Zdzisław Beksiński nasce nel 1929 a Sanok, un piccolo centro nel Sud della Polonia. Sin dall’età degli studi deve fronteggiare condizioni politiche e familiari particolarmente ostili: prima consegue il diploma in un liceo classico clandestino, poi, costretto dal padre, frequenta il corso di architettura presso l’Università di Cracovia ottenendo, subito dopo la laurea, il posto di supervisore dei cantieri edili della sua città di nascita. Un mestiere che detesterà profondamente, e di cui si libererà poco tempo dopo. Alla fine degli anni cinquanta inizia tuttavia una carriera artistica straordinariamente innovativa nel campo della fotografia, con scatti in rigido contrasto con la repressione del governo comunista. Si dedica poi alla scultura ed infine alla pittura ad olio, con creazioni che gli valgono il titolo di “Miglior artista dei primi trent’anni della Repubblica Polacca”.

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Untitled_painting_by_Zdzislaw_Beksinski_1984Le opere di Beksinski sono descritte come “incubi surreali”, “paesaggi spettrali”, inevitabilmente figlie e vittime di una drammaticissima esperienza vissuta dall’autore. Quella del pittore polacco è infatti un’arte straordinariamente tragica ed emotiva, partorita da avvenimenti singolarmente violenti che caratterizzarono prima ancora che la carriera, la sua stessa vita. Leggenda vuole che Beksinski, appena quarantenne, abbia trascorso tre settimane in coma (oltre che parecchi mesi in convalescenza) in seguito ad un tremendo incidente d’auto su un passaggio a livello non custodito. Diciotto anni più tardi, perde la moglie; la vigilia di Natale del 1999 si suicida il figlio Tomasz, noto conduttore di Polskie Radio. Se tragica fu la sua esistenza, è difficile pronunciare parole diverse sulla sua scomparsa; il 2 Febbraio 2005 l’artista polacco muore sotto i colpi di diciassette coltellate, ricevute dal diciannovenne figlio del maggiordomo a cui aveva negato un prestito di circa cento dollari.

zdzislaw_beksinski_1979_2“Vorrei dipingere come se fotografassi sogni” affermò durante il suo “periodo fantastico”, un quindicennio particolarmente fertile per quantità e qualità delle rappresentazioni. È interessante rilevare che Beksinski non diede mai un titolo alle sue opere, classificate tutt’al più con codici o sotto descrizioni anonime. Queste, generalmente di grandi dimensioni, sono state spesso avvicinate e confrontate con quelle di Ernst Fuchs ed Alfred Kubin, pur presentando caratteri straordinariamente specifici e lontani da qualsiasi paragone o tentativo di categorizzazione. Oggetti, persone, paesaggi sono “scheletrizzati”, resi aridi e corrosi da un tempo che sembra attraversarli, impregnarli ed infine sventrarli della dimensione stessa della possibilità. Beksinski fotografa Il “sublime kantiano” di una natura monumentale e apparentemente pronta ad inghiottire l’osservatore, resa con un utilizzo della luce e del chiaroscuro ritenuti spesso degni di un assoluto maestro quale William Turner. Curioso constatare poi che il processo di creazione, per l’artista polacco, non poteva avvenire se non rigorosamente accompagnato dalle suggestività della musica classica. Il risultato è un’arte del tutto priva di simbolismo o di mediazione, lontana da ogni forma di narrazione e concentrata su un’espressività immediata e travolgente.

Beksinski è stato insomma per le arti visive ciò che Giacinto Scelsi, György Ligeti furono per la musica: il risveglio della dimensione più inquietante e celata dell’individuo; non il puro esercizio del macabro e dello spettrale, ma la rivelazione di un’emotività atomistica e impenetrabile, mai popolare, sempre staticamente in moto.