È impressionante constatare il fatto che durante i talk politici e le tribune in generale sia improbabile assistere a un affondo serio dal PD a Forza Italia e viceversa.

In effetti non li si può biasimare: sono forze politiche che hanno condiviso la drammatica e disastrosa parentesi di governo che ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle. Risulterebbe complicato a chiunque criticare quelli che, persino oggi che siamo in campagna elettorale, sono i compagni di coalizione e di sostegno ad un comune esecutivo.

E difatti si assiste al curioso teatrino delle stilettate tra alleati: Berlusconi propone Salvini come ministro; Salvini lo propone a Berlusconi; la Meloni chiede a Berlusconi di firmare un accordo col quale si impegni a non inciuciare con Renzi; Berlusconi dice in TV che la Meloni è malfidata; Berlusconi vuole un europeista autorevole a Palazzo Chigi; Salvini vuole uscire dall’euro e in solido con la Meloni non parrebbe nutrire simpatia per i “neri che verrebbero dall’Africa solo per stuprarci le donne“; Grasso ritiene che la questione morale si ponga nel PD; il PD rivendica le riforme in materia di lavoro che hanno tra le tante causato la fuoriuscita dei “dissidenti” (si fa per ridere…) di Liberi e Uguali. E si potrebbe continuare.

Tutto questo produce un effetto drammatico, non soltanto in termini di politiche pubbliche (le quali dettate dall’inciucio PD-FI non possono che essere di infima qualità), ma anche e soprattutto sull’anima stessa della politica: l’opinione pubblica.

L’opinione pubblica è essenziale per la salute di un sistema politico: lo controlla, lo critica, lo pungola, lo condanna. L’assenza di opinione pubblica certifica un dissacrante scollamento tra il politico e la gente e questo non è bene, mai. Il fatto è che l’opinione pubblica è stata disorientata dall’assenza di un chiaro orientamento politico negli ultimi governi e la stessa assenza svuota di senso politico le attuali coalizioni che si candidano alla guida del paese. Questo è appunto assolutamente essenziale: che il prossimo governo abbia un chiaro orientamento politico. Che esso sia di destra, di sinistra o chiaramente antisistema (prospettiva assai malamente rappresentata da Di Maio).

Può far male a chi scrive e a qualcuno che legge, ma forse un governo di destra è proprio quello che ci vuole per un paese che ha un così profondo e sofferto bisogno di sinistra: un governo di destra è quello che ci vuole per risvegliare lo sdegno di chi vede il malcapitato Casini come un pugno nell’occhio in una coalizione di centro-sinistra; un governo di destra è quello che ci vuole per ridestare il livore partecipativo di chi rabbrividisce nel vedere un partito che si definisce “popolare” alleato con quello che dovrebbe ereditare la tradizione comunista italiana. Un governo di destra potrebbe certamente rimettere in moto le parti sociali: il mondo sindacale (quantomeno in relazione alle dormienti e sempre più amorfe confederazioni), quello dell’associazionismo politicamente impegnato, quello del movimentismo spontaneo (quanto lo vorremmo vedere un bel girotondo alla Nanni Moretti!).

Abbiamo bisogno di Berlusconi: perché Scalfari riprenda il senno; perché Santoro torni a fare una trasmissione televisiva decente; perché un Cofferati qualsiasi porti in piazza qualche milione di persone; perché si scenda a manifestare in difesa della Costituzione e della libertà; perché si torni a urlare “se non ora quando” in difesa della dignità delle donne; perché nelle scuole, nelle università e nei luoghi del sapere si torni a confrontarsi vivacemente in difesa della pace e contro le guerre.

Abbiamo bisogno di un male per così dire “evidente” per risvegliare l’opinione pubblica e la voglia di partecipare. Perché il male che oggi ci affligge e quello che non inverosimilmente potrebbe tornare a farlo nella prossima legislatura è molto meno appariscente, molto più calmo, pacato, soporifero e nello stesso tempo fatale: si chiama grande coalizione, si chiama governo di responsabilità nazionale.