con il termine che più di ogni altro è sinonimo di un legame di sangue prima ancora che di visioni ideali, subito dopo, smarcandosi dalla retorica di astratte fratellanze internazionali, il giovane Goffredo Mameli, autore dell’inno, fa immediatamente seguire: “d’Italia”, per sottolineare che a tale stirpe appartiene e corrisponde un suolo ben specifico, che è lo stesso alveo in cui sorse prima la Repubblica e poi l’Impero di Roma. Il riferimento immediato è all’esempio di Publio Cornelio Scipione che sconfiggendo i cartaginesi a Zama pose fine alla seconda guerra punica: “Dell’elmo di Scipio – S’è cinta la testa” ma subito dopo a questo trionfo della Roma repubblicana si aggiungono gli allori della Roma imperiale ed ecco che in uno slancio d’orgoglio Mameli afferma: “Dov’è la Vittoria?! – Le porga la chioma –  Ché schiava di Roma  – Iddio la creò.” Riecheggia in queste poche ma monumentali parole la visione di Dante sul ruolo di Roma imperiale, quando senza mezzi termini nel “De Monarchia” il sommo vate scriveva: “il popolo romano fu predestinato dalla natura all’Impero; dunque il popolo romano, assoggettandosi il mondo, giunse all’Impero in forza di un diritto” ma giocoforza Dante chiama Virgilio, sicché l’Eneide, il più sacro poema del popolo italico, ci viene incontro con questi versi: “tu, Romano, ricorda la missione di reggere le genti sotto il tuo impero. Queste saranno le tue arti: dettare leggi alla pace, risparmiare chi si arrende, debellare i riottosi.” Questo è il monito di Anchise a suo figlio Enea, una profezia che suggella la missione civilizzatrice di una schiatta, un testimone passato di padre in figlio.

Nella seconda strofa questa stirpe ormai identificata con il popolo italiano “per secoli calpesto e deriso” dovrà evitare ulteriori divisioni e tornare ad una unità di popolo sotto un’unica bandiera ed un’unica speranza. Curiosamente l’allusione alla bandiera italiana composta dai tre colori verde, bianco e rosso che corrispondono alle tre virtù teologali: speranza, fede e carità, precede la terza strofa dove si fa riferimento alla divina provvidenza e alle “vie del Signore” che si rivelano ai popoli proprio attraverso l’unione e l’amore. L’unità è dunque la “conditio sine qua non” per liberare il “suolo natìo”, cioè l’Italia, il suolo da cui partì Dardano, capostipite dei troiani, e allo stesso tempo l’agognata meta di Enea che durante il suo viaggio di ritorno dopo la caduta di Troia dice: “Cerco la patria Italia e gli avi miei, nati dal sommo Giove.” Sotto questo aspetto occorre ricordare che il Pìo Enea non era un profugo fuggitivo senza alcuna meta ma portava con se suo padre e suo figlio nonché i Penati (spiriti degli avi) verso una destinazione ben precisa: la patria Italia!

La quarta strofa definisce ancor maggiormente i confini della nostra nazione, si apre infatti con “Dall’Alpi a Sicilia – Dovunque è Legnano” additando i nemici che nel corso della storia hanno cercato di assoggettare il Belpaese ed elencando gli esempi di resistenza all’invasore come nel caso dei Vespri siciliani. Vale lo stesso per la quinta strofa dove Mameli parla apertamente di “sangue d’Italia” e “sangue polacco” per intendere il sacrificio di due popoli ingiustamente asserviti dal giogo austriaco. Il “sangue d’Italia” è dunque sinonimo di “italiani”: sangue e popolo italiano sono la stessa unica entità, siamo lontani anni luce da qualsiasi pretesa di cittadinanza per i figli di stranieri nati sul territorio italiano, al contrario il nostro inno ci ricorda nell’avvincente ritornello i nostri comuni avi romani, invitandoci a stringerci come loro “a coorte” per l’Italia.