Immobile dinanzi a Lilli Gruber, ecco il mortal sospiro sul destino dei flussi migratori emesso da Teresa Bellanova, ex bracciante agricola e brillante sindacalista CGIL cooptata dai Democratici di Sinistra in tempi non sospetti, fresca di nomina a capo del Ministero delle Politiche agricole alimentari. Senza mezzi termini, e con l’ardito piglio di chi da anni ha preso la cattiva abitudine di parlare con i padroni anziché con i lavoratori, ha espressamente sdoganato il futuro prossimo di coloro che – a rischio della propria vita e sacrificando i miseri averi nella terra natia – sbarcheranno in Italia, celando dietro un vivace ed accogliente pacifismo l’ennesimo cambio di destinazione d’uso dei porti italiani: da chiusi ad aperti, con la malcelata prospettiva che da aperti diventino franchi.

Tenga conto che mentre venivo qui ci sono state delle imprese che mi hanno chiamato per dirmi una cosa semplicissima: che senza flussi migratori ben regolati molte delle nostre produzioni marciscono nei campi,

dichiara Bellanova. Proprio così: per chi quei campi li ha calcati davvero, adesso sono i raccolti a marcire, non le persone, nonostante la virtuosa missione sindacale dei braccianti nasca per l’emancipazione dei lavoratori, perché alla produzione – nella Repubblica Italiana – ci hanno sempre pensato autonomamente le imprese. Adornata dalla buffa e ridondante richiesta di politiche inclusive a livello europeo dei migranti – sommessa litania che quando viene sottoposta al giudizio popolare sfocia in fenomeni come la Brexit, considerato che il Vecchio Continente è carente di lavoro e non di lavoratori – il ministro lamenta anche il cambio di rotta dei lavoratori polacchi diretti in Germania, segno evidente che la sua vocazione sindacale è rimasta ferma agli anni Novanta, essendo la Polonia divenuta nel frattempo la settima economia dell’Unione Europea con un PIL che continua a crescere di anno in anno.

Dal teorema dei porti l’unica formula che si ricava è quella che determinati padroni – i cui interessi sono curati dagli esponenti governativi di turno, dei quali non mancano mai i numeri in rubrica – hanno un maledetto bisogno di manodopera giovane e non specializzata. Un ricambio continuo – reclutato via mare – che consenta di fagocitare quel che resta della piccola-media impresa sotto il segno del dumping salariale, impedendo agli ultimi arrivati di esercitare un minimo arbitrio sul proprio destino e circuendo l’opinione pubblica con la fiaba che l’immigrato possa sviluppare il proprio intelletto raccogliendo ortofrutta in un clima di solerte vigilanza, lavorando in nero nell’attesa beckettiana che venga riconosciuta la sua richiesta di asilo politico.

È un’operazione piuttosto semplice quanto meschina quella di mettere l’immigrazione al centro della propria agenda politica senza rilanciare fattivamente le politiche del lavoro e la cooperazione internazionale in ottica territoriale. Tornando all’esempio della Polonia, citata dal ministro Bellanova, sebbene sia spesso mediaticamente apparsa nel listone dei cattivi maestri di accoglienza insieme ai paesi del blocco orientale di Visegrád, nessuno racconta della grossa quota di cittadini ucraini emigrati e rimasti permanentemente nel paese a seguito della guerra nel Donbass. Sebbene costoro svolgano spesso e volentieri i lavori più umili, il solo fatto che provengano da un paese con un’ossatura di stato sociale e assistenzialismo ereditata dal periodo sovietico – lontana anni luce da alcune zone tribali del continente africano – non li pone in correlazione ad una problematica di sicurezza sul territorio, proprio perché i temi di propaganda hanno lasciato spazio a quelli del lavoro pagato e garantito, di sviluppo e convivenza pacifica.

Il governo italiano, invece, con la dolosa distorsione del concetto di soccorso con quello di accoglienza, continua a rendersi complice di violenza privata ai danni dei propri cittadini, eleggendo il capitale quale unico interlocutore e lasciando a distanza di sicurezza le parti sociali, libere di scannarsi vicendevolmente per un contratto di lavoro o un alloggio popolare. Questo opprimente giogo traina tutti verso il baratro, inclusi coloro che dopo lo sbarco nei porti aperti voluti dai padroni continueranno a condurre un’esistenza marginale e disumana, privi come sono di una visione generale dei fatti e di un impulso alla ribellione che non sia recintabile in qualche fattispecie penale, da dare in pasto agli squali dell’opinione pubblica. A margine di tutto ciò, cosa dire del ministro Bellanova e dei suoi predecessori imprese-friendly? Che ci troviamo in una fase terminale dei partiti, relegati a semplici interlocutori morenti dei potentati che vorrebbero contrastare, o che – come nel caso della stessa Bellanova – hanno contrastato in gioventù. Una fase dove la politica, da nobile arte di governo di una società quale dovrebbe essere, diviene una arida terra di mezzo senza sbocchi, senza progetto che non sia altro che abitarla.