Da pochi giorni è filtrata la notizia che le indagini sul caso Regeni, partite per volontà della procura di Roma e coadiuvate da alcuni uffici di Scotland Yard, si sono finalmente dirette verso il prestigioso ateneo di Cambridge per ricercare la verità sull’ignominioso evento avvenuto fra gennaio e febbraio di due anni addietro. Una persona in particolare viene oggi posta sull’ardente graticola degli inquirenti: la dottoressa Maha Abdelrahman, ex tutor di Regeni e nota autrice di libri sulla società e la modernizzazione dell’Egitto. Secondo quanto è stato riportato, gli inquirenti hanno interrogato la professoressa di sociologia per alcune ore, successivamente hanno provveduto ad un massiccio sequestro di materiale tecnologico sia dall’ufficio che dalla casa della dottoressa.

Sia la docente che l’ateneo si sono finalmente esposti sulla questione, manifestando per la prima volta una ferrea volontà a cooperare e a collaborare per poter coadiuvare ed accelerare le indagini sul triste caso. E mentre si continua a scandagliare un fondo senza una vera e propria fine, l’università di Cambridge, quasi volesse ammansire i tumultuosi spiriti degli studenti, dei cronisti e degli ufficiali preposti alle ricerche, conferma l’oramai usuale fiaccolata in memoria del brutale omicidio. Addirittura è arrivata a paventare la possibilità di creare una borsa di studio a nome di Giulio Regeni: la speranza è che non sia destinata ad approfondimenti sul sindacato egiziano, verrebbe da dire.

Nonostante l’apertura dell’ateneo britannico e della sua esponente, il torbido rimane ben tangibile e anzi, sembra essersi espanso ed addensato: che la scelta di andare al Cairo fosse da imputare direttamente a Regeni non può essere confermata in modo totale, bensì l’ambito di studio e specializzazione della dottoressa Abdelrahman fa pensare esattamente al contrario. Quali interessi vi sono dunque dietro il viaggio di ricerca di Giulio Regeni? Questa una delle numerose domande a cui gli investigatori non sanno neppure abbinare una teoria accertabile.

Il sindacato egiziano degli ambulanti punta il dito su Cambridge, la dottoressa Abdelrahman appare poco incisiva e fumosa, le contraddizioni che escono fuori dall’interrogatorio – Regeni fu infatti caldamente invitato a dedicarsi a tale ricerca – e uno strano intreccio-scontro di politica interna fra militari e Fratelli Musulmani, rendono nuovamente calda la pista de “l’agnello finito dritto nella tana del lupo”. Un vero e proprio rito sacrificale più che una tragica fatalità. Lo stesso presidente al-Sīsī, coronato plenipotenziario dopo un breve periodo di transizione, si mostra assai ambivalente: egli millanta ai nostri inetti politicanti promesse di collaborazione, salvo poi incarcerare l’avvocato della famiglia Regeni in Egitto, ritenuto un pericolo per la stabilità del regime.

Siamo ancora lontani dall’avere risposte chiare e precise sulle reali motivazioni che spinsero Giulio Regeni ad imbarcarsi per questa rischiosa ricerca. Ciò che ci appare evidente sono solo le modalità brutali e i continui rimpalli. Come spesso capita per i casi italiani, le verità tendono sempre ad essere insabbiate ed oscurate, ma stavolta tutto sembra diverso: elementi che fanno sperare ci sono, come vi sono anche determinate volontà di far luce sui brucianti eventi di quelle fredde nottate egiziane. Mentre il tempo galantuomo passa, possiamo continuare a dubitare di quei servizi, fra Egitto e Regno Unito, spaventosamente goffi nel silenziare il giovane friulano e che oggi, plausibilmente, depistano e ritardano le indagini. Altro che verità, possiamo pure scordarcela al momento: solo la procura di Roma sembra avere quel doveroso rispetto per la salma deturpata e per quella famiglia denigrata e nell’occulto spernacchiata.