New York, anni Settanta. Siamo nella Forty-Deuce, la zona a cavallo tra la quarantaduesima e la settima strada, non certo un gioiellino di quartiere. Bettole, prostitute, corruzione e violenza: è questo il biglietto da visita della serie ideata da David Simon (The Wire) e George Pelecanos, disponibile da qualche settimana su Sky Atlantic. Il titolo è anche un riferimento al doppio ruolo interpretato da James Franco, quello dei gemelli Martino, Vincent e Frankie.

Vincent è un barman sfruttato, con una relazione sentimentale devastata, che, dopo le ennesime delusioni, manda tutto a farsi fottere e decide di cambiare vita: un nuovo locale, grazie agli incentivi di un mafioso italo-americano (Rudy Pipilo), una nuova giovanissima compagna (Abby), non proprio la classica brava ragazza, delle nuove ambizioni. Frankie è un disastro vivente, pieno di debiti da gioco, che chiede (e ottiene) aiuto dal fratello, entrando a far parte del giro portante della serie, quello delle prostitute. Attraverso le vicende di Eileen (regina della strada, reinventatasi regista pornografica), Ruby “cosce tuonanti”, Lori, Ashley, tante altre più o meno giovani ragazze e i loro papi (“protettori”), si comprende l’eterogeneità non affatto scontata di un universo che troppo spesso la società ha rifiutato di analizzare, pur usufruendone di soppiatto, vilmente.

The Deuce – La via del porno, con le sue molteplici trame che dialogano mirabilmente, è, innanzitutto, un prodotto di critica sociale alla prostituzione. È un viaggio tormentoso nelle vite di persone che, per un motivo o per un altro, si ritrovano, ieri come oggi, a vendere il proprio corpo per vivere. Il più grande merito della serie è quello di non proporre una visione moraleggiante della faccenda, ma di presentarla così com’è, nuda agli occhi dello spettatore. In questo modo, dal contrasto con una regia estatica, a tratti paralizzante, lo squallore emerge senza censura e, pur permettendo un aperto confronto etico sulla faccenda (“è giusto che una donna si prostituisca?”), ne condanna apertamente le disastrose conseguenze sociali, derivate dallo sfruttamento di questa pratica.

Ma la serie non si accontenta di descrivere l’apogeo della vita di strada, ma anche la sua decadenza, come declama il papi Lerry ad una sua protetta: «Sappi solo che con tutto quello che sta succedendo là fuori, con gli sbirri che ci sbattono dentro, dobbiamo scegliere tra il cinema e il bordello». La nascita e lo sviluppo dell’industria pornografica è infatti il tema portante della seconda parte di questa prima stagione. Non è un caso che una delle ultime scene sia la proiezione, in uno dei cinema a luci rosse del quartiere, di Deep Throat (1972), vero e proprio manifesto pornografico. La pornografia è la grande rivoluzione sessuale degli ultimi decenni, che colpisce tutti, compresi gli addetti ai lavori: «la fica è ancora la fica, i soldi sono ancora i soldi, ma il protettore chi cazzo è adesso?», si chiede il papi C. C. al tavolo con i suoi colleghi.

Parallelamente The Deuce è anche una spirale vorticante sul mutamento del consumatore di questo fenomeno nel tempo: da fruitore attivo (prostituzione), a sempre più spettatore passivo (pornografia), come per dire che il problema ha cambiato forma, ma non certo il contenuto, che resta il soddisfacimento dell’edonismo, a scapito di tutto il resto. Il recente suicidio di Mercedes Grabowski, alias August Ames, al termine di una lunga depressione, è uno dei tanti campanelli di allarme di una realtà onnipresente, che comodamente viene celata. Pure per questo, The Deuce è assolutamente da vedere, in attesa di una seconda stagione.