Accadono un palcoscenico, un pianoforte a coda e un leggìo. C’è un pianista. Esiste un cantore. In una rappresentazione tutta di intimità e delicatezza, il festeggiamento è in un’ode: l’omaggio al drammaturgo inglese William Shakespeare. Il recital “Notturno a Shakespeare” si distende in un armonioso, quanto complice colloquio tra l’estensione della musica e la levità della letteratura. Il maestro di note, in una disgiunzione armonica, dove le dita si scindono dalle mani per levitare in una danza solitaria e ipnotica è Nazzareno Carusi. Il Vate di cunti all’interno di un arrivo alla quarta, in una sapiente modulazione di voci tra il pathos e il raccolto inabissamento, è il giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco.

L’arte dei suoni si fa parola e il verbo si fa nota sotto lo sguardo di un ospite d’onore: l’amore. Quello perduto, anelato, sfiorato, vissuto e tornato su un’armonia di Bach o sul trasporto di Schubert. Il principio è nell’opera del cantore “Il dolore pazzo dell’amore”; apertura che è avvicendamento circolare nel ricongiungersi definitivo che sopravvive nell’esistenza di un musicante, una prostituta o un soldato. Ecco, a loro bisogna credere sempre, poiché la vita si svolge finanche in una dedica al papiro, la pianta che si fa vitale nell’offrirsi all’inchiostro di un poeta.

Bisogna credere a un gelsomino che prende eternità nel sapore di un bacio. Un respiro di fluidi che parte dal cuore e si disegna sul volto di un amante. La storia di un verso che giunge da lontano, il poeta siciliano di lingua araba: Ibn Hamdis. E quando si fluisce dentro un’effusione di labbra, il “Playing Love” di Morricone, chiude l’armonia al verso: “Vuote le mani, ma pieni gli occhi del ricordo di lei.” Un passo di Berio sul sonetto XXII di Shakespeare dove la bellezza è cantata in un afflato, nella veste del cuore. Credere e ancora credere al musicante, che non è musicista, ma umana partecipazione nell’acuta osservazione delle puntuali altalene amorose. Credere al mestiere che si festeggia nell’epifania di una serenata: il momento definitivo, quando l’amore può farsi speranza nell’accendersi di un lume e certezza nello spalancarsi di persiane. Bisogna credere anche al musicante  che osserva l’amore farsi inganno e lo sposo farsi becco. È un’amara eufonia di dolore e ineluttabile verità, dove le corde vibrano partecipanti in Schubert.

In tale filare di musica e parole, il tempo si sospende in un dondolio tra il remoto e il remotissimo. Il cantore accresce i toni del cuore nell’amore dei soldati e dentro l’epica di Giarabub, si accende la commozione in una tensione difficilmente arginabile. Si sollecita il sussulto, si incendia l’udito in Romeo e Giulietta e ci si dispone al sentito ascolto del miglior Satie nella Prima Gimnopedia. Eseguito in una sapienza dal sapore antico, il pianoforte sembra dissolversi nel nulla per lasciar luce a quel movimento di mani così inebriante. Shakespeare amoreggia con Satie, l’arte sottrae l’aria nella voce appassionata di un cantore folle e di un pianista che danza con le dita.

La serata, organizzata dall’Associazione M.Arte, con sede nel Museo Crocetti di Roma, si è svolta con importante successo di partecipazione giovedì 22 settembre, presso l’Auditorium Due Pini di via Zandonai.

All’amore, alla musica, all’arte e alla letteratura bisogna credere sempre:

All’amore bisogna credere, sempre. Anche quando ci fapazzi di dolore.
L’amore è una lettera di addio.
L’amore si cancella, si scrive e si strappa, tanto da farci un 
malloppo con tutta la carta sporcata e poi buttata.
L’amore è tutto un giocare sulle montagne russe: ebbrezza e poi giù, verso i dubbi, anzi, la certezza di essere più che dimenticato.
È una giostra conclusa.

Estratto da Il DOLORE PAZZO dell’AMORE – Pietrangelo Buttafuoco