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Se esiste un approccio terribilmente ingiusto da parte dei lettori nei confronti di un autore, questo sta nel trattare la sua opera alla stregua di una confessione intima scritta per l’analista e squadernata con impudicizia in faccia al pubblico. Sarebbe fin troppo facile, nel caso di Sarah Kane, considerare il suo Psicosi delle 4:48 come una semplice lettera abbandonata da una suicida sulla scrivania, prima di appendersi al lampadario. È l’autrice stessa invece a chiederci di giudicare il suo lavoro

“per la sua qualità e non in ragione della mia età, genere, classe, sessualità o razza. Io sono ciò che sono (una scrittrice) – non quello che le persone vorrebbero che io fossi”

Non bisogna mai perdere di vista che un’opera d’arte deve essere considerata come tale e non confusa con un mero sfogo intimo che ognuno, in determinati momenti, può sentire la necessità di mettere su carta. Dice giustamente Dan Rebellato che “sarebbe un ulteriore tragedia, se il suo suicidio diventasse una facile via per eludere il confronto con la serietà della sua opera”. E il paradigmatico Psicosi delle 4:48 è fuor di dubbio una delle più grandi opere teatrali degli ultimi decenni. Una delle poche che siano riuscite a sopravvivere al mostro fagocitante del ‘900, prendendone il meglio e travalicandolo verso il nuovo millennio. Di più, Psicosi è tra i rari testi postmoderni a non risentire minimamente del passaggio del tempo, proprio come certi sporadici esempi di capolavori coevi. Sono passati poco più di 15 anni, ma ancora la sua forza nel rappresentare il dramma umano della malattia mentale resta sconvolgente, come fosse stato appena scritto e quasi l’autrice non fosse morta suicida da più di una decade.

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Sarah Kane

Meglio sottolinearlo nuovamente: questo struggente capolavoro nulla ha a che fare con un “elegantissimo biglietto d’addio di una suicida”, come l’ha illegittimamente definito Alistair Macaulay, né il frutto di una mente ormai devastata dal morbo della follia. La Kane, al contrario, è lucidissima e nel pieno delle sue facoltà quando sceglie di raccontare lo sbriciolarsi e il lento degradare della ragione nel declivio di una sofferenza che non conoscerà possibilità di scampo. Innestato su una trama semplicissima – un essere umano internato in una casa di cura – si costruisce una narrazione multisfacettata e stratificata. È bene dire che la cronaca non è lineare e la lettura, in prima istanza, potrebbe causare un qualche senso di vertigine nel lettore. Buona parte del dramma è in forma di monologo, in cui un flusso di coscienza a forte concentrazione lirica si mescola a dialoghi di stampo naturalistico. Al suo interno sono inoltre incluse citazioni prese dalle fonti più disparate. Tuttavia, la colonna portante di questa poliforme variabilità è un’impostazione monologante di un singolo io, seppur lacerato al suo interno.

I tratti antropologici di questa voce straziata rimangono ignoti, non sappiamo se si tratti di un uomo o una donna, quanti anni abbia, da dove venga, ecc. Probabilmente, ipotizzano gli interpreti, la scrittrice voleva creare un’opera aperta, nella quale ognuno di noi spettatori si sentisse libero di identificarsi al di là di ogni immaginabile distinzione sessuale, anagrafica, o che dir si voglia. Il più dei registi che hanno portato in scena il lavoro hanno usato una donna nel ruolo principale, ma ciò rimanda a singole scelte di esecutori costretti dalle plurime opzioni lasciate aperte dalla Kane. L’unico altro personaggio presente nel testo è un misterioso medico (anche qui il genere resta imprecisato), con il quale il/la protagonista ha un’interazione travagliata, in cui si alternano sentimenti antitetici che variano dall’affetto più toccante al rancore che costantemente induce alla recriminazione. Ciò che viene portato in scena è anche, da questo punto di vista, una feroce critica delle strutture di cura e delle terapie in uso. Lì dove il/la protagonista domanda comprensione e vicinanza umana, il medico replica a suon di terapie, rimarcando continuamente la professionalità del suo ruolo. Solo a un tratto sembra abbandonare il distacco e aprirsi, palesando la fatica psicologica cagionata della sua delicata posizione. Il tutto per poi rinchiudersi ancora più ermeticamente nella sua algida distanza e abbandonare nuovamente il/la paziente a quell’isolamento che l’attanaglia e che si ostina nel voler debellare a suon di farmaci. Chiarissimo qui il portato critico nei confronti dell’abuso di sostanze psicotrope e della loro inefficacia rispetto al problema generalizzato, ben più radicale, di una perdita di senso dell’esistenza per l’uomo contemporaneo.

Ma, sul piano strettamente letterario, l’aspetto più interessante dell’opera è la sua struttura postmoderna che sconvolge qualsiasi visione classica della scrittura teatrale articolata per atti, dialoghi e indicazioni scenografiche. Qui le informazioni scompaiono, così come i ruoli netti, e non vi è traccia di divisioni chiare in atti. Buona parte del testo è priva di punteggiatura e maiuscole. Le frasi sono spesso inserite in una successione priva di qualunque indicazione a segnare il confine tra l’una e l’altra. Piuttosto, accade che la riga si spezzi o ci sia un improvviso salto alla pagina successiva, come se ogni passo potesse essere letto in modo a sé stante e custodisse, nel suo isolamento, reconditi significati latenti. Certamente, bisogna evidenziare, la frammentazione del testo corrobora quella dell’animo della/del paziente.

Non mancano neanche, sempre nel tipico spirito della postmodernità letteraria, citazioni di altre opere, film e finanche espressioni adottate da alcuni critici parlando dei lavori precedenti dell’artista. È la Kane stessa a dichiarare, quasi en passant, per quanto la presa di posizione non sia di poco peso, di essere parte integrante di questo nuovo filone di approccio alla scrittura:

“Ultima di una lunga serie di cleptomani letterari/(un tempo professione onorata)/Il furto è un atto sacrosanto/Sul cammino tortuoso che porta all’espressione/ Un eccesso di punti esclamativi racconta di un crollo nervoso imminente/ Basta una parola sulla pagina ed è subito dramma”.

Mai lezione più feroce fu inflitta a tutta quella schiera di contestatori della teoria postmoderna declinata in ambito letterario, ai quali l’autrice spiega come una misura di citazionismo sia insita, oltre che necessaria, in ogni tentativo letterario. L’insieme di elementi appena menzionati ci aiuta a capire come l’opera della Kane abbia idealmente trovato collocazione all’interno di quel filone denominato dalla critica in-yer-face theatre. Cosa vuol dire in-yer-face? Tanto per cominciare, molto più semplicemente di quanto si possa immaginare, quel yer è la forma arcaica di your. Si tratta di un teatro, in cui vengono annoverati di solito dei giovani autori risalenti agli anni ’90 del secolo scorso. Nelle parole del critico che per primo ha individuato il fenomeno, si tratta di una forma di messa in scena

“che afferra il pubblico per la collottola e lo scuote fino a che questo non recepisce il messaggio […] basato sull’esperienza, la sensazione, la sperimentazione, l’espediente dello shock e della provocazione”

Si caratterizza per alcuni inusuali aspetti relativi alla struttura e al linguaggio. Mette in questione le comuni norme morali, i tabù, fino a indurre un disagio e a entrare sotto la pelle degli spettatori, a sbattergli in faccia invadendone lo spazio privato. Il linguaggio che usa, anche quando tende al poetico, è sovente sporco. La nudità dal vivo, il sesso, sono elementi adoperati senza alcuna riserva. Non si fatica a riconoscere in queste peculiarità i connotati di tutta la produzione dell’autrice londinese.

Ma al di là di tutte le analisi e le sottigliezze possibili, Psicosi delle 4:48 resta agli occhi di chi legge, prima di tutto, un dramma agghiacciante che graffia l’anima come una lametta di quelle che i suicidi usano per incidersi le vene. Vi sono passi come illuminazioni di terrore sul non senso dell’esistenza, sulla solitudine siderale, il conflitto interiore, le complicazioni dell’amore:

“prima riuscivo a piangere ora sono oltre le lacrime”; “Sento la mancanza di una donna che non è mai nata/ Sono anni che bacio una donna che dice che non ci incontreremo mai”; “Ho bisogno di diventare chi sono già e griderò in eterno contro questa incoerenza che mi ha condannata all’inferno”.

Nelle poche pagine di questo tour de force tra le tenebre dello sgomento, ci troviamo di fronte a un dolore che è metafisico, cosmico, assoluto. Esplode senza controllo, cercando una nuova forma di espressione nella violenza perpetrata sul linguaggio razionale che viene forzato oltre il limite della comunicazione ordinaria. Al lettore non resta che decidere, col masochismo e l’empatia a cui ogni scrittore ci chiama, di immergersi in queste acque torbide di sangue e orrore, scegliere di lasciarsi contaminare e vivere quel patimento su di sé, in una partecipazione eucaristica…

Quest’opera non è un semplice dramma infatti, ma un rito di purificazione e catarsi dalla sofferenza.

Con le parole della Kane, in Febbre: “Un orrore così profondo può essere frenato solo da un rito”. Eppure questo cerimoniale resta oscuro, caotico, verrebbe da dire con licenza parlando “dionisiaco”. Mettervi ordine all’interno risulta praticamente impossibile. Molteplici tematiche vengono sollevate in astrusi passaggi, dove troviamo frasi apparentemente incise come nel vuoto scuro di una nera scenografia: “Ricorda la luce e credi nella luce”. Che vi sia un’apertura verso il divino? Il dibattito tra gli studiosi è ancora aperto. È che dire di un verso molto famoso come questo in cui la/il protagonista dice: “Ho gassato gli ebrei, ho ucciso i curdi, ho bombardato gli arabi, mi sono scopata dei bambini piccoli mentre imploravano pietà, i campi minati sono miei…”. Come interpretarlo? Una semplice manifestazione del delirio della protagonista? Uno stato psicotico, appunto, dove si confondono realtà e immaginazione? E se volessimo vedervi dietro la tragica consapevolezza di essere tutti in parte colpevoli di situazioni mostruose che lasciamo sussistere con la nostra inazione e indifferenza? Impossibile saperlo con certezza. Da qualunque prospettiva si guardi quest’opera, molteplici rosari interpretativi si sgranano tra le mani del lettore e, invece che punti fermi, domande su domande si accavallano nella testa. Si tratta, tuttavia, di una confusione morbosamente allettante.  Disse una volta la Kane di non credere “in un mondo diviso tra uomini e donne, vittime e carnefici”, insomma un mondo manicheo e aristotelico con ruoli stabiliti una volta e per sempre. “Queste” continuava “non sono divisioni costruttive da fare e poi producono una scrittura essenzialmente povera”… Si consiglia quindi, per chi vorrà avventurarsi nella burrascosa lettura di questa opera, di maneggiarla con cura, quasi fosse un testo sacro, nel rispetto delle ultime parole scritte da Sarah Kane al suo agente:

“Fanne quello che vuoi, ma ricordati che scriverlo mi ha uccisa”.