Personalmente credo che l’Europa abbia bisogno di immigrazione regolare. Per vari motivi: perché ci siamo presi un impegno, perché è un modo per combattere quella illegale, ma anche perché ci serve dal punto di vista economico e demografico”. Così l’alto rappresentante UE per la politica estera introduce il vertice di Abidjan tra Africa e vecchio continente, attraverso un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa. “Investire nella gioventù per uno sviluppo sostenibile”, è il cliché scelto per la V edizione del summit che nella due giorni della capitale Ivoriana vedrà coinvolti 84 diversi paesi.

Risolvere alla radice le cause delle migrazioni è il tema preponderante, dunque evitiamo farseschi esercizi di stile e tiriamo senza remore uno schiaffone alla retorica globalista prendendo a riferimento l’Africa occidentale: nel 2014 gli stati di quest’area sono stati costretti a siglare un accordo di libero scambio (EPA) con l’Unione Europea, strappato dietro la minaccia di un atteggiamento di chiusura dei mercati del vecchio continente nei confronti dell’export africano. Gran parte di questi paesi, ben dodici, sono economie in via di sviluppo, quindi fragili e non ancora in grado di reggere elevati livelli di competitività con l’estero. Se fino all’avvento del WTO questi avevano potuto beneficiare di libero accesso ai mercati europei senza essere obbligati a prestare le medesime vantaggiose condizioni ai 28 dell’UE, il 30 giugno del 2014 dodici stati dell’Africa occidentale hanno firmato l’accordo sotto la pressione di Bruxelles, aprendo così le porte all’export indiscriminato del vecchio continente.

All’interno della sua massima opera “Bad samaritans: the myth of free trade and the secret history of capitalism” l’economista sudcoreano Ha-Joon Chang evidenzia come due massime potenze del libero scambio, Stati Uniti e Inghilterra, abbiano sostanzialmente fatto uso del protezionismo per sviluppare il proprio settore industriale e manifatturiero, evitando così una svantaggiosa competizione straniera. Forti barriere all’ingresso per prodotti manifatturieri finiti e bassi dazi per l’import di materie prime sono un’invenzione inglese del XVIII secolo (la corona abbraccerà le teorie del libero mercato soltanto un secolo più tardi, una volta affermata come potenza manifatturiera), anche se oggi qualcuno sembra essersene dimenticato.

Lo stesso Alexander Hamilton, primo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti d’America, teorizzò la cosiddetta “infant industry argument” per lanciare l’economia statunitense, conscio che un sistema industriale nei suoi primi momenti di vita ha bisogno di essere protetto da un eccesso di competitività sui mercati esteri. Chang non ripudia acriticamente il mercato invocando la costruzione di muri permanenti tra i confini delle varie nazioni, tutt’altro: egli ritiene che lo sviluppo economico di un paese sia suscitato in primis da un corretto equilibrio tra protezionismo e apertura ai mercati esteri, concetto sintetizzato attraverso il suo inconfondibile stile:

Trade is simply too important for economic development to be left to free trade economists

La miopia politica dell’UE schiaccia i mercati dell’Africa occidentale, non solo per via di quest’accordo di libero scambio spezza-gambe per le economie emergenti dell’area, ma anche per la replica su scala ridotta delle stesse politiche presenti nell’eurozona: anche Benin, Guinea-Bissau, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo “beneficiano” di un’unione monetaria (West African Economic and Monetary Union) nella quale l’aggancio del Franco FCA all’euro consente ai francesi di mantenere una certa egemonia di stampo post-colonialista sull’area, di un “Patto regionale di convergenza, stabilità, crescita e solidarietà” (altra bieca imitazione del nostro patto di stabilità), strette sull’inflazione, sul debito pubblico, senza dimenticare le solite e immancabili condizionalità di FMI e Banca Mondiale capaci d’imporre riforme e tagli alla spesa.

Qualsiasi ipotetica speranza legata alla crescita economica di questi stati è dunque debellata: la logica mercantilista dei paesi del nordeuropa trova un nuovo mercato di sbocco per i propri insensati eccessi di produzione, si frena concretamente ogni possibilità di sviluppo per l’Africa occidentale grazie ad aggressività commerciale e a forti vincoli sulla spesa. Mentre queste dinamiche vengono oculatamente nascoste sotto il tappeto del dibattito odierno, la fanfara propagandistica ha mutato forma nel giro di un solo anno: dal fantasioso “bisogna accoglierli tutti” siamo precipitati nel fuorviante “aiutiamoli a casa loro”. Lunga vita ai popoli africani e alla vera autodeterminazione dei popoli.