Domenica 3 dicembre si è tenuto a Roma l’incontro di “Liberi e uguali” che ha acclamato Pietro Grasso alla guida della nascitura lista a sinistra del Pd. La “cosa rosé” – non chiamatela “rossa”, per carità! – nasce come accrocco di tutta una classe dirigente che, fatta fuori dall’egocentrico toscano, è ora alla disperata ricerca di una seggiola nella legislatura che verrà. L’idea è innovativa: scongiurare la propria estinzione politica in quella che sembra un’operazione a metà tra il maquillage e il riciclo della differenziata. Già, perché a vedere i presenti, non manca proprio nessuno. Basta chiudere gli occhi, pensare ad un responsabile del disastro sociale della Seconda Repubblica e – oplà! – eccotelo là. Bersani? Come poteva mancare! Epifani? Ovviamente. Bassolino? È lì seduto. E D’Alema? Che domande! Suvvia, ci sono anche Camusso e Vendola, icone sacre della nuova sinistra: dalla lotta per i diritti sociali alla lotta per i diritti civili, in barba al sudicio e greve proletario, ormai ridotto al sottoproletariato e intrinsecamente omofobo e xenofobo.

Loro, gli illuminati della globalizzazione, sono tutti lì, riuniti dietro il vellutato cartonato di Grasso, già riciclato dalla magistratura alla politica, dal renzismo rottamatore all’anti-renzismo scoperto alla vigilia delle elezioni. Magia delle coincidenze astrali. Grande assente, invece, Lei, la Presidenta, Laura Boldrini. Ma tant’è. E mentre a Roma si giocava con gli specchietti per le allodole di sinistra, altrettanto avveniva a Trieste, questa volta per le allodole di destra. Il secondo congresso nazionale di Fratelli d’Italia, però, ha dato il via a un processo ancora più grottesco. Un’intera classe dirigente, altrettanto complice, si è riciclata sotto lo slogan del sovranismo. Andando a grattare, riemergano gli stessi mediocri personaggi e la stessa classe dirigente creata, allevata e coccolata dai tanto vituperati colonnelli a cui hanno leccato le suole delle scarpe in un passato non troppo remoto e che ora si cerca di rimuovere frettolosamente, anche dal simbolo. Piccoli funzionari di partito che devono ogni millesimo della propria carriera al servaggio di corrente, congressuale ed elettorale, in favore di quegli stessi personaggi di cui ora disconoscono la paternità biologica, con estrema nonchalance. 

Nell’economia e nella politica estera danno il meglio di sé: ieri i più asserviti e proni sostenitori di ogni teoria di liberismo selvaggio, in una gara al ribasso con i fighetti cugini maggiori di Forza Italia, ora sbandierano vaghi e improbabili slogan nazional-popolari; ieri i più feroci e rabbiosi sostenitori di ogni azione di politica estera decisa a Washington (guerre in Afghanistan e Iraq su tutti), ora si sperticano contro la guerra alla Siria e al fianco della Russia, perché “combattono il terrorismo islamico”. “La nostra politica estera sarà completamente diversa da quella fatta finora”, proclama un’assertiva Meloni davanti ai suoi patrioti. Peccato che la politica estera che declama con tanta enfasi si limiti, con tutta la mediocrità ostentata negli ultimi vent’anni, ad agitare lo spettro dell’islamofobia più gretta. E così, i “patrioti”, eredi di una fiamma che sembra più fuoco fatuo, costruiscono tutta la loro retorica in funzione anti-islam, senza definire minimamente il concetto di “interesse nazionale”. Bislacca carenza per chi si definisce patriota e sovranista. Il che, effettivamente, rappresenta una inconscia linea di continuità rispetto alla stagione inaugurata da Bush Jr nel 2001 e di cui, ora, si dicono nominalmente avversari.

Ma cos’hanno in comune i seguaci della Meloni e i gregari di Grasso? Molto, sia nel contenuto sia nel metodo. L’assenza di ogni critica sostanziale al dogma del capitalismo finanziario e l’approccio ideologico in assenza di ogni ideologia. A sinistra, una generica lotta per i diritti civili in favore di minoranze privilegiate. A destra, proclami contro l’islamizzazione e per l’identità (ma guai a chiedere “quale” identità). Ecco i due punti qualificanti che, a ben vedere, sono perfettamente compatibili rispetto al dogma del pensiero unico. Due posizioni assolutamente complementari tra loro nell’ottica dell’universalismo occidentalista che disprezza, da un lato, gli ultimi residui di un mondo passato e, dall’altro, teme ogni istanza anti-materialista. Insomma, a destra come a sinistra, il mediocre si ricicla nel mediocre, e tutto si ricicla perché niente cambi.