Lo sappiamo da tempo, l’Italia è quel paese detentore di alcune delle più incredibili meraviglie al mondo, ma per sua stessa natura, non può essere l’eccellenza globale che è, senza i suoi tenebrosissimi lati oscuri. Dall’ambito storico e politico fino a quello paesaggistico, molte sono le zone d’ombra che si gettano sul paese delle mezze verità. Neanche fossero schiavi di una cava o prigionieri di guerra di tempi che furono, i giovani tirocinanti degli atenei nazionali sono sballottati a destra e a manca, simili a bandiere sventolate ad un vento troppo forte, capace solo di sbrindellarle drasticamente. In questo preciso ambito, si vedrà come la figura dello storico e archeologo, attivissimo studioso sul campo, diviene inconsapevole vittima di un sistema che lo vuole già pronto a spezzarsi la schiena per un raffermo tozzo di pane. Gli araldi della nostra più profonda e viscerale cultura nazionale sono ad oggi il prototipo perfetto della bassa manovalanza, l’utile sgobbino che si accontenta della manciata di crediti formativi e di una menzione curricolare. Non si può generalizzare: in molti sono i docenti e i responsabili accorti, consapevoli, rammaricati, tuttavia essi poco possono fare nei confronti di un sistema incancrenito nel profondo, interrato quanto i più reconditi e nefasti segreti di questo nostro sventurato suolo.

Nonostante il generale disastro, una minima volontà c’è, ma questa è a sua volta soppiantata dall’inevitabile tragicità dei fatti. Foro Romano, cuore pulsante della prisca ed egemonica civiltà: fra il Tempio dei Divi Antonino Pio e Faustina e il Tempio del Divo Valerio Romolo, si innesta timido l’arcaico sepolcreto, già oggetto di studio e scavi dell’impavido Giacomone Boni. I numerosi interri e riempimenti, databili fra gli anni venti e gli ottanta del novecento, hanno stratificato un’area più che centrale della romanità, rendendola testimone di che cosa è l’Italia contemporanea e per riflesso, che cosa è diventata la sua società. Dalle monete monarchiche e di epoca fascista, fino ai cocci protostorici e alle maioliche moderne, tutto rientra nella normalità, ma eserciti di mostri sono in agguato: ecco che si palesano, scavando e setacciando quelle fette confuse e disordinate, le lattine di bibite gassate tipiche di una certa società d’oltreoceano. E ancora arrivano a frotte oggetti di plastica d’ogni sorta, dal soldatino fino all’indistinguibile utensile, oramai sfatto dal tempo. E fra l’incredibile ritrovamento, a circa un metro di profondità, di una bottiglia di plastica ricolma di piscio stantio e il miracoloso ritrovamento di bossoli di mitragliatrici, eccolo che fa capolino, l’amico di ogni ignaro operaio di fabbrica e cantiere: l’eternit.

Numerose sono ancora le quantità di tale materiale tossico che sono state ritrovate in simili scavi. Nel caso in questione, i responsabili mai si mostrarono particolarmente allarmati – la resa e lo sconforto erano percepibili, d’altro canto tutti conoscono come funzionano le cose dalle nostre parti – benché meno si sentì toccata la gargantuesca Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, meglio nota agli addetti come SSBAR – acronimo per “Stamo Sempre ar BAR” – il megagalattico carrozzone burocratico responsabile di mille e più inefficienze. Su una cosa possiamo essere sicuri – responsabili di scavo annessi – l’interro di plastiche, immondizie varie e dulcis in fundo amianto, non può che essere ricondotto a quella stessa realtà amministrativa che per sua funzione, dovrebbe preservare e bonificare le aree in questione e che invece, senza troppa sorpresa, inquina e deturpa bellamente.

SSBAR è il pappone della meretrice Roma, trombata e affamata per il malato gusto di lucrarci sopra

Le sorprese non finiscono qui. Portus, nucleo portuale marittimo, fratello della vecchia sorella fluviale Ostia. Dal Divo Claudio e dal suo successore Nerone fino al Divo Traiano, questo luogo è stato uno snodo più che vitale per l’approvvigionamento di grano e altre materie prime: da tutto il mondo mediterraneo, navi da carico giungevano per rifornire di grano, cereali e altro ancora i grandi magazzini altamente sofisticati di Portus, ancora oggi, seppur deteriorati dal tempo, limpida testimonianza dell’altissima efficienza tecnologica, amministrativa e burocratica romana, una realtà organizzativa atta a distribuire le ricchezze dell’Impero, da Roma in tutta l’Italia. Avremmo visto uomini forzuti, detti saccarii, ordinatamente susseguirsi uno ad uno e riempire i magazzini d’ogni bene, mentre panciute navi, oramai sfacchinate le merci, si sarebbero avviate verso il grande porto esagonale del Divo Traiano. Questa splendida oasi boschiva e lacustre di settanta ettari circa, fra il sublime artificiale e l’irresistibile naturale è divenuta oggi meta di studi e scavi archeologici, nonché di visite didattiche per scolaresche. Detenuta prima dai Torlonia e poi dagli Sforza-Cesarini, gran parte dell’area è stata strappata alla casa nobiliare – ancora detentrice del porto esagonale e di alcuni ettari di terreno – per finire nelle nazionali mani dell’ennesima soprintendenza.

Una coraggiosa, audace e dinamica equipe di archeologi – la cui nazionalità ed appartenenza accademica non verrà rivelata per ovvi motivi di sicurtà e privatezza – sta ad oggi scavando in tale area, con l’intento di riportare alla luce il grande molo porticato del Divo Claudio, uno dei fiori all’occhiello dell’intero complesso monumentale. Dedizione, passione e necessaria impazienza di adornare di ricchezza la nazione e l’intero mondo mediterraneo ed europeo con una simile scoperta, hanno condotto i nostri ai soliti, preliminari e sconfortanti ritrovamenti. Fra le ancora visibili bitte del molo e i suoi frangiflutti, oggi immersi nel verde dei campi e degli alti, riaffiorano prepotenti, bulletti figli di buona donna, i tragici segni dello sfrenato turbocapitalismo e del più forte menefreghismo culturale: sacchi e taniche di plastica, tappi di bottiglie, cartacce di merendine e caramelle, cannucce e vetri rotti, ma soprattutto, per l’imperitura salute e felicità nostra, il sempre amico cancerogeno eternit.

Non ci dobbiamo stupire: solo nel 1992 abbiamo reso illegale l’utilizzo e la vendita di un simile materiale, quando già in tutta Europa da molti decenni prima tutti sapevano gli effetti collaterali che provocava. Soprintendenze e privati, pur di non essere sottoposti alle complicate procedure di bonifica, hanno sempre preferito affossare, anziché denunciare. Ancora una volta, la disonestà e la collusione hanno vinto sulla rettitudine e la cura per il domani delle future generazioni, di quei bambini che oggi, si aggirano per i meravigliosi querceti e lecceti di Portus, ignari di quel che i loro custodi stanno rinvenendo. Un caso tutto italiano dunque, ove giovani che concretizzano le loro speranze, nei contesti più affascinanti e suggestivi d’ogni dove, si ritrovano a dover rischiare la propria salute, in nome di una Storia e di una Patria, che forse mai li vorrà riconoscere come propri figli.