A cadenze pressoché costanti, il fantomatico tema dell’euro riemerge dalle polverose tenebre della politica italiana per occupare, nello spazio breve d’un mattino in fondo irrilevante, le pagine delle corazzate di carta dell’informazione italiana, vascelli ferrosi che difendono il buon moderato dalle bufale, dai pokemon di Putin e dalla propaganda spicciola dei populisti brutti, sporchi e cattivi. A differenza della dolce rosa di Malherbe, la discussione appare poco interessante e poco profumata– diremmo anzi che puzza di un olezzo che il Lettore ben intuirà- per il semplice fatto che non è un dialogo, non è un dibattito: è soltanto il Nulla, il delirio monomaniacale tramutato in fondo di giornale a uso e consumo del bon vivant in Facis e ventiquattrore.

Andiamo nel dettaglio. Il fondo di Repubblica di oggi, a firma Massimo Giannini, tratta dell’ultima uscita del golden boy pentastellato: in caso di referendum, Gigino ha dichiarato di votare a favore dell’uscita dall’Eurozona. Occasione troppo ghiotta per cadere nel vuoto. Alla maniera di una bella partita di tennis, perciò, Di Maio serve e Giannini risponde. Afferma il paludato editorialista, in un momento di grande ispirazione giornalistica, che “L’euro non è Spelacchio. Non è un alberello di Natale, inutilmente strapagato e malamente trapiantato nelle tasche dei cittadini. Non è un banale giocattolo affidato alle cure inesperte di una Raggi qualsiasi, sul quale si può scherzare, ironizzare, vaneggiare. (…) La moneta unica è una questione maledettamente seria, che riguarda il portafoglio di tutti gli italiani e chiama in causa il destino dei popoli d’Europa.”

Finalmente una risposta ponderata ai deliri tentennanti dei 5stelle! Bene, bravo. Conscio di essere in un momento oggettivamente irripetibile, il nostro continua “serve a poco ribadire che in quindici anni di moneta unica l’Italia ha potuto risparmiare 800 miliardi di interessi sul debito ma li ha dissipati per finanziare la spesa corrente a scapito degli investimenti. Serve ancora meno constatare che la Spagna e il Portogallo crescono serenamente due o tre volte l’Italia, “nonostante” l’euro.” Che verve, che dialettica. Altro che chiacchiere, da un lato stanno i fatti e dall’altro le vuote parole di un leader gentista che oscilla tra il baciamano a Washington e un revival lepenista fuori tempo massimo. Confusione contro rigore, raziocinio contro pressapochismo: game, set e match per Giannini. Il lettore di Repubblica può star tranquillo, la deriva nazifasciopopulista non passerà innanzi una simile e formidabile barriera.

Noi, che non leggiamo Repubblica, pensiamo male e operiamo peggio per tradizione. Sappiamo, perciò, che simili giochini tra le parti originano da un unico teatrino, invero ormai in fase di liquidazione fallimentare. Dall’origine i 5stelle si sono arroccati su fesserie a modo loro più o meno eurocritiche- basti pensare al referendum, che per definizione costituzionale non si può fare- senza  però mai definire con chiarezza e precisione la loro posizione sull’euro e sull’UE. Una cortina fumogena di minchionerie, quella grillina, che ha conseguito un duplice risultato: da un lato, il PD e tutti gli allegri sicofanti della Merkel han potuto ergersi come bastioni di razionalità e preparazione tecnica (citofonare MPS per conferma) contro il dilagare dell’ignoranza grillina; dall’altro i media han potuto ricollegare facilmente qualunque critica alla moneta unica al mare magnum pentastellato, allontanando così dalla riflessione seria innumerevoli italiani.

Per conferma basta contare gli 1, le h e gli infiniti post in caps lock che seguono puntuali qualunque accenno alla questione, novelli marchi d’infamia affibbiati dai Torquemada dell’europeismo a chiunque dissenta dall’unica narrazione accettabile. Questi o quelli per noi pari sono, nel senso che entrambi condividono in fondo la logica anti-italiana e dittatoriale del vincolo esterno, cioè colonizzazione politica, economica e culturale di un popolo di 61 milioni di abitanti con trenta secoli di Civiltà alle spalle. Se ciò avvenga con dolo non è al momento decisivo: certo è che Di Maio non sia andato negli Stati Uniti per ammirare il monumento a Lincoln.

Che Giannini si indigni perché il famoso e inesistente “dividendo dell’euro” sia stato impiegato per spesa corrente (al fine di garantire in essere i noti crimini inumani che si chiamano Istruzione, Sanità, Previdenza, Sicurezza) poco importa, così come del resto non ci sorprende che citi a modello paesi del calibro di Spagna e Portogallo in cui diritti sociali e benessere sono stati distrutti perché Europa chiamò. Appare invece esecrabile, a pochi giorni dal 2018, che molti vadano ancora appresso a cialtroni inaffidabili, vili due volte, paladini della gente in piazza e amici dei liberisti europei a Bruxelles. Il discrimine è l’Unione Europea, e su quella linea del Piave PD, FI e M5S stanno dalla stessa identica parte: da quella direzione non potrà venire altro che fame e miseria. L’alternativa all’euro viene riflettuta e discussa in Italia da sei anni, in spazi culturali di grande livello aperti a tutti. Basta voler essere liberi. Prima lo si intende, meglio è.