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Me ne sono andato a zonzo per due settimane in Giappone. Gita breve, molto da turista e meno da viaggiatore come mi bullo di essere, ma comunque intensa, entusiasmante, folgorante. Magari la prossima volta tedierò il lettore su leggere e frivole banalità, sulle esplorazioni culinarie del lontanissimo Oriente (giapponesi, gran golosi), sullo sbalordimento provinciale nel vedere sfrecciare treni proiettile Shinkansen (uooooooohhhhh – gesto di attonito stupore del ragazzo di campagna del Nord Italia al passaggio del treno proiettile – eh beh, insomma il treno è sempre il treno – Renato Pozzetto cit.), sulle insidie dei gabinetti locali dotati di complesse e pericolose pulsantiere.

Oggi invece, MOMAT. Torno con piacere nelle sale del National Museum of Modern Art, Tokyo, cattedrale d’arte nipponica conosciuta specialmente per opere dell’Ottocento, sia del filone filo-occidentale Yōga, sia della corrente tradizionale Nihonga, stili entrambi emblematici del Periodo Meiji “del regno illuminato” di Mutsuhito; l’uno specchio d’arte proprio del rinnovamento, dell’ambizioso nuovo corso che l’Isola intraprende per aprirsi al mondo e modernizzarsi, l’altro, in antitesi, simbolo dell’antico Sol Levante, che rimane legato alla propria identità, alle sue convenzioni secolari e al senso estetico nativo. In quel museo, c’è la lotta tra due forze contrapposte; in questo caso è battaglia d’arte tra progresso e conservazione. MOMAT, ring tra le due anime della stessa Nazione, lo spirito nuovo contro lo spirito vecchio. Ma non c’è solo XIX secolo con i suoi tanti racconti, perché il visitatore particolarmente impallinato di storia novecentesca come il sottoscritto, può trovare in una stanza grandi, avvincenti, impressionanti spunti d’indagine del tragico XX.

Room 6, 3rd floor

La sala dedicata al pittore Nakamura Kenichi (1895 – 1967) è un piccolo santuario per gli appassionati di seconda guerra mondiale. Nakamura, originario della prefettura di Fukuoka sull’isola di Kyūshū e studente nella Parigi degli anni ’20, si specializza, durante il conflitto, in pittura di guerra, commissionata dall’alto comando; sicuramente è complice il suocero, ammiraglio della marina imperiale. Sono quadri certamente retorici, di propaganda, ma di forte impatto emotivo. Queste tele sono concreti e interessanti incroci tra Storia e Arte: le due divinità culturali s’incontrano e si amalgamano, i pennelli dell’artista raccontano gli eventi storici; normalmente sono le pagine dei libri o le pellicole sfocate dei cinegiornali Nyūsu Eiga o The March of Time della Warner Bros a svolgere questa funzione divulgatrice, al MOMAT ci pensano le forme e i colori di Nakamura. Ci troviamo nella sala 6, giriamo a 360 gradi su noi stessi, più volte, più veloci, le opere che ammiriamo sono cinque, giriamo ancora più veloci, le pennellate si mischiano, girotondo di personaggi, date, azioni, esplosioni, uomini, episodi, avventure, disastri, morte. Macchina del tempo mod. MOMAT/N.K.

2 KOTA BAHRU

“Kota Bharu”

7/12/1941: che data, ragazzi. Una delle più importanti della seconda guerra mondiale e del secolo tutto. È il celebre giorno dell’attacco aeronavale giapponese contro la flotta americana ancorata a Pearl Harbor, Hawaii. Gli Stati Uniti scendono nell’arena entusiasti e non troppo sorpresi, Germania e Italia dichiarano guerra all’America, il conflitto non ha più confini, globalizzazione di bombe, totaler Krieg. Potrei ora utilizzare la locuzione saputella e cretinetta da Reader’s Digest “non tutti sanno che …”

Dunque, non tutti sanno che un’ora e mezza prima della potente overture dell’orchestra sinfonica Mitsubishi Zero che ha sancito l’inizio ufficiale delle ostilità nello scacchiere Pacifico tra Impero nipponico e Alleati a Pearl Harbor, i giapponesi avevano in realtà già mosso guerra contro le potenze occidentali. Infatti, nel settore del Sud-est asiatico, si taglia il nastro all’immane scontro asiatico-oceanico-anglo-americano alle ore 0:25 ora locale del 8 dicembre (ore 16:55 del 7 dicembre secondo il Meridiano di Greenwich), mentre, trascurando volutamente i precedenti duelli sottomarini, l’attacco contro il porto USA ha il suo minuto congelato nell’orologio della Storia alle 7:55 ora hawaiana del 8 dicembre (ore 18:25 del 7 dicembre secondo il Meridiano di Greenwich). Dunque, senza stare a sbattere troppo la zucca, e prendendo Greenwich come riferimento temporale, 18:25 meno 16:55 = 1 ora e mezza esatta.

L’aritmetica del topo da biblioteca, preciso, puntiglioso e maniacale, ci dice quindi che la macchina da guerra giapponese aveva già attaccato gli inglesi prima del famoso episodio contro gli americani, arcinoto e cinematografico.

Torniamo al quadro e a quello che esso ci tramanda, al suo contesto storico. Campagna della Malesia, l’inizio delle ostilità: Impero giapponese di Hirohito e del Primo ministro Hideki Tōjō versus Impero britannico di Giorgio VI e del Primo ministro Winston Churchill. Per arrivare nella penisola malese e ai british, le forze nipponiche debbono passare dalla Thailandia, con cui hanno però un ottimo rapporto di collaborazione, visto che i siamesi, grazie agli aiuti militari di Tokyo, si sono ingrassati nei mesi precedenti dei domini indocinesi della Francia di Vichy, satellite del III Reich. L’oggetto del desiderio è il tesoro dello Stretto di Johor, Singapore. Per non rovinare la sorpresa agli inglesi coinvolgendo Bangkok in piani segretissimi, i giapponesi optano per un’invasione “soft”, senza troppo sangue, dell’amico thai. Sotto il comando del generale Tomoyuki Yamashita, penetrano via terra dalla Cambogia, guidati da una divisione d’elite della Guardia Imperiale, e via mare dalle navi nel golfo del Siam per prendere il controllo degli approdi strategici lungo la penisola di Malacca, sia thailandesi che malesi. Sulla spiaggia di Kota Bharu, a una decina di chilometri dal confine thai, sbarcano le truppe d’assalto della 18ª divisione “del Crisantemo”, veterana della Cina.

Il dipinto di Nakamura Kenichi ci mostra gli assaltatori della prima ondata d’attacco ammucchiati sulla sabbia, a strisciare tra i reticolati di filo spinato per tranciarli con le pinze, sotto il fuoco nemico; i sottufficiali fanno segno di avanzare, un soldato è in piedi pronto a scagliare le sua bomba a mano contro le postazioni difensive

È passata la mezzanotte, la luna piena e i bagliori giallognoli dei razzi bengala rischiarano il Mar Cinese Meridionale e le navi battenti la bandiera del Sole Nascente. La prospettiva scelta dall’artista è quella di porsi di fronte all’assalto giapponese, come se il pittore e dunque lo spettatore stessero nelle posizioni nemiche, in un bunker sulla spiaggia, a guardare con il binocolo l’invasione. Siamo tra i fanti di un reggimento Dogra del Kashmir, inquadrati nella 9th Indian Infantry Division.

“Bloody hell! They are coming!”

 Le furie stanno arrivando, e la nostra mitragliatrice Vickers si è inceppata; ahinoi, tra poco verremo punzecchiati dalle baionette e finiti a colpi di katana.

Battaglia navale al largo della penisola Malese

“Battaglia navale al largo della penisola Malese”

La Prince of Wales è una famosa nave da battaglia della Royal Navy. L’ammiraglia della Home fleet viene inviata di gran carriera in Estremo Oriente, nell’autunno del 1941. Scopo della missione è quello di fungere da deterrente per le mire espansionistiche di Tokyo, e proteggere il fondamentale  e prestigioso dominio di Singapore. Un altro importante indizio che ci fa capire come Pearl Harbour non sia stato un fulmine a ciel sereno come alcuni superficiali credono ancora oggi.

Il deterrente britannico è pallida minaccia per l’incontenibile ambizione giapponese in Asia, la presenza di quel moderno gigante dei mari invece che spaventare i contrammiragli nipponici, li ingolosisce, e ai piloti di marina, viene l’acquolina

Kota Barhu: riallacciamoci alla tela precedente, abbiamo visto come il 7-8 dicembre il Sol Levante inizia la sua campagna nel Sud-Est asiatico; è guerra, anche laggiù. Dal porto di Singapore, salpa la Forza Z per attaccare le navi da trasporto al largo delle coste malesi e tentare di contenere lo tsnunami giapponese. Ne fanno parte la Prince of Wales, l’incrociatore da battaglia Repulse e un pugno di cacciatorpediniere di scorta. La marina nemica oppone una fitta rete di sommergibili per l’individuazione delle forze britanniche, in funzione di sbarramento. Il periscopio del  sottomarino I-65 scova la Prince of Wales, comunica immediatamente la scoperta al comando a Saigon. Sadaichi Matsunaga, valido ammiraglio della  22ª Flottiglia aerea, organizza la missione e sprona i suoi ragazzi:

“…è una occasione d’oro di portata storica millenaria.”

L’animo dei samurai dell’aria s’incendia. Sono esaltati. Dalle piste indocinesi, si alzano dieci gruppi d’attacco, ciascuno di 8-9 aerei: bombardieri d’Assalto della Marina – Mitsubishi G3M detto “Nell” e Mitsubishi G4M detto “Betty” carichi di siluri e bombe. Ronzano i motori Kinsei a caccia sul mare, rapaci.

Attacco numero uno. I corpi aerei Kokutai si scagliano contro i pachidermi Prince of Wales e Repulse, per pungerli mortalmente. Sembrano piccoli ma letali insetti velenosi che svolazzano incattiviti su giganteschi mostri marini. Dalle navi, tentano con un fitto schermo di fuoco contraereo di farsi scudo. È un muro di raffiche e cannonate; ci sono ad esempio i “Pom-Pom” o “Pianoforti di Chicago”, sistemi a multicanna che vomitano qualcosa come 60.000 colpi al minuto! Il cielo scoppietta! Il cielo è disegnato da mille linee traccianti! Ma i piloti giapponesi sono dannatamente in gamba: è frustrante dover acchiappare mosche pestifere con colpi di giornale a vuoto. Un primo siluro va segno, il timone dell’ammiraglia è danneggiato, via due eliche, allagamento, la Prince perde velocità,  la nave s’inclina sul lato di dritta, quello ferito.

Attacco numero due. I “Betty” se la prendono con la Repulse, da due direttrici d’attacco diverse, è giunta la sua ora. Brucia la Repulse, molti i marinai carbonizzati; abbandonare la nave, si salvi chi può, la nave si capovolge, sparisce, muore. Ora tocca all’ammiraglia. Tre siluri. Come nel gioco della battaglia navale; triplice turno dell’ammiraglio dell’aria Matsunaga in sfida contro l’ammiraglio inglese Phillips:

Matsunaga: “H5”

Phillips: “Colpita ammiraglia a prua.”

Matsunaga: “H6”

Phillips: “Colpita ammiraglia al centro.”

Matsunaga: “H7”

Phillips: “Colpita ammiraglia a poppa. ”

Attacco numero tre. Il destino della Prince of Wales è segnato. Sbandamento, impianti elettrici fuori uso, si spengono le caldaie. Il colpo di grazia è una bomba di 500 kg che fiuuuuuuuuuu cade tra i due fumaioli centrando il ponte e facendo mattatoio in quella che era già una macelleria: la sala cinema della nave ingombra di feriti gravi. La nave s’abissa, è un disastro epocale per la Royal Navy. Per la realizzazione del quadro, Nakamura Kenichi ospita nel suo studio uno dei piloti testimoni della battaglia; si fa raccontare nel dettaglio, e le parole del pilota si trasformano con veloci pennellate in picchiate distruttive sul mare azzurro, nella mattanza delle navi al largo della Penisola Malese.

La battaglia del Mar dei Coralli

“La battaglia del Mar dei Coralli”

Svoltasi nel maggio del ’42, è la prima grande battaglia di portaerei della guerra, combattuta esclusivamente tra aerei contro navi, senza scontri diretti e cannonate tra quest’ultime. La brama di conquista giapponese, complice le tante vittorie e un’espansione oceanica ed asiatica sbalorditiva, sembra non aver freni, i capi militari guardano sulla cartina l’Australia, e la sognano eccitati ad occhi aperti. L’unico grande ostacolo per arrivare dai canguri è rappresentato dalla base alleata di Port Moresby in Papua Nuova Guinea, e dunque si procede per l’occupazione della città tramite un piano d’attacco aeronavale combinato con un’operazione anfibia. Sfortunatamente per le forze dell’ammiraglio Shigeyoshi Inou, a queste intenzioni si contrappongono gli americani della Task Force 17 dell’ammiraglio Frank Jack Fletcher. La battaglia ha due esiti, uno tattico e uno strategico. Dal punto di vista tattico la vittoria è giapponese perché il conteggio delle perdite è a loro favore. Dal punto di vista strategico invece, la vittoria è alleata, perché Port Moresby è salva, e con essa, l’Australia tutta. Nakamura sintetizza i combattimenti in un lampo d’azione sulla superficie grigio-blu del Mar dei Coralli, le coste australiane sono a poche centinaia di miglia marine e gli aerei dell’Imperatore lanciano siluri e bombe contro la portaerei americana Lexington “Lady Lex”, il cui ponte brucia. Ridotta a ferraglia incandescente, colerà a picco l’8 maggio del 1942.

"Operazioni congiunte esercito-marina a Tasivarongo"

“Operazioni congiunte esercito-marina a Tasivarongo”

Tokyo express: così vengono chiamati i convogli sottomarini e di cacciatorpediniere durante la campagna dell’isola di Guadalcanal nell’arcipelago delle Salomone (agosto 1942 – febbraio 1943). Sono convogli di rifornimento, che portano truppe fresche nel carnaio, puntuali, giornalieri, sfiancanti. I Tokyo express arrivano in orario come i treni espresso. Nell’episodio dipinto da Nakamura, si cammina nell’acqua fino alle ginocchia, nel mare pavimentato di ferro del promontorio di Tassafaronga. Con noi i samurai di marina della Kaigun Tokubetsu Rikusentai, le truppe speciali da sbarco, sopravvissuti all’incursione degli incrociatori US Navy. È notte fonda e sullo sfondo si alzano le colonne d’acqua vicino ai mezzi da sbarco: sono le cannonate americane.

"L'attacco suicida del sergente Nobe contro due B-29 sopra Ktakyushu"

“L’attacco suicida del sergente Nobe contro due B-29 sopra Ktakyushu”

Per l’Impero, la guerra ha preso una brutta piega. Negli entusiasmi iniziali degli alti comandi di Tokyo, sarebbe dovuto essere un conflitto rapido, assestando con veloce furia una serie di colpi micidiali agli Alleati in un vastissimo raggio d’azione, dall’India all’Australia. Ma i nemici ricevono sì una sfilza di colpi terribili, ma non vanno al tappeto. Washington gode della protezione dei grandi oceani, di risorse infinite, e di un’industria gigantesca. Gli americani, dopo aver ripreso l’iniziativa ovunque, stanno avendo la meglio. L’Air Force spadroneggia nei cieli, e dal 15 giugno del 1944, i cieli della terra sacra del Giappone sono violati.

I Boeing B-29 Superfortress, bestioni carichi di bombe ad alto potenziale, scaricano pioggia mortale sulle grandi metropoli e sulle fabbriche, compiendo massacri terribili

Il 20 agosto del 1944, dalla base cinese di Pengshan, si alzano in volo 60 bombardieri con rotta Kitakyūshū sull’isola di Kyūshū, città di importanti acciaierie. Gli aerei distruttori percorrono oltre 2.000 chilometri sopra il Mar del Giappone con l’obiettivo di cancellare dalla faccia del pianeta le Acciaierie imperiali di Yawata, un colossale impianto siderurgico, fondamentale per tutto l’apparato industriale nipponico. La missione non procede come ci si aspettava, la contraerea butta giù diversi B-29, e le bombe non provocano danni di rilievo. La squadra di bombardieri, dopo aver sganciato tutto lo sganciabile, fa dietro-front, compatta, in una formazione estremamente chiusa, quasi ala contro ala. Da una nuvola sbuca improvvisamente un Kawasaki Ki-45, caccia pesante bimotore. A bordo, il sergente Shigeo Nobe, pilota, e il sergente Denzo Takagi, mitragliere. Sono due cavalieri solitari. Il loro aereo, il Ki-45, è soprannominato Toryu. Un nome bellissimo per un velivolo da battaglia; Toryu significa “Uccisore di draghi”.

Quel 20 agosto 1944, i draghi venuti dal Kansas, sono i B-29 americani

Il sergente Nobe, diventato poi eroe nazionale, sceglie di immolarsi. I motori del Toryu sono al massimo dei giri, urlano in aria. L’Uccisore di draghi punta alle fortezze volanti, che appaiono come giganti alati in confronto all’aereo dei sergenti Nobe e Takagi. I kamikaze centrano in pieno il drago B-29 “Gertrude C”, sfondano la carlinga, in alta quota il ferro dei due aerei si unisce fatale in un abbraccio di fuoco. Fiamme in cielo, dalla scia incendiaria rottami si staccano come meteoriti assassini. L’ala amputata del drago Gertrude cozza violenta contro un altro drago, il B-29 “Calamity Sue” è ferito anch’esso a morte, precipita in una spirale e con un’agonia di grida meccaniche verso la terra di Kyūshū.

È l’ultimo quadro di Kenichi qua al MOMAT, ed è davvero significativo per il momento storico che rappresenta. Noi, seduti su una nuvola, siamo spettatori dello scontro autodistruttivo, della glorificazione del martirio e dell’estremo senso dell’onore e dell’obbedienza all’Imperatore. È il 1944 inoltrato, per il Giappone è finito il tempo delle vittorie, la sconfitta totale si avvicina, è il momento del vento divino, della tragedia suicida dei piloti kamikaze. Il sacrificio dei sergenti Nobe e Takagi inaugura l’ultimo capitolo della guerra nel Pacifico. Inizia la disperata, cieca, fanatica difesa del Sol Levante.

"Incuneandosi nell'abitato" Tullio Crali, 1939

“Incuneandosi nell’abitato” Tullio Crali, 1939

Incuneandosi nell’abitato – In tuffo sulla città (1939) è il capolavoro del pittore futurista zaratino Tullio Crali, amico di Filippo Tommaso Marinetti. Il quadro è conservato al Museo di Arte moderna e contemporanea- MART di Trento e Rovereto. A ragione ci si deve chiedere: ma cosa diavola ci azzecca l’aeropittore Tullio Crali con l’indagine storica ispirata dai quadri giapponesi di Nakamura Kenichi? Può sembrare una forzatura. E difatti di forzatura, si tratta, e di cui mi assumo la totale responsabilità. Ci si prende quindi la libertà con un azzardato parallelismo di stili e contesti, di inserire Incuneandosi nell’abitato a conclusione di questa gita pittorica che ci ha condotto nella storia dell’altro grande fronte della seconda guerra mondiale, quello in Estremo Oriente. Spieghiamo. Innanzitutto osserviamo quella prospettiva meravigliosamente incosciente, folle; folgoriamoci a occhi sbarrati di quella pericolosa perpendicolarità verso i palazzi di una metropoli futurista. Ma il pilota è completamente pazzo?

Sì, egli è pazzo, manovra nell’abitacolo l’aereo per entrare nei canyon di cemento, in picchiata mortale. La volontà è suicida. Il desiderio è per lo schianto. Ed io, in quell’azione di discesa violenta, ci vedo una determinazione simile propria dei giovani piloti kamikaze del Giappone alla fine della guerra, inquadrati nelle unità d’attacco speciale

Anzi, non solo piloti, ma anche marinai su motoscafi-siluro Kaiten “ritorno al cielo” o fanti dell’esercito diventati uomini-bomba. Non esiste la possibilità di arrendersi, il disonore sarebbe totale, quello che si deve fare quando ormai è chiaro che non si hanno più le risorse per vincere è uccidersi infliggendo il maggior danno possibile al nemico, contro le loro navi, contro le loro potenti portaerei. Per l’Imperatore, per la propria famiglia, per se stessi. Boccioli di ciliegio, crisantemi galleggianti, vento divino: la poesia di guerra declama i suoi versi gentili in contrasto con la ferocia delle ultime battaglie e del seppuku nazionale. Sol Levante, 1945, un esercito di volontari, dal numero ben maggiore rispetto ai velivoli ancora disponibili, indossa la fascia hachimaki, mentre infuriano le tremende battaglie sul suolo giapponese: massacro sull’isola dello zolfo dalla terra nera di Iwo Jima, carneficina di vento d’acciaio ad Okinawa. I giapponesi sono sconfitti, ma non si arrendono. Solo dopo spaventosi bombardamenti incendiari sui quartieri residenziali di legno e carta per bruciare case e uomini, dopo il duplice crimine atomico di Hiroshima e Nagasaki, dopo il famelico intervento dell’Unione Sovietica quasi fuori tempo massimo, il Giappone capitola.

Un ultimo sguardo alle opere del pittore di guerra Nakamura Kenichi nella stanza 6 al terzo piano del MOMAT: in pochi metri quadri c’è il racconto dipinto della storia della seconda guerra mondiale nel Pacifico, c’è la sanguinosa avventura del Giappone, dalle grandi vittorie alle disastrose disfatte, il sole non è più levante, ma tramonta sulle rovine dell’Impero.