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Talento innato, ma ancor più smisurate la volontà e la dedizione per il proprio mestiere, Francesco Montanari ha spazzato via da sé la superficiale assimilazione al Libanese, schiavo né del personaggio né della celebrità, alternando da sempre la carriera cinematografica e televisiva al palcoscenico teatrale, primo amore cui mai ha rinunciato. L’ aspetto inconfondibile, voce tenebrosa dal marcato accento romanesco, il passo fermo e lo sguardo fendente, ma il volto disteso, pacato lui nei toni e garbato nei gesti: al di là di una prima superficiale impressione, identificarlo come il Libanese, il ruolo che lo ha consacrato ad icona, è certamente impossibile. Timido no, semmai riservato, non un duro dal cuore d’oro, ma un animo nobile che gioca, per mestiere, a fare il duro. E come lui stesso ha avuto modo di chiarire: “Più che altro è un pregiudizio delle produzioni: te chiamano poi pe’ fa sempre quella cosa, quel ruolo!”. Ed è nella pausa tra le prove del suo ultimo spettacolo, Aspettando Godot diretto da Filippo Gili, che in un tranquillo sobborgo romano, allo Spazio Diamante sulla Prenestina, si concede letteralmente ad un breve faccia a faccia, poiché nessuna distanza interpone tra sé e chi gli parla, nessun vezzo, né una sola smorfia: un professionista generoso, un antidivo sincero.

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Francesco Montanari

La mia massima aspirazione adesso –esordisce– è interpretare un santo! Sai com’è: pare che in televisione i santi siano rappresentati tutti così, come tanti coglioni. Io non sono particolarmente credente, – diciamolo pure, sono ateo – ma da attore, mi affascinano i ruoli forti, gli estremi che ti portano ad attivare un’emotività. Il Santo è un uomo, affronta problematiche tipicamente umane, è umano all’ennesima potenza, e vive di un conflitto interiore meraviglioso. Capita poi che al cinema, in teatro, nella letteratura, questo conflitto sia espresso da personaggi negativi. Un esempio assoluto, il Raskol’nikov di Delitto e Castigo, un personaggio che compie un’azione estrema, l’omicidio di una vecchia, una strozzina, e meraviglioso perché, seppur convinto di aver reso un servigio all’umanità intera, liberandola da un’essere così abietto, scopre di non essere abbastanza determinato, di non avere il pelo sullo stomaco, di non riuscire a sostenere il peso di quell’omicidio. In questo senso è buffo, inadeguato, un uomo che ad un certo punto si trova di fronte ad un limite. Credo sia questo l’aspetto che crea empatia con il pubblico, che consente allo spettatore di identificarsi in ciò che legge o in ciò a cui assiste.

Quello dell’attore è un mestiere ingrato.

“Io odio gli attori perché fanno tutto tranne che leggere”, lo ha scritto Edoardo Albinati nel bellissimo La scuola cattolica, ed è vero: l’attore, troppo occupato a performare, a rappresentare qualcosa, dimentica di leggere ciò che l’autore ha indicato. Esempio: il copione vuole che l’attore interpreti qualcuno che aspetta, seduto ad un bar. L’attore “rappresentativo” comincerà a dimenarsi, a fare mille cose, a toccarsi i capelli, a guardare l’orologio. Ok, lo puoi anche fare, ma dopo tutto, a che serve? Semplicemente, fai più del necessario, diventi meccanico, esteriore. Dopotutto, è già scritto e lo racconta l’immagine, è evidente che sei seduto in un bar ad attendere. Noi attori non siamo chiamati a rappresentare, ma a vivere: ad attivare la nostra interiorità, a stabilire con il testo una connessione intima, a comprendere innanzitutto cosa quelle parole riescano a suscitare in noi.

La morte del Libanese – Romanzo Criminale la serie
Io sono convito che quello dell’autore sia un ruolo fondamentale, l’attore è un’ interprete: tanto più raffinato il suo lavoro quanto quanto più semplicemente riesce a tradurre il messaggio veicolato dal testo. Quando invece “rappresenti”, tu attore ti contraddici, interpreti un ruolo non tuo, quello dell’autore. La recitazione è una forma di espressione, di comunicazione: come nella vita, la parola non è che un condimento, infatti quando hai da trasmettere un’emozione forte, quando ad esempio sei particolarmente euforico o piuttosto incazzato, sono innanzitutto i dettagli, in particolare, sono gli occhi a comunicarlo. Nel nostro lavoro, l’essenzialità è fondamentale: nel minimalismo la massima espressione per l’attore.

A proposito di grandi autori, il confronto con un classico, Aspettando Godot, in questa particolarissima versione di Filippo Gili, ancora una volta, in scena accanto a Giorgio Colangeli…

Io e Giorgio siamo reduci da Il più bel secolo della mia vita, scritto e diretto da Alessandro Bardani e Luigi di Capua, e per quanto riguarda questa nuova avventura, tutto è cominciato quando Filippo ci ha chiamati… in realtà, ha chiamato prima Giorgio, che mi ha poi coinvolto: siamo innamorati artisticamente, l’uno dell’altro! Per quanto riguarda Aspettando Godot, un classico, Filippo è stato assolutamente poco ortodosso rispetto all’approccio tradizionale: surrealtà, teatro dell’assurdo, o comunque lo si voglia definire, sta di fatto che i due personaggi principali, Vladimiro ed Estragone, sono sempre stati messi in scena come due clown.

Montanari insieme a Colangeli

Montanari insieme a Colangeli

Assieme a Filippo, Giorgio e gli altri attori, ovvero Riccardo De Filippis, Giancarlo Nicoletti e Pietro Marone mi sono potuto rendere conto che in quest’opera di surreale, di assurdo, non c’è assolutamente nulla. Abbiamo seguito difatti un approccio iper-realistico, un sentimento umano di profonda inquietudine, che è ciò che lo rende profondamente attuale: questo Godot che non arriverà mai, e che possiamo chiamare Dio, felicità o, come personalmente ritengo più plausibile, senso di responsabilità, ovvero la necessità di una presa di coscienza sulla nostra vita.

Parlo di tutti noi, di me che ho trent’anni, della mia generazione, di chi vi è ridosso, noi, perennemente in attesa di un domani che ci renderà la vita migliore, che ci darà finalmente tutto ciò che profondamente desideriamo. Questa convinzione non si rivela che un’illusione dannosa, perché ci porta a non confidare più nelle nostre capacità, nel nostro coraggio, ci porta a rifiutare le scelte… siamo incapaci, ed in questa illusione, trovo come una sorta di depressione generalizzata: siamo una generazione di disperati, che ha scelto di dedicarsi a svaghi d’ogni genere, agli aperitivi, che poi altro non sono che espedienti per passare il tempo, per non pensare, per negare che effettivamente il tempo ci stia sfuggendo di mano. È una condizione patologica, il dilemma contemporaneo: non più “essere o non essere”, quanto piuttosto, “va bene, io voglio essere; ma come si fa?”.

Tu non usi i social?

Devo ammettere che avevo un pregiudizio, ma purtroppo se non ci fai i conti, sei fuori dal mondo. Sto imparando ad usarli, ma solo per veicolare informazioni lavorative. Ancora, sui social non ho un’identità.