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Come dentro un noir del futuro. Tokyo, metropoli di domani ancora non visitati. In Giappone non ci sono mai stato e allora lascio spazio all’immaginazione e uso libero il metodo Salgari e i suoi insegnamenti al vino Marsala sulla geografia ideale, lui, grandissimo povero sfortunato Emilio che mi addestrò su come è facile esser avventurieri senza avere la valigia ma armati di cuore selvaggio e mente affilata, seduti su una sedia, la stessa sedia che si stacca dal pavimento e vola; allaccio la cintura senza aver comprato alcun biglietto aereo, viaggio clandestino con la fantasia, compio un volo di 10.000 chilometri con la testa, solo con lei: la sedia e la scrivania dove sto scrivendo decollano, le pareti della stanza si sgretolano e dove c’erano i mattoni appaiono le stelle; volo, un razzo verso il Sol Levante mai visitato ma ora immaginato a tarda notte. Tokyo, mi faccio guidare da un certo sconosciuto Masashi Wakui nei quartieri speciali di Shibuya e Shinjuku con passeggiata proibita dagli sguardi curiosi nel rosso Kabukichō.

Masahi Wakui è un fotografo, non so nulla di lui, poco mi interessa della sua vita, mi basta vedere i suoi scatti, la sua arte visiva, le sue gite notturne nella grande metropoli fantascentifica nipponica. Là, dove regnano i neon. Il paese dei cartelloni pubblicitari in HD che sventrano le tenebre e poi ne occultano il cadavere, perché è notte, certo, ma non c’è buio, l’artificiale tecnologico ha dato luce, soppiantando la luna e sfidando il sole e il suo giorno. Il bagliore costruito dall’uomo vuole vincere sull’orologio e sul moto rotatorio terrestre. La megalopoli è formicaio, scie luminose e gocce di pioggia, circuiti di tecnologia urbanistica, le pozzanghere riflettono lampi rossi-viola-blu; la città è sovraffollata eppure rimane luogo freddo e solitario. Malinconia. Sì, è fotografia malinconica, ma bellissima.

Tokyo lisergica

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Mi balza nel pensiero la vigile cavalletta delle associazioni mnemoniche che mi fa venire in mente un film che ha fatto storia: Blade Runner, neo-noir del futuro distopico: è domani, o ieri, o quando? Ma i replicanti hanno vita? Ma i replicanti hanno coscienza? Non siamo più a Tokyo ma a Los Angeles nel 2019, anche se potremmo essere ovunque, anche di nuovo a Tokyo, o Shanghai, o New York, o Bangkok, o ad Hong Kong. Piove, sempre, non si vede più il cielo, se alzi la testa c’è un ponte, se vai sopra il ponte e alzi la testa c’è un palazzo, se vai sopra il palazzo c’è un’insegna neon rosso-blu-giallo mastodontica, se vai sopra l’insegna neon rosso-blu-giallo mastodontica c’è una foresta di grattacieli, e ancora più su altri grattaceli che si reggono su altri grattacieli.

Non si vede il cielo. È la strada cyberpunk.

E nella claustrofobia urbana di canyon di cemento, di umanità che si trascina anonima e disperata e strade rette su pilastri profondi chilometri che s’incuneano nelle viscere degli agglomerati e nei bassifondi marci di umidità e pattume, guardiamo il panorama intermittente dalla finestra del centonovantesimo piano, asfissiati dalla selva di cavalcavia, di prossime cattedrali del dio denaro poggiate su fondamenta marce dove non batte più il sole da anni, di sedi di corporazioni interplanetarie che squarciano le nuvole e che si attorcigliano tra loro in un’architettura selvatica di predominio capitalistico e barbaro. È notte fonda senza stelle, serviamoci dello scotch whisky, di quello di lusso, non contaminato; da sotto salgono un milione di echi di clacson e movimenti e spot; un dirigibile-cartellone pubblicitario, dalle forme di un immane scarabeo volante, deambulante a mille metri di altezza, ci illumina la faccia al suo passaggio:

Una nuova vita vi attende nella colonia Extra-Mondo. L’occasione per ricominciare in un Eldorado di buone occasioni e di avventure. 

Siamo 30 miliardi di anime in un pianeta al collasso, che non è stato creato per così tanti laboriosi consumisti agitati parassiti. Ricordiamoci del film del 1982 (diavolo, avevo 1 anno, 1), meravigliosa pellicola di fantascienza dark di Ridley Scott: Blade Runner con un tenebroso Harrison Ford. La colonna sonora è composta dal greco Vangelis. Qua una traccia, Blade Runner Blues in un video dedicato non al film, ma alla notte di Tokyo. Le immagini si prestano molto bene a dare un panorama reale ed attuale di quello che fu ipotizzato 35 anni fa. Grosse gocce di pioggia gelida ci scivolano sulla faccia ed entrano nelle orecchie, brividi.

 

Sono note suggestive, che si perdono nella solitudine metropolitana, tra insegne e flussi umani di ombrelli e impermeabili, caldo e freddo assieme, la musica evoca atmosfere venture, tristi, sconfinate, perdute, noir.

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

Prima di Blade Runner, molto prima, la profetica opera dell’austriaco Fritz Lang, veterano della prima guerra mondiale dall’occhio di vetro ma reso esteticamente meraviglioso da monocoli e bende nere, prevede il futuro. Distopia, antiutopia, descrizione di una società terribile. Alienazione dell’uomo, controllo delle masse, oppressione tecnologica. Società industriali e finanziarie diventano corporazioni che governano il mondo e gli uomini, rendendo irrilevante l’azione delle vecchie nazioni, ormai inutili. Che paura. Sì, che paura ma anche senza essere paranoici facciamo occhio, perché non siamo lontani da certi modelli globali e ostili. E allora propongo due video su Metropolis. Nel primo, con la robotica musica dei tedeschi Kraftwerk, azzeccatissima, l’esercito infelice degli operai marcia a testa china verso gli ingranaggi del grande Moloch, mostro meccanico che tutto governa.

Arbeit macht frei.

Nel secondo, c’è l’incontro fantascentifico tra il 1927 e il 1982, gli anni della realizzazione dei due film di cui stiamo parlando e quindi è interessante vedere le rispettive visioni veggenti sul domani. Natürlich, Metropolis è l’spirazione per Blade Runner, 55 anni dopo. La metropoli, oscura, claustrofobica, immensa, noir, è sempre lei.

Questo è un esperimento tra parole e immagine, tra viaggio interiore e visione; siamo in bilico su un cornicione scivoloso di pioggia unta di un vecchio palazzo in rovina schiacciato da schiere di nuovi possenti grattacieli di vetro e luce, occhio a dove mettiamo i piedi, sotto c’è un profondo baratro di oscura fantasia. Un corvo nero dalle penne fradice ci guarda.

Viaggio, prima con la fotografia di Masashi Wakui, le scene distopiche di Ridley Scott e Frtiz Lang, rispettivamente in Blade Runner e Metropolis, accompagnate dalle note futur-jazz di Vangelis e elettroniche dei Kraftwerk, ed ora con la pittura. Jeremy Mann è pittore raffinato. Arte d’ispirazione retrò (e forse è questo il motivo per cui mi piace così tanto) che spicca e guarda dall’alto tante odierne baggianate, spoglie, tiepidi, inutili, brutte, volgari, squallide, pseudointellettuali, che tentano maldestre di attirar l’attenzione solo per un presunto gusto allo scandalo e per provocazioni che non provocano ormai più nulla se non un mal di pancia. Qua invece è Arte. Credo sia importante saperla riconoscere. Saper distinguere il valore dalla mediocrità, l’oro dalla merda. Qua c’è il bello. Di nuovo, come dentro un noir. Pennellate nostalgiche che ricordano scene impressioniste ma che ritraggono l’oggi, l’adesso. Come se un impressionista parigino dalla vista appannata per l’assenzio fosse salito su navicella del tempo per visitare New York nel 2016.

New York impressionista

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Bravissimo l’americano, sa dipingere la pioggia, non è da tutti saper dipingere la pioggia. Guardare alcuni  suoi dipinti è come contemplare una strada di New York o San Francisco da un finestrino gocciolante di un taxi, alla sera. Neo-impressionismo metropolitano? Pittura cool-jazz? Non lo so, ma mi cattura. E mi piacciono anche moltissimo le tante belle donne ritratte sensuali, boldiniane, irresistibili; vorrei rasarmi, profumarmi, imbellettarmi e impomatarmi, gettarmi nella tela, e sedurle, tutte quante, là dentro, in quei boudoir pennellati di sfocato ed intrigante erotismo.Questo pot-pourri sperimentale di figure e scrittura, nato in una lunga notte torinese zuppa di pioggia, jazz, vino e whisky, ha il suo leitmotiv nella metropoli, qua in versione onirica e acida, percorsa come sotto l’effetto di stupefacenti non ancora scoperti, come dopo aver fumato oppio fucsia del pianeta Venere misto a benzedrina marziana.

Lasciamoci allora con l’ultima masturbazione, la più proibita, il sogno perverso di vedere tutta questa massa di cemento, monitor, strade e disperazione, bruciare, a fiamme alte. La scena finale è del mitico Fight Club di David Fincher Chuck Palahniuk, con la musica dei Pixies e la loro superba Where is my mind?.

“Fidati, andrà tutto bene”

 

Volano gli elefanti, bruciano le banche, tutto qui davanti. La grande metropoli è crollata.