Io ho detto che se perdo il referendum, non soltanto vado a casa, ma smetto di fare politica”. Abbiamo ancora tutti bene in mente le fatidiche parole che Matteo Renzi pronunciò alla vigilia del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Abbiamo anche memoria di chi, in quei mesi, cavalcò le dichiarazioni dell’allora premier, costruendo una campagna mediatica in favore del “no” basata non tanto sui temi, per quanto discutibili, ma su fatti prettamente personali. Ebbene, come si suol dire, la ruota gira.

Siamo al 15 settembre di quest’anno, governo Conte bis, poche ore dopo l’insediamento. A giuramento fatto, le prime interviste a caldo dei ministri. È uno di quei momenti politici molto delicati, dato che la stampa è sempre alla ricerca del Toninelli di turno e la nuova opposizione smaschererà ogni cavillo con una becera diretta Facebook: bisogna moderare le dichiarazioni. Il primo a cascarci a piedi pari, però, è Lorenzo Fioramonti, neo ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca: “Se non trovo un miliardo per l’Università e la Ricerca mi dimetto”, dichiara il pentastellato ai microfoni di Radio 24, confermando la promessa fatta da sottosegretario nel governo precedente, con la quale chiedeva altri due miliardi per la scuola. Non pago dell’uscita azzardata, Fioramonti prova a elencare una serie di misure economiche per ricercare fondi di finanziamento piuttosto improbabili: mini-imposte su materiali inquinanti (carburante per trattori) o prodotti alimentari poco salutari (merendine scolastiche). Ebbene, il suo annuncio, nelle prime ore, viene preso sul serio: è subito convocato un tavolo a viale Trastevere dove si parla di sugar-tax e simili. Dopo pochi giorni di martellante dibattito e feroci ribellioni della destra “sovranista” (mesta la scena di Salvini che lancia merendine dal palco di un comizio), l’argomento passa in secondo piano, messo da parte davanti ai due grandi eterni ritorni: sbarchi migratori e liti della sedicente sinistra italiana.

Ci pensa Di Maio a riaccendere i fari sulla questione: all’indomani dell’uscita della nota di aggiornamento al Def (la Nadef), l’attuale ministro degli Esteri, nonché segretario di partito di Fioramonti, smorza la questione tasse, rilanciando su un investimento nel settore educativo per un 3,5% del Pil. Ma è qui che la questione si fa scottante. Lasciando da parte le dichiarazioni del ministro del Miur, che si susseguiranno e muteranno ogni giorno fino alla Finanziaria, per poi vedere approvato con la fiducia un testo fino a quel momento sconosciuto, arriviamo ai numeri. Nel Def del governo giallo-verde di aprile, l’investimento alla voce “istruzione” prevedeva un 3,6% del Pil, dunque un 1% in più rispetto alla scelta dell’attuale governo giallo-fucsia che, per i meno periti a riguardo, equivalgono a circa 2 miliardi di tagli. E non è tutto: leggendo la tabella R1 a pagina 48 (sito del Mef), si nota che la spesa per questo settore prevede degli stanziamenti che nel corso degli anni sono destinati progressivamente a scendere. Così vengono suddivise le percentuali: 3,2% nel 2025, 3,1% nel 2050, 3% nel 2035. Una bella svolta rispetto alle prime dichiarazioni di Fioramonti. Effettivamente questo è il periodo storico in cui c’è poco da meravigliarsi in tema di cambiamento. Se ieri si intendeva rivoltare una classe politica, oggi pare che il termine si sia evoluto con un’accezione più di opportunismo che di opportunità storica. Di che cosa ci dovremmo stupire, quindi? Di un repentino passo indietro sulla scuola?

Intanto mentre si blatera su merendine e chinotto, gli insegnanti italiani sono di media tra i meno pagati d’Europa, con una differenza di 23.000 euro l’anno rispetto alla Germania. Per non parlare, poi, delle classi sovraffollate, delle strutture fatiscenti, di piani di studi fermi a 20 anni fa. Se è vero che il livello culturale della nostra penisola si sta progressivamente affievolendo, non si possono attuare altre politiche che quelle di finanziamento alla scuola, che dovrebbe rappresentare il punto di partenza per ogni settore.Tagliare l’istruzione significa non credere nel futuro del proprio Paese.