L’articolo 37 della Costituzione Italiana prevede che la donna lavoratrice abbia «gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione famigliare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

L’articolo sopra citato è stato totalmente disatteso da una piccola azienda lombarda che ha fatto di una delle sue dipendenti l’ennesimo caso di mobbing in Italia. Chiara, operaia da quindici anni nell’azienda familiare in questione, si è trovata di fronte a continui atti discriminatori dopo essere diventata mamma per la seconda volta.

Quando era rimasta incinta del primo figlio non c’era stato alcun problema, ma dopo il cambio generazionale al vertice dell’azienda il nuovo capo non ha affatto accettato che la donna rientrasse a far parte della sua impresa. Stando alle dichiarazioni di Chiara – rivoltasi alla sede regionale della Cgil – l’annuncio della seconda gravidanza, fatto nei tempi previsti, ha infatti peggiorato la sua situazione lavorativa. Il bentornato è stato servito alla dipendente con uno spassionato “consiglio” da parte del consulente aziendale che le avrebbe detto di accettare il licenziamento immediato altrimenti «Ti faranno morire» e, come promesso, dopo il rifiuto di Chiara il suo calvario è iniziato sin dal primo giorno di rientro in azienda. Dopo essere venuta a conoscenza dell’assunzione a tempo indeterminato di un’altra persona al suo posto (atto non previsto dalla legge 30 Dicembre 1971, n.1204, art.11), le viene immediatamente comunicato il suo riposizionamento: da responsabile di reparto si ritrova a fare fotocopie, distruggere documenti, rispondere al citofono – ma non al telefono – oltre ad avere il divieto di accesso alla posta elettronica dal suo computer o ad altri indirizzi aziendali e, addirittura, in seguito al cambio del cancello elettrico all’ingresso dell’edificio non le viene dato il nuovo telecomando. Come se ciò non bastasse, alla congiura partecipano gli stessi colleghi che dall’ignorare la donna come se avesse un chissà quale morbo contagioso cominciano a puntarle il dito contro evidenziando presunti errori sul lavoro.

Caso isolato? No di certo, perché nel 2018 la Cgil ha aperto oltre 27mila pratiche (14mila solo nella prima metà del 2019) e recuperato in Lombardia 54 milioni di euro detratti alle aziende e all’Inps a causa di stipendi mai o non del tutto pagati ai lavoratori. Inoltre sono 2757 i casi di violazione contrattuale di cui 1623 licenziamenti illegittimi. Continuando sulla scia dei dati riscontrati, secondo il Global Gender Gap Report l’Italia si trova al 114° posto per la parità retributiva tra uomini e donne. La classifica World Economic Forum che misura le differenze di genere in ambito sanitario, politico ed educativo piazza la nostra nazione al 17° posto con riferimento all’Europa Occidentale, mentre a livello globale guadagniamo un bel 70° posto, come Honduras e Montenegro.

Madre e lavoratrice, un binomio ad oggi stridente per una società ancora troppo agganciata a certe radici machiste che vedono quella parte di paese come l’angelo del focolare vittoriano. Le prime lotte contro questo sistema chiuso non appaiono dunque così lontane dalla nostra epoca dal momento che c’è chi ancora abusa di una posizione di rilievo del cosiddetto “soffitto di cristallo”. Sebbene il 1966 sia stato l’anno di svolta che ha dato la possibilità alle donne di accedere al pubblico impiego, il nuovo secolo ne vede ancora troppe a dover fronteggiare limitazioni nel credito e nella proprietà, per non parlare delle vittime di abusi fisici e psicologici sul lavoro. Si pensi che in Italia solo un manager su tre è donna, solo il 46% delle donne sono lavoratrici e la questione del gender pay gap non pare trovare un punto di cedimento. Eppure l’assunzione delle donne nel mondo del lavoro porterebbe un paese come il nostro ad una crescita del +7% del PIL a dimostrazione di quanto essenziale sia la presenza in campo lavorativo di quello che è ancora considerato da molti il “sesso debole”. In 104 sistemi produttivi, come le costruzioni, l’energia e alcuni settori industriali, per molte posizioni l’assunzione delle donne rimane ancora vietata.

Le riforme, le leggi e la maggiore attenzione a questa tematica mostrano però un lato ancora oscuro di un paese pieno di contraddizioni e ipocrite facciate. Il lavoro è un diritto dell’essere umano a prescindere dal genere. La discriminazione della donna come madre sul lavoro è un atto gravissimo, in quanto va a ledere il sacrosanto diritto di ogni donna a costruirsi una dimensione personale – famiglia compresa – integrandola con quella lavorativa. Il fatto poi che le donne possano avere dei figli non consente ai datori di lavoro di considerarle esclusivamente delle “sfornatrici di prole” e quindi denigrarle per questo. Si è lottato per la parità di genere e molto si è ottenuto, tuttavia la battaglia ancora permane contro tutti quelli che vedono le donne come un intralcio all’avanzamento della produzione.

Eppure il lavoro nobilita l’uomo, certo, ma anche la donna.