Sergio Lombardo cominciò la sua carriera di artista molto presto, neanche ventenne, esponendo le proprie opere al Premio Cinecittà di Roma, luogo in cui è nato, cresciuto ed in cui tutt’ora vive ed opera.
Era il 1958 e come lo stesso Lombardo racconta il Paese intero era così tanto diverso da come è poi diventato.
In quel periodo entra nella così detta Scuola di Piazza del Popolo, un gruppo d’avanguardisti che si ispiravano al Futurismo e cercavano vie nuove di espressione, in un’Italia che, con la guerra finalmente alle spalle, era un foglio bianco ancora tutto da scrivere.
Al Caffé Rosati di Piazza del Popolo e alla Galleria La Tartaruga – luoghi d’incontro abituali – venne in contatto con artisti del calibro di Kounellis, Schifano, Festa, Angeli. Ma si riunivano assieme a loro anche altri artisti, intellettuali e letterati del mondo romano, come Flaiano, Moravia, Guttuso e Pasolini, e poteva capitare allora – in quei primissimi anni Sessanta – di trovare tutte quelle facce e quei nomi seduti assieme, ai tavolini del caffè.

Mi può raccontare qualcosa sulla genesi della Scuola di Piazza del Popolo? Che clima si respirava in quegli anni, cosa vi spinse a legarvi tra voi e a dare vita ad un’esperienza simile?
Ci fu poi un evento che pose fine nettamente a quel periodo o fu per una serie di concause?

La Scuola di Piazza del Popolo nacque spontaneamente nel tempo, sulla scia della ricerca futurista, man mano che si aggiungevano gli artisti più giovani.
La sequenza temporale alla Galleria La Tartaruga fu la seguente: Burri, Rotella, Twombly. Furono loro i primi attrattori, insieme agli americani Rauschenberg, Rothko, Kline, Francis, Marca-Relli.
Alla fine degli anni cinquanta entrarono Kounellis, Schifano, Festa e Angeli.
Il clima di fondo che si respirava in Italia e a Roma in quegli anni era quello ben descritto dal film Ladri di biciclette. La cultura figurativa era dominata dal Realismo Socialista o dal Passatismo Accademico. Noi della Scuola di Piazza del Popolo eravamo considerati dei sovversivi e degli isolati, lo stesso Futurismo era ancora considerato una provocazione goliardica. Ma seppure isolato il nostro piccolo gruppo di intellettuali ed artisti era estremamente attraente per due motivi: sia perché era molto teso verso la ricerca e la sperimentazione di un linguaggio che rompeva con tutti i valori del passato, sia perché era in contatto con tutta l’eccellenza mondiale della ricerca scientifica e artistica.
La fine di questo clima creativo e internazionale ebbe fine quando il nostro movimento, ormai pronto a giocare un potente ruolo internazionale e a confrontarsi con la competizione dei mercati mondiali, non fu sostenuto dallo Stato italiano, che non aveva alcun programma per l’Arte.
I nostri musei ancora oggi non sostengono alcuna corrente di ricerca culturale e non espongono alcuna interpretazione storica dell’Arte italiana. Anche le gallerie d’arte private, col passare del tempo, diventarono sempre più dei piccoli negozi provinciali, incapaci di sostenere un qualsiasi ruolo culturale.

Dunque giudica negativamente il bilancio artistico italiano dell’ultimo mezzo secolo?

L’atteggiamento italiano è estremamente provinciale, è anacronistico. Io stesso ho esposto un po’ in tutto il mondo, ma qui non sono mai stato preso in considerazione. Ma non è questione di simpatia o antipatia, il fatto è che l’Italia non ha inteso la strada che l’arte moderna ha imboccato. Non riesce a capirlo proprio. E lo stesso vale per l’Europa, tutta l’Europa ha verso l’arte un approccio del tutto anacronistico. Eccetto forse il Regno Unito, perché i britannici insieme agli americani sono quelli che hanno iniziato la globalizzazione… la globalizzazione della ricerca. E allora hanno compreso il modello artistico che oggi domina e che è l’unico possibile, perché l’arte non cambia semplicemente alle variazioni del gusto delle persone, nelle varie epoche, ma segue motivi evolutivi molto più profondi.

E dunque qual è stata l’evoluzione dell’Arte dal Futurismo a oggi? Cos’è l’Arte oggi?

L’arte sono i satelliti artificiali, è l’architettura spaziale, la robotica, l’allungamento delle prospettive di vita… É la ricerca. Oggi non esiste più una distinzione tra artista e scienziato, le due figure coincidono, la ricerca scientifica è l’arte di oggi ed è questa la ragione per cui l’Italia non è al passo, non può stare al passo.
L’approccio italiano è vecchio, l’Italia deve capire che l’arte di oggi è americana e si può fare ad alto livello solo in America e nel Regno Unito, nelle condizioni attuali. Oggi se un ricercatore italiano volesse fare veramente carriera dovrebbe per forza emigrare in queste due terre. Non potrebbe fare altrimenti.

In che momento le figure di artista e scienziato vengono a coincidere esattamente?

Il concetto di artista-scienziato nasce dalla teoria del Futurismo, che al patetico poeta del chiaro di luna contrapponeva l’ingegnere Futurista. E l’Arte Moderna lo riprende in pieno, lo sviluppa, lo porta alle estreme conseguenze.
Se si vuole competere bisogna entrare in una visione mondiale dell’Arte, ma non solo dell’arte: dell’economia, della politica… Se l’arte è ricerca scientifica, è ingegneria, allora occorre porsi in un’ottica di avanzamento in questi campi, di competizione con gli altri Paesi, di conflitto anche.
L’Italia oggi non ha le strutture per farlo, non ne ha la mentalità e non si rende nemmeno conto di quanto le manchi, non riesce proprio a riconoscere il problema. L’Italia pensa di poter trattare con Putin… E lo stesso vale per l’Europa.

Un politologo americano, Robert Kagan, spiega in un suo saggio di come l’Europa, dopo la Seconda Guerra Mondiale, si sia posta al riparo della forza militare americana e abbia scelto di ritirarsi dalla politica di potenza, uscendo dalla storia, ritirandosi nel post-moderno.

É esattamente quello che è successo e una conseguenza diretta di questo è lo scadimento del livello artistico e culturale.
L’Italia è ai margini, come le altre nazioni. Per non esserlo dovrebbe essere competitiva. La neutralità porta solo all’implosione.

La corrente artistica che Lei stesso ha fondato, l’Eventualismo, viene accostata alla Pop Art americana. In che misura è effettivamente figlia della Pop Art e in che misura invece del Futurismo?

Dunque, tutte le attuali avanguardie artistiche sono figlie del Futurismo. La Pop Art americana nasce sostanzialmente dal Futurismo, molto meno da altri movimenti, come il Dadaismo.
Il Futurismo è la più avanzata avanguardia storica, rifiuta una bellezza statica (perché la bellezza non è oggettiva, è l’espressione di una cultura che si afferma), abbraccia il dinamismo, il mutamento continuo…
Dei vari rami nati in seno alla Pop Art il più importante è senz’altro il Concettualismo, che è l’unico che accetti la scienza, che la riconosca come condizione artistica essenziale. Eppure il Concettualismo commette un errore: per i concettualisti la scienza è quella medievale e questo porta a un anacronismo, perché così muore la creatività, la sperimentazione. Diventa un qualcosa di tautologico, fine a se stesso.
L’Eventualismo nasce da questa lacuna, sopperisce con la Stocastica, la Teoria degli Insiemi, la Teoria delle Complessità… con degli studi scientifici insomma. Uno dei capisaldi è l’Astinenza Espressiva. L’artista diventa asettico, all’opera non trasmette il proprio vissuto, la propria esperienza, il proprio giudizio. Dà vita ad un’opera in tutto e per tutto scientifica, ingegneristica e lascia ogni considerazione a chi osserva, al pubblico.

Dunque anche nella Pop Art non è presente un giudizio di merito, una critica o dell’ironia? Penso ad esempio a Andy Warhol, alle sue opere in serie. Non c’è dell’ironia nei confronti di questo mondo massificato che si è venuto a creare, di questi individui che inseguivano – consapevoli o meno – il più pieno conformismo?

No guardi, io Warhol l’ho conosciuto ed in lui non c’era ironia. In lui ho visto solo avidità. In quasi tutti gli americani ho visto quell’avidità.
Loro con la Pop Art hanno trovato l’Eldorato ed allora hanno iniziato a strafare, hanno voluto ottenere quanto più potevano dal pubblico in termini di denaro sonante. Di Warhol stimo solo la precocità, la collocazione temporale, storica.