È oggi il giorno giusto per parlarne, non ieri. Ieri, Aldo Moro – uno degli animali politici più imponenti della storia d’Italia – meritava un laico, cristiano e iperbolico omaggio da martire. Lui, assieme a cinque uomini semplici, di cui quasi mai si ricorda il nome: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino; giovani servitori dello Stato. Aldo Moro lo meritava, vuoi per la solitudine metafisica attraversata nei suoi cinquantacinque giorni di buio nella Prigione del Popolo, vuoi per l’abbandono di un governo lesto a trattare con Cosa Nostra, maldestro a trattare coi brigatisti. Un uomo privato della sua maschera accecante.

Stop. Oggi però parliamone sul serio. Partiamo dalla frase più mostruosa di tutte: «qualcuno è morto “al momento giusto”». Pensiero perforante issato nelle viscere de La provincia dell’uomo, opera ligia dell’assolata penna di Elias Canetti. Dopo la morte di Moro nasce una Commissione d’inchiesta parlamentare sul fattaccio cominciato in via Fani, Roma, e terminato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, il 9 maggio 1978, in via Caetani, Roma. La città eterna, come sempre, caput mundi. La realtà è un’altra: l’unica inchiesta seria offerta al popolo italiano è L’affaire Moro di Leonardo Sciascia. Quanti tarli dormono sinuosamente sotto le venature del pamphlet da giornalismo d’autore: no, non ci si lascia andare alla sbrigativa idea che le BR hanno catturato il leader della destra italica per “colpirne uno educandone cento”. Rientrano le suggestioni sulla CIA, che odiava profondamente l’idea di Compromesso Storico avanzata da Moro verso i comunisti, in procinto di co-governo al centro di un Paese strategicamente capitale per gli assetti della Guerra Fredda. L’Italia, nel piombato ’78, sotto scacco del bipolarismo mondiale. Non bastano le ironie di Guareschi tra Don Camillo e Peppone per addolcire la pillola: ogni passo politico, anche il più fesso, passava a destra dalla Casa Bianca e a sinistra dall’URSS. Ma concentriamoci sull’epopea del tragico protagonista. Giorgio Gaber urla elegantemente così, in Io se fossi Dio:

[…] io se fossi Dio quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio

c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire

che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana

è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana.

Il Lider Maximo della Dc, Aldo Moro, co-responsabile di un Boom Economico che ci dava in pasto a un consumismo di matrice stelle e strisce. Un’ondata di governance keynesiana, che ha dato adito nei propri ranghi alla corruzione politico-economica più grande di sempre. La Dc ha flirtato con Cosa Nostra, ha ampliato la forbice di benessere sociale e culturale tra Nord e Sud, ha generato un’élite che è ancora in vita – non si è estinta nemmeno con Tangentopoli – e si è profondamente compiaciuta nel farlo. La Dc, e il suo padrone naturale, Aldo Moro, hanno creato un linguaggio classicisticamente innovativo: “Il politichese”. Misticismo allo stato puro, roba per professionisti della comunicazione filosofica. Certo la Scuola di Atene avrebbe avuto la nausea ad ascoltarlo. Non sono mica le tre-quattro stupidate dei politicanti da talkshow odierni. E per quanto i mortiferi Giulio (Cesare) Andreotti, Bettino Craxi e coevi picconatori ci abbiano provato, quello di Moro è il più vincente di sempre. Vuoi per il basso profilo, vuoi per la ragione cristiana, vuoi per l’aplomb tra il crociano e il manzoniano.

Il linguaggio misterioso di Aldo Moro, la punta dell’iceberg da loggia, che celava magistralmente un micro-universo placcato in oro, nel quale volteggiavano affaroni internazionali e nazionali, giochi di potere che farebbero arrossire anche Michel Foucault. Un’incomunicabilità funzionale, come quella perpetuata dai padroni terrieri (e clericali) del Medioevo, che maneggiavano il latino col fine di schernire giocosamente le popolazioni non istruite. Basterebbe questo per capire la potenza incessante che “lo statista di Maglie” disponeva nelle mani. Egli era il re acclarato della scacchiera politica. Leonardo Sciascia cita splendidamente, all’aurora Affaire, un’illuminante articolo di Pasolini, apparso sul «Corriere della sera» il primo febbraio 1975 e intitolato Il vuoto del potere in Italia:

«Come sempre» dice Pasolini «solo nella lingua si sono avuti i sintomi». I sintomi del correre verso il vuoto di quel potere democristiano che era stato, fino a dieci anni prima, «la pura e semplice continuazione del regime fascista». Nella lingua di Moro, nel suo linguaggio completamente nuovo e però, nell’incomprensibilità, disponibile a riempire quello spazio da cui la Chiesa cattolica ritraeva il suo latino proprio in quegli anni. E non poteva dirsi uno scambio, una sostituzione? E poi, lapalissianamente: il latino è incomprensibile per chi non sa il latino. Pasolini non sa decifrare il latino di Moro, quel «linguaggio completamente nuovo»: ma intuisce che in quella incomprensibilità, dentro quel vuoto in cui viene pronunciata e risuona, si è stabilita una «enigmatica correlazione» tra Moro e gli altri; tra colui che meno avrebbe dovuto cercare e sperimentale un nuovo latino (che è ancora il «latinorum» che fa scattare d’impazienza Renzo Tramaglino) e coloro che invece necessariamente, per sopravvivere sia pure come autonomi, come maschere, dovevano avvolgervisi. In questo breve inciso di Pasolini – «per una enigmatica correlazione» – c’è come il presentimento, come la prefigurazione dell’affaire Moro.

Oggi le celebrazioni sono terminate, oggi si può parlare seriamente. Un martirio genera rispetto: è umano, è automatico. Un martirio, però, non riscrive la storia: non si tratta di revisionismo o di pleonastici sventolii sinistrosi: bisogna giudicare asetticamente gli eroi, gli anti-eroi e i baroni della mirabolante storia di Aida. Chi muore va nel carme, chi vive deve saper leggere l’orizzonte, essendosi guardato “giustamente” (?) indietro: lo diceva anche Albert Camus, un perfetto estraneo della vicenda Moro: «Vivere è verificare».