«Se vuoi conoscere le risposte a qualsiasi domanda devi rivolgerti a Shakespeare. Vuoi sapere cosa sia l’amore, leggi Romeo e Giulietta. Vuoi sapere cosa sia il razzismo, leggi Il mercante di Venezia. E questo perché Shakespeare era un uomo del tardo Rinascimento. Il senso del mondo era profondamente cambiato», ci dice Edward Bond, uno dei più grandi drammaturghi viventi. Noi di risposte ne abbiamo uno spasmodico bisogno e forse anche per questo in questo rocambolesco quattrocentesimo anniversario dalla morte del Bardo le trasposizioni e le rielaborazioni del genio di Stratford Upon Avon si perdono in un numero inquantificabile. Durante la scorsa stagione teatrale capitolina, a cinquant’anni dalla prima messa in scena in occasione della prima nazionale al Teatro di Roma Edward Bond riportava in auge i fasti del suo “Lear”, offshoot shakespeariano per antonomasia datato 1971 e primo gradino di una tradizione drammaturgica possente e dissacrante quale sarà quella dei “figli disorientati della signora Thatcher” e che, a proposito di cultura pop, balzerà agli onori della cronaca sotto il nome di “Cool Britannia”. 

Una riproposizione del tutto singolare dell’opera che conosciamo, un messaggio universale sulla crudeltà, sulla differenza tra biosfera e tecnosfera che prende ispirazione proprio dall’opera del Bardo ci dice Bond. Ma cosa c’è di tanto universale nel corpus letterario del padre della letteratura inglese? Cosa spinge generazioni di scrittori da ogni parte del mondo a riproporre a distanza di quattrocento anni e a rivisitare i maggiori capolavori del teatro elisabettiano capovolgendoli, devastandoli e riscrivendoli senza alcun rispetto e in una totale forma di parricidio artistico che sa di sadico? Una forza dirompente che, dicendola con Taylor, ricercatore di Oxford che ha speso gran parte della propria carriera accademica a considerare la trasformazione del concetto di canone occidentale della greekness in qualcosa di più vasto, il canone shakespeariano non solo va a riprendere dei modelli classici ma addirittura li amplia, e questo in un’ottica, incredibile ma vero, assolutamente POP. Ed allora Bond può riproporci Shakespeare senza preoccuparsi dello stravolgimento della trama e di quegli intrecci che caratterizzano il King Lear “as we know it”, ma portando sulla scena caratteristiche del tutto nuove, contemporanee, in cui il potere nel contesto di uno scenario post-apocalittico, lo stesso di quel Finale di partita beckettiano che sempre da Shakespeare parte, ha una struttura tripartitica: vi è il potere antico, artefatto rappresentato dalla famiglia reale, il potere crudo, moderno, meccanico dei soldati ed infine vi è il potere rappresentato da Cordelia: il potere del popolo che altro non è che un’ eco di Orwell e di Animal Farm Così Bond senza troppi giri di walzer e con una carica emotivamente violenta, tanto da sembrare un vero e proprio attacco al comune senso del decoro,  ci racconta il carattere autarchico di un sovrano dispotico e l’origine del Male senza dibattito in una storia in cui il Bene non esiste.

 L’aggressività umana è peggiore di quella animale, perché indotta da un procedimento che nulla ha a che fare con la biosfera raccontata dall’autore, una biosfera naturale e in armonia con il resto dell’universo totalmente violentata e deturpata da agglomerati urbani affollati e disciplinati nella loro rigidità allucinatoria. In questa perfezione cosmologica scandita da ricercatezze culturali raffinate e turbanti vediamo come nasce un capolavoro pop, un cult. E Bond ancora resta, nonostante la schiettezza terrificante delle scene che l’autore ci propone, nei canoni di una violenza stereotipata dunque accettabile, al contrario di un’altra grande autrice che scosse le scene del teatro inglese degli anni ’90, nonostante tarantiniana fino al midollo, passando proprio per lo stesso identico parametro: quello della cultura popolare, del bello secondo l’epoca in cui viviamo: il bello per il bello, insomma. E da dove partì la verve pop della nostra eroina made in England? Proprio dal King Lear shakespeariano. A partire dagli anni ’90 a fare scuola è una “ragazzina” di ventitre anni appena uscita dalla facoltà di drammaturgia di Birmingham: Sarah Kane, prima grande fautrice di quell’ondata di tarantinismo e glamour sanguinolento che andrà ad invadere teatro e cinema in un ultimo decennio sordidamente punk, “ma” british. La cultura del contrasto in questi anni la fa da padrone e se per Billington il teatro inglese è “un museo polveroso”, ancora non ha sentito parlare di London Calling. I testi di questa nuova grande stagione drammaturgica che vede il suo apice nella figura dirompente della ventenne Sarah Kane, sono spesso violenti, crudi, sconci, espliciti al limite della comune morale, spietati e pieni di rabbia. 

Questa nuova generazione di intrepidi venne etichettata da alcuni la generazione dei New Brutalists, mentre altri riprendendo un’espressione usata nel gergo sportivo giornalistico degli anni 70 per esprimere la sensazione di qualcosa che ti arrivi dritto sui denti, denominarono questo nuovo movimento: “In yer face theatre”. Quello che sulla scena colpisce il pubblico in maniera così netta sono le sensazioni legate al disgusto, al disfacimento morale attraverso l’uso dell’esperienza viscerale che la Kane tentò di sperimentare al fine di stimolare i sensi del pubblico portandolo a una percezione sinistra e turbata. La visione della violenza così come viene riportata nella filosofia di questo nuovo modus operandi drammaturgico è una visione fortemente estetizzante, basti pensare allo spietato glamour della brutalità perpetuato da Tarantino all’interno dei film di quegli anni e al ricorso ossessivo e conturbante al dialogo sempre più fitto e ricco di paradossi commerciali nel suo continuo fregiarsi di un abuso verbale in cui la giornalista Vera Gottlieb identifica una vera e propria cifra stilistica, si pensi a Le Iene, a Pulp Fiction, o a Natural Born Killers. Una vera e propria urgenza di rigenerazione urlata, sperata e fortissimamente voluta e nel nome di cosa? Di un classico. Una battaglia letteraria che portava un nome ben chiaro: William Shakespeare. Tanto che parte della critica definì questi autori “giacomiani” sulla scia della tradizione dell’omonimo movimento che, secoli prima, aveva visto versare ettolitri di sangue in nome di un comune denominatore: i demoni interiori. Nella notte di Natale del 1994 moriva il drammaturgo John Osborne, autore di “Look back in anger”, opera del 1956 che aveva segnato l’opinione pubblica per interi decenni. Osborne era stato, infatti, l’unico a scuotere il teatro inglese dal declino borghese nel quale stava lentamente e inesorabilmente scivolando. Gran parte della critica dell’epoca riteneva che l’energia spietata di un capolavoro come “Ricorda con rabbia” fosse destinata a non ripetersi ed infatti, solo un mese prima della scomparsa di Osborne, ottantasette drammaturghi inglesi firmavano una lettera indirizzata al Guardian lamentando aspramente la mancanza di una nuova drammaturgia nei teatri inglesi. Nel pieno di questa atmosfera di attesa in cerca di quell’erede di Osborne che critica e pubblico agognavano disperatamente, il 12 gennaio 1995 una sconosciuta ventitreenne debuttava al Theatre Upstairs del Royal Court Theatre con una nuova opera: “Blasted”

Fu a partire da questo debutto che prese forma una controversa e inaspettata generazione di drammaturghi: la nascita di un nuovo filone di scrittura, ma soprattutto di un nuovo pubblico. Jez Butterworth, Nick Grosso, Joe Penhall, Rebecca Prichard, Michael Wynne e Mark Ravenhill con il suo memorabile Shopping and Fucking, venivano annoverati tra questi “scrittori di drammi sadici”, mercenari di una nuova commercializzazione del classico, uno degli esempi più emblematici fu il Macbeth diretto da Mark Rylance nel 1996 trasposto in stile grunge e caratterizzato dall’utilizzo in scena di una musica tecno assordante e ipnotica. Tutto ciò accadeva in un clima di assoluta e totale rigenerazione dei costumi e delle usanze inglesi, una nuova visione dell’essenza british stava prendendo piede e investiva qualsiasi ambito della vita quotidiana: dalla musica pop, alla moda, al cibo, ed i media si affrettarono a chiamare questo incessante fiorire di attività artistiche “Cool britannia”. Il linguaggio di questi anni è rivoluzionario ed estremamente efficace e il progetto della Kane di voler parlare del genocidio di Srebrenica attraverso l’espediente della rielaborazione del King Lear ci rende partecipi di una grande, sincera risposta alle tante domande che il teatro e gli umanisti hanno il dovere di porsi, la risposta del messaggio universale che sposa la cultura popolare. Una risposta che Shakespare, più moderno di tutti, aveva già dato.