Terminano le rappresentazioni di quel “calappio” pirandelliano che è stato in scena dal 9 marzo fino a domenica 24 marzo al Teatro Argentina di Roma. Si parla de “La trappola” del drammaturgo siciliano, in cui Gabriele Lavia, direttore del Teatro di Roma, dopo essere stato l’autore e sdrammatizzatore della rielaborazione teatrale della novella, ha fatto da regista e da interprete in questa penetrante riflessione filosofica. Pirandello fa suo il “Die Welt als Wille und Vorstellung” (Il mondo come volontà e rappresentazione) di Arthur Schopenhauer e Lavia farcisce il tranello con citazioni nietzschiane dai grandi baffi lunghi, riprende altri brani tratti da opere pirandelliane, inventa i dialoghi tra il protagonista e la donna e inserisce le Opere di misericordia corporale e spirituale.

Il dramma è del 1912 e “forse la Trappola è la novella più filosofica di Pirandello. Che cos’è la trappola? E’ la forma in cui la vita è condannata a stare. Imprigionata, ingabbiata, appunto intrappolata, la vita è condannata alla morte. A una morte lenta del corpo nel quale, a poco a poco, si spegne il fuoco vitale e il flusso eterno della vita si ferma nel corpo irrigidito. Morto. Non c’è volontà di ‘voler poter essere’. Nessuna volontà di potenza, ma una ‘volontà di nulla’, nichilista, pessimista, atea. Schopenhaueriana. Disperata. Con l’ironia amara e la feroce misoginia che lo rende unico, il genio assoluto di Pirandello raggiunge, a mio avviso, uno dei punti più alti della sua poesia” dice il regista. Sono le convenzioni della famiglia, della società, del lavoro, dell’obbligo della riproduzione. E’ il monologo interiore di un uomo diviso tra la vita e l’apparenza-forma, scoglio fedele per il nostro Nobel di Agrigento.

Anche in questa pièce si può vedere come emblema e punto di ritrovo per la riflessione un elemento caro a Pirandello: lo specchio. Più volte ritorna questa lastra che riflette un’univoca molteplicità; da “Trovarsi”, opera ispirata e dedicata a Marta Abba, in cui la protagonista, una famosa attrice di teatro, non riesce più a guardare, scovare e percepire la vera e unica ma multiforme sé stessa, a questa trappola dove “lo specchio di quell’armadio ora riflette la vostra immagine, e non serba traccia; non serberà traccia domani di quella di un altro.” La verità, l’unica e fedele rappresentazione di un qualche cosa che già come riflesso non è più vero ma solo percezione. “Lo specchio per sé non vede. Lo specchio è come la verità” di questa questio, di questo problema. Per Gabriele Lavia che sul palcoscenico fa da coinvolgente e spiritoso porta voce a questa riflessione, siamo metafisici e affermiamo innanzi tutto l’inconsistenza della persona come costruzione artificiale; fissarsi è dare una realtà, una personalità individuale e staccarsi dal flusso, fissarsi in una forma, in un ruolo e quindi cominciare a morire. La trappola di ogni condizione individuale che imprigiona il movimento vitale, costitutivo dell’anteriorità della nascita in quanto “noi tutti siamo esseri presi in trappola, staccati dal flusso che non s’arresta mai, e fissati per la morte”. Il pensiero è una trappola, le donne sono trappole che dando vita costringono al decadimento, i sentimenti sono trappole, le abitudini, le opinioni, i concetti, le ideologie, la casa è una trappola.

Il mondo cambia se lo si guarda da un lato o dall’altro di un cannocchiale così come il riflesso di un’apparenza, l’apparenza stessa o il vero essere, come il buio in cui gli oggetti nella stanza se ne stanno fermi e incutono un timore poichè sospesi ci osservano o il sole possente che l’uomo ama tanto. Ma dopo tutto, per Pirandello, per Nietzsche e quindi per Lavia che si diverte a parlare costantemente con il suo pubblico, sfruttando intelligentemente e astutamente la filosofia tedesca, “anche il buio è un sole” poiché “solo nel buio si vede la verità”. E’ come se la vita fosse una recita di morti quando invece è mare, è fuoco, è vento, non è una terra che assume forma poiché si incrosta. Il leitmotiv del pianto che senza poterlo veramente reprimere, viene celato perchè tanto non c’è via d’uscita, non c’è un motivo vero a questo sentimento disperato che è conseguenza della nascita ovvero della vita. La vita di quest’uomo che riempie la casa di oggetti che sono la realtà della sua esistenza, la sua trappola.