di Simone Ladisa

In occasione del passaggio del presidente iraniano, le statue di nudi presenti nei musei capitolini sono state coperte da pannelli, perché considerate offensive agli occhi dell’illustre ospite. Le foto diffuse ad accompagnamento di questo fatto, sono anch’esse molto interessanti. Sono de facto immagini che mostrano proprio ciò che si vuole celare.

La notizia racconta il fatto, mentre la fotografia è in grado di rivelare ciò che si è voluto nascondere. I pannelli riempiono la stanza come due monoliti asettici in una stanza apparentemente vuota e richiamano a gran voce l’attenzione di chi guarda. In un incontro presidenziale l’osservatore sofferma raramente la sua attenzione al quadro appeso alla parete o alla presenza di opere d’arte nella stanza, mentre i due presidenti si stringono la mano. In questa immagine di oscuramento, invece, le statue di nudo, anche se invisibili, diventano un soggetto così potente che, pur se non inquadrate, rivelano tutto il loro potenziale comunicativo. Nell’uso delle immagini si trascura spesso un aspetto fondamentale, cioè che quello che si nasconde può essere importante tanto quanto quello che invece è mostrato. In questo caso la sensibilità del presidente Rouhani non sarà stata lesa, ma le splendide opere d’arte in questione sono diventate protagoniste nella comunicazione visiva dell’evento.

Un altro episodio molto interessante accade contemporaneamente a Londra, dove un’opera di street art dell’artista contemporaneo Banksy viene coperta da un pannello di legno, prima di essere rimossa. Realizzata di fronte all’ambasciata francese a Londra, l’opera, che si rifà al manifesto del celebre musical “Les Miserables” ritrae una  bambina in lacrime con la bandiera della Francia alle spalle mentre i gas di un lacrimogeno la avvolgono. Un chiaro riferimento a quali siano secondo l’artista gli attuali “miserabili” di Calais: i rifugiati alla ricerca disperata di poter attraversare il canale della Manica per approdare in Gran Bretagna. In questo caso la scelta di coprire ciò che, secondo le autorità, non è “appropriato” far vedere, è quanto mai deleteria nel risultato ottenuto. Le immagini di quest’opera hanno rapidamente fatto il giro del mondo, diventando virali nel web e raggiungendo sia chi segue e apprezza l’artista Banksy, sia chiunque abbia solamente notato la notizia nelle cronache. A Londra la scelta di coprire l’opera non ha prodotto risultati, l’opera ha raggiunto pienamente il suo scopo comunicativo. Le fotografie che la ritraggono sono avidamente pubblicate dai giornali e interessano ormai un pubblico globale. Anche in questo caso la scelta di nascondere ha regalato al soggetto una potenza comunicativa amplificata. Gli episodi di Roma e di Londra sono esemplificativi di una gestione dell’immagine completamente inefficace e ignorante. Escludere volutamente degli elementi in una fotografia è una manipolazione che non nasconde, anzi diventa una prova di un condizionamento dell’immagine che tende a ingannare l’osservatore.

La fotografia ha il potere di attestare questa manipolazione ambientale a patto che la stessa sia analizzata in maniera critica e attenta dall’osservatore. Le statue di Roma sono ora più apprezzate anche se non riprese, il murales di Londra rimosso dalla strada è incancellabile dalla rete e dagli altri media. Il fallimento nell’oscurantismo dell’immagine non produrrà mai risultati controllabili dagli oscuratori. L’immagine non è solo la somma degli elementi visibili, ma un mezzo di comunicazione al pari della scrittura o della musica. Essa ha i suoi codici e i suoi strumenti di espressione. Relegarla a unica riproduzione del visibile significa non comprenderne il linguaggio, e pensare di poterla controllare è una illusione tipicamente repressiva e infruttuosa.