Era la fine del 1930: il 24 aprile in Italia, Edda Mussolini, la primogenita della “Coppia” del tempo, si sposa con il Conte Gian Galeazzo Ciano. In India, dal mese precedente, Mohandas Karamchand Gandhi aveva dato vita ad una delle sue numerose e più famose operazioni nell’ambito della “Satyagraha”: si assisteva in quei giorni alla celebre Marcia del Sale, la grande protesta contro la tassazione imposta dall’occupante britannico. A Roma gli ammodernamenti, gli abbattimenti, i recuperi e le ricerche in campo storico e archeologico erano all’ordine del giorno: fra poco più di due anni la cosiddetta “via dell’Impero” sarebbe stata conclusa e, tragicamente, in cambio di una strada per parate, avremo perso un intero quartiere di epoca medievale. E sulla nuova via dei Trionfi, sacrificammo ingiustamente la splendida Meta Sudans, troppo ingombrante per essere risparmiata da quel sentiero, che nulla ebbe a che spartire con la Vittoria.

In quel 1930, sotto l’imponente Palazzo della Cancelleria Apostolica nei pressi di Campo de’ Fiori, durante una serie di lavori e scavi, furono ritrovati alcuni eccezionali reperti marmorei, pronti a schiudere e a conferirci una ricca sfilza di nozioni simboliche. Essendo l’imponente palazzo di fine quattrocento una sede pontificia, sin dall’unità d’Italia ben godeva di ogni diritto extraterritoriale tipico delle ambasciate straniere, dunque, i meravigliosi reperti furono portati nelle gallerie vaticane. Ad oggi, una serie di numerose informazioni per studiare approfonditamente l’opera, ci è fornita dai lavori dell’archeologo e professore Goffredo Bendinelli e dall’oxfordiano Hugh Macilwain Last, tuttavia ancora permangono, come di consueto, numerose scuole di pensiero e opinioni su molteplici dettagli.

Il Colosseo e la Meta Sudans nel 1890

Il Colosseo e la Meta Sudans nel 1890

Abbiamo a che fare con due imponenti bassorilievi – due metri e dieci circa di altezza –  il cui uso e precisa collocazione, rimangono oggetto di dibattito. La lunghezza originale dei rilievi, denominati A e B, non è calcolabile – vi è una parte mancante a sinistra dal rilievo A e numerosi frammenti perduti dal rilievo B – possiamo tuttavia ipotizzare un utilizzo pubblico e celebrativo. Prima di entrare nel vivo dell’analisi, bisogna dare qualche dato tecnico: secondo alcuni studi effettuati sui rilievi, non furono rinvenute tracce di policromia o altro tipo di pigmentazione minerale o vegetale, ciò ci induce a pensare che, nonostante la più che alta commissione e le modifiche effettuate sui rilievi in tempi differenti, essi furono solo in procinto di essere utilizzati, ma mai collocati propriamente.

Altro punto è quello che riguarda l’impiego: alcune ipotesi ci portano a pensare che potessero trattarsi di decorazioni poste nell’area del Templum o Porticus Divorum, uno spazio dal carattere sacro all’interno del Campo Marzio, più precisamente sulla Via Lata. Questa zona, già monumentalizzata a partire dal Divo Augusto in poi, fu sempre più oggetto di cure da parte dei principi del I secolo p.e.v. e Domiziano, ne fu un particolare arricchitore. Oltre allo Stadio e all’Odeon, assieme ad altri considerevoli restauri di edifici preesistenti, il secondogenito del pacificatore dell’Impero costruì una grande area – 194 per 77 metri – dedicata al culto del padre e del fratello divinizzati, in perpetua memoria delle loro mirabili gesta belliche e civili. Altre ipotesi ci portano a pensare ad uno dei numerosi archi trionfali fatti costruire da Domiziano e successivamente smantellati dopo il suo assassinio; le risposte certe ancora latitano.

Su un dato possiamo essere certi: i rilievi sono l’esplicito tentativo di legittimare e conferire autorevolezza politica e militare al terzo dinasta dei Flavi, in un momento storico sempre più concitato e turbolento. Vale la pena dilungarsi sulla questione stilistica. Con questi due monumenti, notiamo un forte distacco dalla precedente forma artistica dei Flavi, già implementata nei rilievi dell’Arco di Tito – di commissione senatoria da collocarsi fra l’81 e il 90 circa p.e.v. – o nella ritrattistica tendente al realismo anziché all’idealizzazione. Se dapprima trovavamo uno stacco dal filellenismo neroniano, verso un più rustico, popolare, verace e grezzo stile – favorito dai Divi Vespasiano e Tito – con Domiziano torniamo ad un gusto scultoreo già noto all’arte romana e di chiara ascendenza greca. Le forme, i panneggi, le movenze e la generale eleganza impiegata sui due rilievi dai maestri artigiani, ci riportano a luci ed ombre tipiche dell’arte Giulio-Claudia di carattere neoattico – i rilievi dell’Ara Pacis sono un esempio – tuttavia l’utilizzo dello spazio e la disposizione dei corpi su più piani è già cambiato oramai da qualche decennio. Nei piani urbanistici e artistici domizianei si delinea così la volontà di porre nuovamente l’ellenismo al centro del mondo imperiale, slegandosi da quello stile plebeo che, fatalmente, tornerà a predominare con la fine del II e l’inizio del III secolo.

La narrazione che ci viene illustrata è estremamente limpida. Volendo seguire una certa linea temporale, partiremo con il frammento B, quello sfortunatamente peggio conservato, assistendo ad una scena “retrolampo” della recente storia romana. Per accennare in forma generale, siamo davanti al ritorno, l’adventus di Vespasiano a Roma. Primavera dell’anno 70 p.e.v. in Palestina Tito cinge duramente d’assedio le mura della ribelle Gerusalemme, mentre a Roma il disordine creatosi con Aulo Vitellio, precedente imperatore, era oramai solo un brutto ricordo. Un diciottenne Domiziano si mise subito di buon accordo con il Senato, il quale decise di affidargli un potere molto simile a quello consolare con il rango di pretore. Nel frattempo, Gaio Licinio Muciano, uno dei massimi alleati di Vespasiano, era già da tempo giunto a Roma e aveva assunto de facto la reggenza dell’Impero assieme al giovane Domiziano, in attesa che Vespasiano tornasse dal Levante. L’avvento fu glorioso e il rilievo ne è una perfetta manifestazione. Secondo un preciso ordine gerarchico, distinguiamo per quanto ci è possibile il mondo romano dell’epoca: partendo dal frammento di sinistra, notiamo tre figure, di cui due in primo piano ed una centrale in secondo.

Scorcio sul rilievo B con l'adventus di Vespasiano e la sua accoglienza

Scorcio sul rilievo B con l’adventus di Vespasiano e la sua accoglienza

Il giovane uomo togato con una lunga verga nella sinistra, poggiata al petto, viene spesso identificato come una sorta di protettore delle figure che si susseguono innanzi a lui. Su di un elegante trono dalle sembianze lignee, si staglia la Dea Roma dotata di scettro alla destra. Torna nuovamente l’iconografia di stampo Giulio-Claudio che vuole la personificazione dell’Urbe come una Amazzone dalla leggera veste, con seno scoperto ed elmo attico con cimiero supportato da una piccola sfinge sul capo. In primo piano davanti a lei si sussegue un corteo di vergini vestali, le sacerdotesse del fuoco sacro di Vesta.

L’unica superstite ben conservata ci permette con certezza di identificare il collegio per via di alcuni particolari attributi: la peculiare acconciatura e la tipica fascia a quattro frange sulla fronte con doppio laccio alla nuca non possono essere collocate altrove. Seppure vi siano reperti archeologici risalenti ad epoche di poco successive che mostrano differenze ed ampliamenti stilistici, la fascia frangiata sul capo e i due lacci sono l’inconfondibile dettaglio identificatore per uno dei collegi più importanti della religione romana. I frammenti seguenti ed altri piccoli dettagli di sottofondo ci permettono di identificare con certezza altre due vestali, tuttavia le altre tre – 6 era il numero totale delle sacerdotesse all’epoca – non riusciamo a scorgerle, come non riusciamo ad identificare neppure la virgo vestalis maxima.

Tre figure del rilievo: il giovane senatore "guardia del corpo" delle vestali, la Dea Roma sul comodo trono ligneo e una delle vergini vestali con il tipico copricapo

Tre figure del rilievo: il giovane senatore “guardia del corpo” delle vestali, la Dea Roma sul comodo trono ligneo e una delle vergini vestali con il tipico copricapo

Proseguendo verso destra, notiamo un giovane che ci mostra le spalle, presumibilmente si tratta di un secondo addetto alla sicurezza delle vergini, ma non di rango senatoriale, poiché non dotato di toga ma di una veste più corta, adatta ad un cavaliere. Ed infatti, subito dopo di lui, incontriamo il primo di una serie di littori: il giovane clamidato volge con fare rigido lo sguardo verso la scena innanzi a sé, pur mantenendo una posa corporea armonica ed equilibrata. Il fascio littorio, saldamente trattenuto nella sinistra è dotato di una scure e di una decorazione a forma di testa leonina, ciò ci induce a pensare che la scena, almeno a partire dal littore, sta avendo luogo al di fuori del pomerium. Arriviamo così ai quattro protagonisti del rilievo, disposti rispettivamente due in primo piano e due in secondo. Il Genius Senatus, qui distinto vir barbuto, togato e dotato di diadema, si lascia far strada dal giovane Genius Populi Romani, detentore di attributi quali lo scettro e la cornucopia ricolma di uva e pomi. Le due genialità sono intimamente legate non solo da somiglianze fisiche, ma anche dai rispettivi ruoli: il senex dallo sguardo alto, quasi perso fra le ampiezze dell’ultraterreno, si fa guidare dallo iuvenis dal forte petto e dal paludamentum alla spalla, il quale scalzo, a differenza di tutti gli altri personaggi compreso il suo più anziano collega, fa per ergersi sopra una sorta di scalino, nel tentativo di innalzare sé stesso e gli attributi di cui è detentore; egli infatti è il nuovo reggitore del comando regale e il dispensatore figurato di una rinnovata abbondanza. La Gens Flavia, di estrazione non senatoriale, bensì equestre o comunque non riconducibile al patriziato, inquadra nel genio del Popolo il suo protettore, pertanto, ad egli concede l’onore di elevarsi per la prima volta nella storia del principato sul podio del purpureo comando.

Il Senatus Populusque Romanus è fisicamente visibile a tutti: le alte magistrature e tutta la cittadinanza romana incarnate si riuniscono per celebrare la riunificazione e l’incontro fra pater et filius. Domiziano, giovane dalla barbula e dal bell’aspetto, porta la destra a sorreggere un lembo della toga, mentre la sinistra morbidamente si aggrappa ad una ampia sezione della veste. Il secondogenito è qui circondato da un’aura di eleganza e nobiltà fuori dal comune, eguagliata solo dalla cruda potenza del padre innanzi a lui. Vespasiano, in una posa simile a quella del figlio, mantiene la sinistra su un lembo della toga, mentre la destra si alza, schiudendosi in un gesto con una valenza fra l’intimo e il pubblico. Non sapremo mai se quella qui mostrata era più una pacca sulla spalla o una forma di saluto – la mancanza delle dita non ci permette di esserne certi, tuttavia l’utilizzo della mano destra ci porta a supporre che possa trattarsi di un saluto formale – quel che ora possiamo constatare è un ordine simbolico unico nel suo genere: il littore scorta la totalità dei Senatori – identificati nel Genius – a loro volta garanti del potere detenuto da Domiziano, qui intento a convogliare le speranze del popolo – Genius fra i due Flavi – verso il suo nuovo Padre.

 L'incontro fra Padre e Figlio, suggellato dalla presenza delle genialità del Senato e del Popolo

L’incontro fra Padre e Figlio, suggellato dalla presenza delle genialità del Senato e del Popolo

Il nuovo imperatore, dal volto duro ma rassicurante, riceve, sempre dal secondo piano, una incoronazione. Se nel primo piano notiamo già da subito due soldati acefali – un littore e presumibilmente un pretoriano con bastone corto o pergamena – fanno capolino dietro il littore, due leggiadri e ben definiti piedi – li vediamo spuntare a sinistra e a destra proprio dietro al portatore di fascio – notata la fattura e la delicatezza di quegli arti, non possiamo che ricollegarli a quel frammento di corona civica che spunta poco dietro la testa di Vespasiano. Siamo al cospetto di una vittoria alata, premonitrice della imminente disfatta del popolo giudaico ad opera del figlio Tito e glorificatrice della potenza del nuovo principe, già vittorioso suoi nemici interni e più volte salvatore dei suoi concittadini.

Il professore Eric R. Varner nel suo approfondito studio sulla ritrattistica, ha ipotizzato che i volti sia di Domiziano che di Vespasiano, possano essere stati scambiati o modificati direttamente; nell’effettività vi sono tracce di modifiche sulla superficie del rilievo, nelle vicinanze di alcuni volti, tuttavia la teoria rimane non pienamente appurabile, poiché non supportata da segni maggiormente evidenti. Il rilievo del ritorno di Vespasiano è una glorificazione non tanto dell’accogliente Domiziano, quanto piuttosto dell’imperatore reduce dall’oriente, pertanto, potrebbe non essere stato soggetto a damnatio memoriae, come invece avverrà per il secondo rilievo.

Dettaglio dei volti. Si noti il realismo impiegato nel mostrare la barbula, la peluria giovanile di Domiziano e le caratteristiche tipiche del volto di Vespasiano: naso appuntito, rughe marcate e fronte molto alta. I corpi togati sono idealizzati, ma i volti sono plausibilmente autentici

Dettaglio dei volti. Si noti il realismo impiegato nel mostrare la barbula, la peluria giovanile di Domiziano e le caratteristiche tipiche del volto di Vespasiano: naso appuntito, rughe marcate e fronte molto alta. I corpi togati sono idealizzati, ma i volti sono plausibilmente autentici

Il grande frammento A invece, in modo quasi speculare, rappresenta una profectio, la cerimoniale partenza dell’imperatore alla volta del campo di battaglia. Il rilievo, molto ben conservato, raffigura sempre in maniera gerarchicamente ordinata, questa incredibile sfilata verso le fredde lande del nord Europa. La partenza dell’imperatore può darci qualche indizio sull’anno di costruzione dei rilievi e sulla campagna militare in corso. Domiziano, pur non essendo un esperto militare, seppe con alterne fortune mantenere un equilibrio sia interno – buoni rapporti con le legioni – sia esterno – ferrea diplomazia – ottenendo da una parte alcuni successi, dall’altra delle sconfitte, senza alcun dubbio gonfiate dalla storiografia successiva a lui ostile. Tre furono le campagne militari a cui si dedicò personalmente: germanica, dacica e suebo-sarmatica. Queste coprirono quasi interamente tutto l’arco di attività politica del principe, dunque presumibilmente, il rilievo in questione ci mostra una delle ultime attività militari di Domiziano, possibilmente inquadrabile nella campagna suebo-sarmatica fra l’89 e il 97 – essa fu conclusa da Nerva, coadiuvato dal generale e futuro imperatore Traiano – Domiziano infatti, morì assassinato in seguito ad una congiura di palazzo il 18 settembre dell’86.

Presa per buona questa teoria, assistiamo alla partenza del principe alla volta delle terre attualmente identificabili fra la Repubblica Ceca, la Slovacchia e l’Ungheria, nel convenzionale arco temporale che spazia fra il 90 e il 92. Gli Agri Decumates erano stati già messi in sicurtà e i Daci di Decebalo, nonostante l’evidente problema che ancora costituivano, erano da poco stati calmati con un trattato di pace, considerato generalmente disonorevole, ma ben presto – a maggior ragione dopo il cambio di fronte attuato da Domiziano – sarebbero tornati alla carica e poi sottomessi definitivamente da Traiano nell’anno 106. Si parte alla volta di una spedizione pacificatrice e, auspicabilmente, di gran conquista. Iniziando da sinistra, si nota in alto un’ampia ala, essa doveva appartenere ad una vittoria, purtroppo non pervenutaci, tuttavia essa è già messaggera dei futuri esiti positivi delle manovre belliche. Subito sotto, vediamo un giovane littore con fascio dotato di scure – siamo nuovamente fuori dal confine del pomerio – avanzare e al contempo, come vedremo faranno molti personaggi, puntare il suo sguardo verso i protagonisti della marcia collettiva. Ad aprire le porte dell’interpretazione simbolica troviamo un ufficiale militare veterano, dalla folta barba, dallo sguardo profondo, austero: con un ampio gesto della destra crea un varco, uno spazio d’azione che si proietta ben oltre il rilievo stesso, quasi invitando l’intera compagine marmorea a staccarsi dalla bidimensionalità. Il personaggio in questione è identificato con Mars Gradivus, ovvero Marte che si appresta alla battaglia, che si avvia e che guida coloro che lo seguono.

Scorcio sul rilievo A con la profectio del Domiziano/Nerva supportato dagli Dei, le genialità e il corpo pretoriano

Scorcio sul rilievo A con la profectio del Domiziano/Nerva supportato dagli Dei, le genialità e il corpo pretoriano

Il Dio non è molto dissimile da come poteva apparire un alto comandante militare dell’epoca in assetto da parata. Elmo attico con decorazioni floreali, sostegno per cimiero a forma di grifone, ben definita lorica musculata con spallacci arricchiti da fulmini. Triplo ordine di pteryges, uno borchiato presumibilmente di cuoio e due in stoffa, raffinati calzari e per finire, un meraviglioso scudo tondo lievemente bombato, con eleganti decorazioni a solco, simili a grandi petali. Ad arricchire ulteriormente le armi del Dio – si noti la lancia in secondo piano – sbuca al centro dello scudo un volto clipeato, raffigurante Giove Ammone: dettagli come la barba, la folta capigliatura e le corna caprine lascerebbero poco spazio a dubbi.

Subito dopo il Dio della guerra, troviamo una splendida figura femminile, la cui identità non può insospettire: Minerva, in modo del tutto inedito, ci si presenta sempre detentrice degli usuali attributi – elmo corinzio con decorazioni a forma di grifoni e arieti, sostegno per cimiero a forma di civetta, l’immancabile egida squamata con gorgoneion centrale, scudo con bordo di lauro e motivi a palmetta e vegetali interni – ma anziché mostrarsi come terribile ideatrice di strategie o stante manifestazione di morigeratezza e alterità, qui è più una dolce fanciulla, una vivace giovane intenta a sedurre e ad ammaliare anziché terrorizzare con i suoi cerulei occhi. Il gesto dell’arto destro infatti, nell’iconografia classica è tipico della ragazza che corteggia, di colei che usa le sue doti amorose con il fine di conquistare l’attenzione del soggetto protagonista della corte.

Marte e Minerva: le due divinità aprono la partenza con due spiriti differenti. Il primo bellicoso, ardimentoso, la seconda seducente, ammaliante

Marte e Minerva: le due divinità aprono la partenza con due spiriti differenti. Il primo bellicoso, ardimentoso, la seconda seducente, ammaliante

Tutto torna: Domiziano fu un grandissimo devoto di Minerva e considerava la Dea come una protettrice della sua figura di dominus ac deus. Minerva è la divina amante di un uomo già Dio durante la vita terrena. Non poteva mancare l’imperatore stesso: Domiziano ci è presentato come un viaggiatore con paludamentum. Egli è, senza alcun artifizio particolare, identificabile come miles e civis al contempo, sedotto e rapito dalla bellezza dell’adorata divinità, di cui ricerca il contatto fisico tramite l’ampia apertura del braccio destro. Qui assistiamo ad un pesante rimaneggiamento del volto, ci troviamo alle prese con il risultato di una damnatio memoriae. Tutta la parte frontale del volto di Domiziano è stata rimodellata per assumere le sembianze del suo anziano successore Nerva.

Lo stacco fra le capigliature differenti è palese, inoltre la piccola dimensione della testa, la fronte pendente in modo innaturale, il collo oblungo, il mento troppo piccolo e l’effetto della testa che sembra ritrarsi rispetto al resto del corpo, ci fanno capire come il lavoro, seppur affidato ad una maestranza capace, non poteva evidentemente essere svolto meglio di così. Se visto frontalmente, lo stanco volto dell’anziano senatore è cadente, asimmetrico, poiché il naso – aquilino, sporgente, tipico romano rispetto a quello più minuto di Domiziano – risulta storto verso l’esterno, mentre l’occhio destro appare più piccolo e abbassato rispetto al sinistro. Minerva, sensuale Dea, si ritrova a civettare con un senatore di circa sessantasei anni, visibilmente ritroso, quasi imbarazzato dalla proposta fisica della Dea.

Successivamente alla damnatio memoriae, Domiziano diviene Nerva, ma il risultato artistico appare tuttavia compromesso

Successivamente alla damnatio memoriae, Domiziano diviene Nerva, ma il risultato artistico appare tuttavia compromesso

Subito dietro l’imperatore si stagliano altri due littori, uno senza e l’altro con barba, ma subito accanto a loro, in una posizione attiva e di primissimo piano, scorgiamo nuovamente Roma. La tiche dell’Urbe, anche lei, pur presentandosi con i suoi tipici attributi – veste amazzone, elmo attico con decorazioni di grifoni ed una sfinge come sostegno per il cimiero, balteo con gladio, scudo tondo con decorazioni circolari a forma di palmette e gorgoneion centrale – stavolta ha un ruolo che vacilla fra il comico e il serio. La Dea sospinge con la destra il braccio sinistro dell’imperatore, rimasto quasi aggrappato alla veste, nel tentativo di smuoverlo ulteriormente dalla sua rigidità. Roma è fluida, scattante, pronta a portar battaglia ai suoi nemici e in luce di ciò, da una parte invita il principe verso i voluttuosi ammiccamenti di Minerva e al severo invito di Marte, dall’altro esegue la volontà delle genialità subito dietro di lei. Roma appare quindi come l’esecutrice, fra il sacro ed il profano, delle aspirazioni e dei desideri di mortali e immortali. Ora si affacciano le incarnazioni del Senato e del Popolo di Roma, accompagnate da alcuni membri del corpo pretoriano. Dietro Roma si trova l’anziana assemblea, stavolta brandente quello che sembra essere uno scipio eburneus con la sinistra, sul cui apice troviamo un busto maschile – purtroppo non identificabile – mentre la destra è portata in alto: è un saluto carico di buoni auspici, una gestualità antica che augura l’ottimo e felice esito della campagna e il ritorno di coloro che si avviano alla guerra. Stavolta il giovane Popolo è dietro al Senato, intento ad imitare lo stesso identico saluto del genio innanzi a lui, mentre con la sinistra regge morbidamente una ricca cornucopia.

Tutti gli sguardi convergono sul principe in partenza, sia quelli degli Dei che degli uomini; l’unico a non esserne catturato risulta il quart’ultimo personaggio, subito dietro il genio del Popolo. Se consideriamo la presenza di nove militari, di cui tre littori, i restanti sei sono tutti legionari della coorte pretoriana. Quell’uomo che si rivolge verso le restanti truppe, con tutta probabilità ne è un ufficiale, per alcune semplici motivazioni. Se gli Dei armati portano lance, i littori i fasci, i geni gli attributi tipici e i pretoriani dei pila del I secolo, questo ufficiale brandisce una grossa lancia dalla punta appiattita a forma di goccia o foglia, con particolari scanalature e due curiose sezioni laterali tagliate. Una lancia dalla foggia arcaica? Forse, ma al momento non ci è ancora dato sapere. Ma non è solo la lancia ad indicarci un grado differente rispetto alla restante compagine: un cingulum metallico che fa capolino da sotto la mantella, una barba da veterano e uno scudo tondo squamato ci rivelano il rango se non da ufficiale, quantomeno da responsabile per e delle altre truppe. Il gesto della sinistra chiusa a pugno – secondo alcuni aggrappata al bordo dello scudo – e la dinamicità della posa, hanno portato alcuni studiosi ad ipotizzare che l’ufficiale in questione, stia in realtà intraprendendo proprio in quell’attimo la marcia. Il pretoriano sta esortando marzialmente, tramite il gesto propositivo del braccio e del pungo chiuso, i restanti pretoriani stanti a seguirlo alla volta della disfatta dei barbari nemici di Roma.

L'ufficiale pretoriano esorta i suoi a seguire lui e il loro imperatore verso una vittoriosa campagna, una guerra contro alcuni dei popoli più bellicosi d'europa, come i temutissimi sarmati. Si notino i dettagli delle armi e degli scudi

L’ufficiale pretoriano esorta i suoi a seguire lui e il loro imperatore verso una vittoriosa campagna, una guerra contro alcuni dei popoli più bellicosi d’europa, come i temutissimi sarmati. Si notino i dettagli delle armi e degli scudi

Se da una parta veniamo catturati da alcuni dettagli – le aquile in rilievo sulle sfere dei pila, gli scudi dei pretoriani, ricchi di stelle, falci di luna, fulmini stilizzati e ali d’aquila – ciò che colpisce è il contrasto fra figure attive e passive, fra staticità e movimento. I due grandi rilievi sono così non solo una ripresa dell’arte neoattica, ma anche un formidabile banco di prova per nuove sperimentazioni spaziali e stilistiche. Perduta la concezione di corteo rigido, cerimoniale, tipico dell’Ara Pacis, qui ci imbattiamo in scene fra il placido e il concitato, fra il serioso e lo scherzoso, fra il sacralmente composto e il cameratescamente movimentato, con figure e oggetti disposti su un minimo di due piani, capaci di approfondirsi in tre o quattro livelli differenti ed autonomi. I rilievi della cancelleria, con i dubbi che ancora ci pongono e i numerosi dettagli di cui sono detentori, ci offrono uno spaccato fondamentale per la comprensione dello sviluppo artistico fra la fine della prima parte di principato e l’affermarsi del suo stabile predominio con l’inizio del secolo d’oro. Il voler conciliare realismo e idealizzazione all’interno di uno steccato stilistico aulico e non grezzo, rappresenta la lodevole aspirazione di un imperatore molto disprezzato dall’aristocrazia, temuto anche dalla realtà popolare, ma consapevole promotore di una nuova forma artistica capace di compattare ancor di più le figure in uno spazio che seppur stretto materialmente, diviene ampio ed aperto, capace di rompere ogni barriera del concreto. Assieme all’Arco di Tito, i due rilievi della cancelleria sono oggi uno straordinario esempio di come l’arte romana, fra onde concave e convesse, sempre saggiamente riprende dalle passate esperienze, riformulando e soprattutto innovando per la gioia dei posteri contemplatori.