“Deh, perché, Giove, un segno certo agli uomini desti per distinguere l’oro, quale sia falso, e niun sigillo impresso invece è su le membra umane, per chi debba un malvagio pur distinguere”

Parla Medea. Si strugge Medea. Giasone. Per lui Medea lasciò la patria, tradì padre e fratello. Per Giasone, ora sposo d’un altra donna. Per talamo regale il nobile Elleno ha abbandonato Medea, la figlia d’un re barbaro che aveva rinnegato se stessa per amore. Cosa rimane adesso ad una donna sola, senza marito, senza terra, senza patria. Cosa rimane a Medea? Vendetta, dolce e tremenda vendetta. Ecco, cosa le rimane.
È la tragedia di Euripide Medea, è la tragedia degli uomini Medea.
Oggi, in scena al teatro Argentina a Roma di fronte ai templi sacri del Campo Marzio, Medea urla, strepita, uccide, compie il suo nefasto destino, in spregio alle leggi della natura, in spregio ad ogni ordine umano e divino, Medea, per vendetta, uccide i suoi stessi germogli. Carica di rancore, muove la  mano contro i suoi  figli, dicendo a se stessa di proteggerli da morte certa per mano nemica, compiendo da sé il triste scempio.
Ma mente Medea, mente. Perché nel profondo conosce la ragione del suo agire e non ne fa mistero, rivelando al coro la reale causa dei suoi propositi. [Coro]: “Oserai, donna, i tuoi figliuoli uccidere? Medea: “Nulla il mio sposo più morder potrà”.

Il culminare delle passioni, i moti più tremendi e più veri degli uomini, le azioni più ardite e più orrende. Tutto c’è nella tragedia euripidea. Più di 2000 anni sono passati eppure, nella fiction della scena, sembra di vedere un uomo e una donna contemporanei, lacerati da un divorzio violento e inaspettato. Le parole di Medea sono coltellate inflitte con freddezza e precisione, per chiunque abbia posto orecchio alla rabbia d’una donna. La distorsione della scena infatti quasi non si nota, se non fosse per l’estrema tragicità della trama, quella di Medea sarebbe storia di vita quotidiana. L’ira della donna abbandonata, che più di tutto bramava ad una vita con il suo uomo. La viltà di Giasone, anche egli intento di dissimulare la realtà con le parole, come ogni uomo colto in fallo dalla compagna.
Sono pugni in pancia gli scambi tra i due. Così veri, così umani, così attuali, da trascinare lo spettatore in una catarsi continua, sino alla fine, sino alla morte. A spegnersi in sequenza sono Glauce, figlia di Creonte, rea d’aver rubato lo sposo alla Colchide Maga. Il vecchio re, invece, mosso a pietà dalla condizione di Medea, ne aveva posticipato l’esilio, concedendole un giorno in più per organizzare la partenza; morirà anche egli, abbracciando il cadavere della figlia  zuppo del veleno datole da Medea con l’inganno.
E poi l’infanticidio, per colpire Giasone. Perché, come dice Medea dopo l’empio sterminio della prole: “Il tuo dolore Giasone mitiga il mio”.

Ma la Medea del teatro Argentina, questa sera di Settembre è speciale. È speciale perché oltre all’arte di Euripide, in scena, a trasporre per l’ennesima volta la vita e la morte degli uomini, c’è una compagnia fuori dal comune. Lo si nota nei volti degli attori del coro, nell’amore con cui recitano, nell’entusiasmo con cui si muovono sul palco. Sono disabili. Tranne pochi, impegnati nelle parti principali, il resto della compagnia è formata da disabili.
È il Teatro Patologico di Dario d’Ambrosi. Attore teatrale italiano, noto al grande pubblico per la partecipazione in Romanzo criminale – è Canton il poliziotto che accompagna nelle indagini il commissario Scialoja – D’ambrosi dal 1992, assieme a famiglie, personale sanitario e operatori sociali, porta avanti questo grande progetto. Conosciuto ormai in tutto il mondo, andato in scena a Londra e a Berlino, la Compagnia del teatro patologico si appresta quest’anno  ad aprire la stagione di uno dei più importanti teatri di Broadway. D’ambrosi – impegnato nella parte di Creonte – alla fine della rappresentazione ha portato in trionfo i suoi ragazzi uno per uno, rendendo noto l’impegno della compagnia di esportare il progetto anche nelle università, italiane ed americane, affinché il metodo del teatro patologico diventi prassi estesa nelle strutture preposte all’educazione di queste persone, che se adeguatamente seguite possono regalare delle emozioni fuori dal comune, mantenendo una professionalità e una prestazione scenica invidiabili.

Gli attori, uomini e donne di tutte le età, affetti da diverse disabilità, tramite la partecipazione attiva all’opera teatrale, inscenano  il loro elemento peculiare, quello che agli occhi della nostra società li rende emarginati:”la pazzia”, che per D’ambrosi, anche regista e sceneggiatore delle opere rappresentate, è presente “in potenza” in ognuno di noi. L’atmosfera che si crea sul palcoscenico – creata con un gioco di musiche, luci e gesti che accompagnano le parole pronunciate dagli attori – è estremamente trascinante. Motivo per cui la compagnia è riuscita a farsi apprezzare anche oltre i confini italiani.

Tramite questo lavoro dentro e fuori il palcoscenico, la compagnia  riesce a tirar fuori da queste persone un incredibile carico emozionale, una potenza umana tesa a far riflettere gli spettatori sulle condizioni degli  attori, oltre che sui temi dell’opera rappresentata, in una società che, sempre più avvolta intorno al dogma dell’esteticamente perfetto , sembra essersi dimenticata dell’esistenza e dell’importanza di queste realtà.

La commozione dunque, al termine della tragedia euripidea, in questa sera di settembre al teatro Argentina, è stata doppia. Un grazie al pregio attoriale, che riporta in scena la tragedia umana dello sfacelo familiare e dell’infanticidio. Da non dimenticare è la gioia degli attori, per gli abbracci con D’Ambrosi, per i loro sorrisi, per la loro foga incontenibile di fronte agli applausi di uno dei più bei teatri capitolini.
È l’arte, quella vera, che dagli occhi passa al cuore senza andarsene più.