Il Progresso ama l’arte. Questa è una cosa che ci sentiamo di dichiarare con certezza quasi assoluta. Non si spiegherebbe, altrimenti, il completo trionfo del pensiero progressista in questo settore. La radicale affermazione delle sue folli idee nel campo della rappresentazione artistica.
L’arte progressista è, ovviamente, un’arte assurda. Premettiamo fin da subito che per comprendere questo discorso è necessaria una grande agilità di spirito da parte del lettore nel caso in cui voglia seriamente liberarsi dalla cappa irrespirabile in cui si ritrova a campare. Il mondo dell’arte è emblematico in questo senso, perché l’arte ha sempre avuto, a differenza di altri ambiti della cultura, una nozione sfuggente. Nozione sfuggente, sì: ma non tanto vaga da annullarsi. Solo un’ideologia poteva riuscirci. Solo il progressismo è riuscito ad annullare l’arte, e attraverso un trabocchetto velenoso.
Fondamentalmente, l’arte progressista è un’arte incomprensibile. Questa arte incomprensibile, che non ha letteralmente senso, nasce con Picasso: il noto artista spagnolo che, sognando di inventare un tipo di arte totale, ha inventato l’arte del totale nulla; e sognando di arrivare a dipingere come un bambino, è arrivato a dipingere come un fesso.

Poi, da questa fondamentale origine, si sono fatti largo tutta una serie di movimenti avanguardistici secondari, fondati da artisti di dubbio talento, che hanno progressivamente eroso la necessità (sempre avvertita come una sorta di prerequisito) di possedere un minimo di abilità naturale e tecnica per poter esercitare il mestiere. Fino ad arrivare agli sgorbi innaturali di oggi, e alle idiozie ideali che possiamo contemplare nei musei di arte contemporanea.
Dicevamo che il Progresso è profondamente affascinato da questo tipo di arte. Tuttavia, come si è intuito, non l’ha inventata lui. Lui ne è un semplice ammiratore; e come un pantalone la finanzia, c’investe, sia culturalmente che economicamente. Potremmo dire che se ne è appropriato. E infatti nessun grido si alza di fronte all’ingiustificata bruttezza di un dipinto a tinta blu, che oltre al colore blu, e alla cornice che lo delimita, non rappresenta altro. Non che sia orrendo, per carità: ma è comunque privo d’una giustificazione razionale. Però ai progressisti piace molto. E dunque nessuno s’azzarda a metterla in discussione, quest’arte dei concetti e non delle figure, quest’arte delle idee prezzolate, che ha ucciso per sempre l’autentica arte che nobilita l’uomo in tutto l’universo; nessuno s’azzarda a criticarla sotto pena di espulsione dall’olimpo delle persone colte. Una delle pene convenzionali preferite dal tiranno progressista è infatti il discredito sociale generalizzato. Essendo una tirannia che si impone attraverso il conformismo, contestarla non implica, per castigo, vessazioni corporali particolari, ma solo la ripulsa unanime dei suoi luogotenenti (pardón: volevamo dire “intellettuali”) fino a giungere al linciaggio verbale del popolo cialtrone (pardón: intendevamo riferirci alla “cittadinanza”).

A chi scappa una parola fuori posto su una performance artistica che non ha alcun senso, incluso estetico, può capitare, in particolare, d’incorrere in due distinti flagelli: l’indifferenza o il biasimo. Nell’ambito artistico, diversamente da ciò che accade nell’espressione linguistica (dove rifiutarsi di parlare correttamente in determinati contesti può configurare addirittura un reato), si preferisce utilizzare il primo rimedio. Che in effetti è molto più utile del secondo: perché il secondo, comunque, una certa visibilità al trasgressore gliela concede. L’indifferenza no. L’indifferenza è un autentico potere di emarginazione intellettuale, di abbassamento del volume del microfono, preziosissimo nell’epoca in cui si trova ad operare il neonazismo progressista, epoca di tsunami informativi poderosissimi che riuscirebbero a nascondere qualsiasi notizia fondamentale schiacciandola sotto una montagna di chiacchiericcio e corbellerie. E sono proprio il chiacchiericcio e corbellerie gli strumenti che utilizza il tiranno progressista per sommergere l’opinione di un critico che, fra i pochi, chiarisce una volta per tutte che la Prog-Art è una coglionata: questa opinione viene buttata a terra come un pezzo di carta, e una volta a terra sommersa da una valanga di opinioni contrarie più o meno concordanti fra di loro.

Tutto ciò è possibile attraverso il concetto distorto di uguaglianza che si è imposto al giorno d’oggi, quel concetto distorto secondo il quale tutte le opinioni valgono allo stesso modo e, quindi, basta una quantità di opinioni sciocche ad azzittire una singola opinione sensata (che poi è il caso che più si verifica, data la numerica sproporzione fra persone istruite e persone non istruite).  E così anche a noi risulterà difficile affermare l’ovvio: ossia che l’arte vera è morta, schiattata di modernità, e non c’è modo per poterla rianimare. Che è come dire 2+2=4.