Nella periferia sud di Palermo, dietro le mura del carcere Pagliarelli, c’è un’aula bunker, quella che diciotto anni fa ospitò Giulio Andreotti. Nella stessa aula, oggi, la sentenza di un processo iniziato nel maggio del 2013 cala sul capo degli imputati, una dozzina, tra cui alcuni nomi eccellenti. I più illustri, Riina e Provenzano, sono ormai morti, Bagarella e Brusca sono già in carcere, rimangono, tra gli altri, Nicola Mancino, ex ministro DC, e Marcello Dell’Utri. Quell’inizio di decennio, come pochi altri periodi, ha racchiuso in sé eventi in grado di segnare la storia repubblicana: era il 1992 quando una Mafia mutilata dal Maxi-processo si rese responsabile della strage di Capaci, uccidendo Giovanni Falcone. Due giorni dopo tutto il paese aveva gli occhi puntati sulle mani insanguinate di Cosa Nostra e l’elezione di Andreotti al Quirinale non poteva che andare in fumo. Le stesse settimane sancivano l’avvio degli incontri segreti tra il comando del Ros e Vito Ciancimino: di fronte a una bestia idrofoba che, ancora fremente di rabbia dopo Capaci, minacciava nuove stragi, l’ex sindaco di Palermo doveva essere il tramite per fermare lo scempio con la negoziazione. Così iniziava la trattativa.

Giulio Andreotti lesse sicuramente gli scritti di Max Weber: se è vero che lo Stato è una comunità di uomini che ottiene per sé, con successo, il monopolio della forza fisica, allora in Italia, e in Sicilia soprattutto, per molti anni hanno convissuto due Stati. O meglio, spezzandosi quel monopolio, non si è dato uno Stato vero e proprio. Questo, Andreotti, lo comprese: trattare, dunque, per occupare lo spazio perduto (o mai conquistato). I boss chiedevano la modifica del 41bis, innanzitutto: l’attenuazione del regime carcerario, quindi, in cambio della fine delle stragi. Anche se questa sentenza non riguarda Andreotti da vicino, negli anni ’90 era ancora lui il principe della DC: le scelte di Nicola Mancino, nel 1992 titolare del Viminale, erano le scelte di Giulio Andreotti. Se in Piazza del Gesù, nel cuore del partito egemone della Prima Repubblica, si è inaugurata la stagione delle trattative, allora, seguendo le carte del processo, una Seconda Repubblica ancora in fasce ha completato l’opera, proseguendo i negoziati. Questa, nel ’94, fu dunque la veste di Marcello Dell’Utri, da cofondatore del neonato Forza Italia: affermarsi nuova forza egemone, sulle ceneri dei vecchi partiti, anche grazie al placito dello Stato nascosto. La trattativa, insomma, dalle mani scudocrociate della DC a quelle azzurre di FI.

Sentenziare sui singoli, però, non ci interessa, perché la vera eredità è quella che riguarda i motivi e gli esiti della trattativa. Chiunque ne sia stato il fautore, egli in fin dei conti non comprese appieno la definizione Weberiana: la comunità, per farsi Stato, deve rivendicare il monopolio della forza, non largire spazio all’avversario. Cedere alle richieste mafiose e mitigare le misure carcerarie previste dal 41 bis equivale, in altre parole, a rinunciare a quel monopolio, accettare in casa propria le istanze di un nemico la cui condotta, di fatto, è quella dell’alternativa allo Stato. Questo fu il grande dilemma di un’era morente: rinunciare allo Stato o pagare con i morti.

La sentenza di Palermo non pone solo il sigillo giudiziario sulla trattativa Stato-Mafia, ma, innanzitutto, sancisce temporalmente il compimento, nel bene o nel male, di una Seconda Repubblica su cui da sempre aleggia il macabro spettro di un parto infamante, quello che, presumibilmente, diede alla luce i nuovi partiti sotto il segno dell’infiltrazione mafiosa dello Stato. Oggi si chiude il processo sulla trattativa, oggi i partiti nati sulle ceneri della Prima Repubblica sono moribondi, almeno sembra. La Seconda Repubblica è finita, almeno sembra.