di Luca Gritti

V’è un artista italiano esperto nella pratica dell’encausto, tecnica nella quale fallì anche uno come Leonardo, avvezzo ad operare con la cera anziché con l’olio garantendo ai suoi capolavori una durata plurisecolare. Un altro, connazionale e pittore, dipinge maestose cadute oniriche,tra cui si ricorda una geniale precipitazione di Pasolini defunto che si ricongiunge a Petrarca, Pound ed alla madre. Lust, but not least, un trentenne del Belpaese che vanta tra le sue opere dodici pale d’altare. E’ in corso un nuovo Rinascimento? Il Vaticano è tornato ai tempi di Raffaello e Michelangelo?

Forse, più prosaicamente, pensereste che ci si stia dilettando ad immaginare un’Italia di bellezza e di arte nell’odierno orizzonte di desolazione e sconforto economici, politici ma anche culturali. E invece questi pittori esistono, è vera la loro fama ed è vera la considerazione di cui godono nel mondo, ma soprattutto è vera la grandezza delle loro opere, in cui si coglie il senso più autentico del bello. Li ha descritti tutti Camillo Langone, giornalista del Foglio, in un agile saggio dall’eloquente e veritiero titolo Eccellenti Pittori, un canone di pittori di prim’ordine, tutti italiani e tutti viventi, da cui è sorto un sito internet per pubblicizzare e divulgare l’opera di questi artisti e da cui è nato anche un concorso, ove si stabilisce il miglior quadro italiano dipinto nel corso dell’anno presente. Il libro destò clamore al momento della sua pubblicazione, due anni fa, e visto che è un diario della pittura italiana vivente, dunque fluida e sempre cangiante, può risultar datato, ma non è sterile leggerlo e parlarne visto che la retorica contro cui questo libro si batte è più che mai in auge. La retorica è quella nota, quella dell’Italia piagnona e vittimista, quella dell’Italia disfattista e distruttiva, quella degli italiani che cedono al passatismo e al pessimismo e deridono l’Italia presente confrontandola coi fasti artistici e letterari dell’Italia passata. Ma anche la retorica dell’Italia che vuole essere al passo coi tempi, con la globalizzazione e con la post-modernità, con l’Ovest e con il Nord del mondo, ma finisce per essere più provinciale dei provinciali, affetta da inspiegabili ed a volte patetiche esterofilie, le stesse che hanno portato ad infliggere alla marmorea e candida Piazza della Signoria l’improbabile scultura gialla sgargiante di Koons, dal testo discutibile e totalmente fuori contesto.

Langone vuole mostrare il carattere menzognero e risibile di questo discorso dominante: non è vero che l’Italia abbia smesso di essere la culla dell’arte, della pittura e dei grandi pittori; è vero invece che i pittori ci sono, brillanti e geniali, la differenza col passato è che non sono valorizzati ma disconosciuti, misconosciuti o condannati all’indifferenza. Avviene per l’arte un fenomeno che è ormai noto in politica e nella cultura in generale, messo in luce anche dall’ultimo numero del Bestiario: gli italiani, anziché pensare l’italianità come eccezionalità e risorsa, la vedono come un’anomalia da cui emanciparsi, un marchio d’infamia da lavarsi via. Così, anziché coltivare la propria specificità, anche pittorica, si adeguano al gusto dell’Occidente senescente e decadente, presentandone una replica spesso anche peggiore e caricaturale. Ma anziché essere periferia artistica dell’Occidente, l’Italia avrebbe i pittori per potersi mostrare come punto di svolta di un’arte post-moderna che ha ormai raggiunto un punto morto. Langone qui coglie nel segno quando denuncia la deriva dell’arte contemporanea, che da Duchamp in poi non è più riuscita a partorire nulla fuorché il nulla, che non è sacra, ma non è neppure più dissacrante;  che non è bella ma è brutta, spesso orrida e inquietante; che non ha più originalità ma è una stanca replica di provocazioni ormai logore, che non provocano altro che noia. Se c’è un filo rosso che accomuna tutti gli eccellenti pittori, per il resto diversissimi in quanto a provenienza, biografia e poetica, è proprio questo contatto con la realtà, questa concezione della pittura come raffigurazione, non come astrazione. Qui Langone, tra le tantissime (è tanta l’erudizione necessaria a chi vuole stare sempre dalla parte del torto…) suggerisce una citazione fondamentale, di Jean Danieloù secondo cui “arte è percepire la profondità del reale”. Ci ricorda Simone Weil che dice che bene è dare all’altro più realtà, e Filippo La Porta, che in un suo libro sulla poesia (Poesia come Esperienza) sostiene che la grandezza poetica stia nel saper raccontare la propria realtà, il proprio vissuto, raccontando così la vita degli altri, di tutti.

In questo orizzonte post-moderno sentiamo l’esigenza di un nuovo criterio che, dopo i cambiamenti incendiari del Novecento torni a farci capire cos’è buono, cos’è vero e cosa è bello: la realtà potrebbe essere un discrimine significativo. Chi si allontana dalla realtà s’incattivisce, perde gli altri e se stesso, perde la realtà e ciò che gli resta sono solo astrazioni, quando non proprio visioni ed elucubrazioni, che lo allontanano dall’etica ma anche dall’estetica; chi invece vive la realtà, ci si immerge, la coglie e da questa attinge, lui sa perseguire il bene ed il bello, cogliendone frammenti nella quotidianità e nella concretezza. Langone però non offre la realtà come solo criterio: l’introduzione fornisce una serie di criteri di autori illustri che possono aiutare a distinguere il bello anche ai profani dell’arte per metterli al riparo dalle derive soggettivistiche che hanno reso l’arte attuale incomprensibile perfino ai critici professionisti ed ai mecenati, che spesso comprano solo per investire, vendere e guadagnare…L’autore si appoggia sull’autorità di molti giganti, ma forse una sintesi che condensi il criterio ultimo che aiuti ad individuare il bello la offre  Arthur Schnitzler, secondo cui le caratteristiche dell’arte devono essere “armonia, intensità, continuità”. Un’opera d’arte deve avere una forma precisa, la tecnica è fondamentale, è assurdo sostenere, con l’arte concettuale, che saper dipingere sia secondario per un artista, ma la tecnica da sola non basta, altrimenti si è non artisti ma artigiani; occorrono anche intensità-forza, determinazione, costanza-; e continuità, cioè che la propria arte innovi ma si riallacci ad una tradizione, che definisca con esattezza una poetica, che si distingua dagli altri artisti, che abbia una propria inconfondibile originalità. Tecnica, costanza, forza, tradizione, originalità, stile, ecco una serie di canoni da richiedere e ricercare ad un quadro perché gli si riconosca bellezza e genio. Ne manca uno, forse il più importante, che viene indicato non a caso nel primo criterio del libro, ricavandolo da una frase di Marc Augè: “L’Opera d’arte deve dare speranza”. Ecco, contro l’arte dei paesi civili, progressisti e nichilisti, contro le opere d’arte meccaniche e disumanizzanti, contro le proiezioni digitali e le opere senza titolo, forse dovremmo esporre orgogliosi la nostra arte, un faro di speranza in un contesto di disperazione. Perché forse è solo a questo che dovrebbe spingerti un quadro: a credere a qualcosa.