Povera sinistra, verrebbe da dire. Bistrattata in ogni dove, e ora, come se non bastasse, praticamente sul lastrico. Eh si, perché vincere o perdere le elezioni non è solamente un fatto di potere ma anche di soldi, tanti soldi. Perché se è vero che da quando sono stati aboliti i rimborsi elettorali (che avevano sostituito il vecchio finanziamento pubblico) i partiti hanno dovuto tirare un po’ la cinghia, non si può negare che rimane sempre il parlamento a distribuire milioni. In base alla rappresentanza parlamentare fuoriuscita dalle urne, i singoli partiti si vedono assegnare quasi quarantamila euro per un deputato e sessantamila per un senatore.

Allo stato attuale delle cose non serve una laurea in matematica per capire quale sia la situazione finanziaria dei partiti di sinistra. Tralasciando forme più o meno lecite di finanziamento, c’è da mettersi le mani nei capelli. Il PD è passato dai 19 milioni della scorsa legislatura agli attuali 8,5. In percentuale stessa debacle per LeU che al senato sarà costretto ad aggregarsi al gruppo misto se vuole percepire il minimo sindacale. Addio sedi di partito, addio stuoli di portaborse ecc.? No, non scherziamo. I singoli deputati possono sempre contare sui 5000 euro di indennità mensile, i 3000 di diaria per il soggiorno romano e i 3600 per pagare staff e collaboratori, insomma, non è la fine di Sodoma e Gomorra ma conviene lo stesso non guardarsi in dietro.

Inevitabilmente, la macchina amministrativa dello schieramento di sinistra subirà un’evidente contrazione. Sono finiti i tempi del giglio magico e delle leopolde, sono finiti i tempi della smargiasseria e della superiorità culturale sinistrata. Il progressismo, almeno alla luce del sole, non potrà più elargire mancette ed essere usato come una vacca da mungere per tutti quei personaggi che vivacchiano sotto le sue sottane. Più di qualcuno dovrà trovare sul serio un lavoro per campare, e per questa volta, solo per questa volta, non possiamo che gioirne.