Bisanzio 1204: la nuova Roma aveva subito un primo e tragico saccheggio giusto un anno prima, mentre da qualche mese, sul secolare trono, non regnava più Alessio IV della dinastia degli Angeli, soffocato dalle insoddisfazioni di palazzo, bensì Alessio V dei Ducas, colui che spalancherà le porte alla crisi dell’oramai declinante Impero Romano d’Oriente. Fu proprio in quel fatidico 12 aprile, nelle ultime ore della giornata, che le mastodontiche mura teodosiane vennero aperte e le orde crociate si fecero strada fra i marmi e gli ori dell’antica Bisanzio.

Due illustrazioni di Gustave Dorè: a sinistra le macchine d'assedio crociate sotto le mura di Costantinopoli, a destra i cavalieri crociati entrano in città

Due illustrazioni di Gustave Dorè: a sinistra le macchine d’assedio crociate sotto le mura di Costantinopoli, a destra i cavalieri crociati entrano in città

Tre giorni di opprimenti soprusi e indicibili violenze misero in ginocchio l’orientale capitale del mondo, un’urbe che mai sarebbe tornata a splendere come un tempo. Vista la vittoriosa campagna della Serenissima e dei suoi alleati europei, si decise di mantenere il potere su Bisanzio per mezzo di un nuovo assetto dinastico ed imperiale. Fu in quei successivi giorni che venne formato l’Impero Latino sotto la reggenza di Baldovino I Conte di Hainaut, l’ufficiale sigillo del potere marittimo sul Mediterraneo Orientale della ascendente repubblica di Venezia.

Il Mare Nostrum dopo gli eventi del 1204

Il Mare Nostrum dopo gli eventi del 1204

Attorno a questo nuovo sistema geopolitico ed economico, si andarono a consolidare centri di potere temporanei, come il Despotato d’Epiro con gli Angelo-Ducas, l’Impero di Trebisonda dei Comneni e l’Impero di Nicea dei Lascaris. Si dovrà attendere il 1261 prima di rivedere una Costantinopoli non più dipendente: Michele VIII Paleologo riuscì a sconfiggere Baldovino II grazie all’insostituibile aiuto di Genova, ennesima città Italiana a porre de facto una notevole influenza sulle sorti del debole quanto antico dominio. Cinquantasette anni di golosa e ferrea potestà, ridussero notevolmente le ricchezze della vecchia Costantinopoli e proprio i suoi più antichi gioielli divennero facile e pregevole bottino dei Veneziani. In una manciata di ore, vennero fuse innumerevoli statue di rame e bronzo con il sol fine di pagare le soldataglie crociate, le quali si resero ben presto conto di essere divenute le più ricche del mondo. Non soddisfatti, decisero di annientare numerose statue in marmo, come quella colossale di Giunone eretta nella piazza di Costantino; la stessa sorte toccò alla popolarissima statua equestre di Bellerofonte in groppa a Pegaso, sita in Piazza del Monte Tauro e all’Ercole seduto di Lisippo, le cui mastodontiche dimensioni abbellivano il grande Ippodromo. Lo storico e scrittore Niceta Coniata, testimone oculare dei fatti, ci riporta i tragici eventi:

Quello che fu così prezioso all’antichità divenne ad un punto volgare materia; quello che costò un tempo immensi tesori, fu dalla bestialità latina in moneta converso. Le statue di marmo non solleticarono l’avarizia dei vincitori, furono però dal loro selvaggio talento in gran parte guaste ed infrante

I metalli e i marmi di Bisanzio furono così per sempre intaccati nel profondo: come si suol dire, Fidia, Prassitele e Lisippo si rivoltarono e si staranno ancora oggi crucciando nella tomba, assieme ad ogni loro apprendista di bottega. Ancora tragicamente, il cavaliere crociato francese Roberto de Clari, ci conferisce, più o meno verosimilmente, una trasparente immagine della grandezza della romanità costantinopolitana:

Dacché il mondo fu creato, non erano mai stati visti né conquistati tesori così grandi, né così magnifici, né così ricchi, né ai tempi di Alessandro, né ai tempi di Carlo Magno, né prima, né dopo. Neppure io credo, per quanto a mia conoscenza, che nelle quaranta città più ricche del mondo vi siano tante ricchezze quanto se ne trovarono a Costantinopoli

Ricostruzione di come doveva apparire agli inizio del duecento la città di Costantinopoli/Bisanzio. Si notino l'Ippodromo e il grande Foro di Costantino in alto a sinistra

Ricostruzione di come doveva apparire agli inizio del duecento la città di Costantinopoli/Bisanzio. Si notino l’Ippodromo e il grande Foro di Costantino in alto a sinistra

Enrico Dandolo, illustre e carismatico Doge di Venezia, si ritrovò sommerso da immani quantità di preziosi, destinati ad abbellire la Regina dell’Adriatico: senza soffermarci ancora sull’ingentissima quantità di dettagli tramandataci dagli storici e senza volerci impelagare nell’annosa questione della caccia alle reliquie, ci andremo ora ad immergere fra i viottoli e i canali della Serenissima. Agguantato l’enorme bottino bronzeo in primis e marmoreo in secundis – solo minimamente presente all’interno del Museo archeologico nazionale di Venezia – si diede particolare rilevanza agli strepitosi quattro cavalli di rame e bronzo, facenti parte di un perduto complesso trionfale: ancora oggi, la datazione della loro fusione e costruzione è incerta, tant’è che si vaga in un arco temporale che parte dall’età ellenistica fino al regno di Costantino, tuttavia la loro presenza all’interno dell’Ippodromo ci è confermata solo dal regno di Teodosio II in poi.

I quattro cavalli originali conservati all'interno della Basilica di San Marco

I quattro cavalli originali conservati all’interno della Basilica di San Marco

Sotto i potenti zoccoli degli equini, fra la Basilica e il Palazzo Ducale, si snoda l’impareggiabile bottino, il Tesoro di San Marco, una serie di inestimabili preziosi romani, altomedievali, arabi, bizantini e veneziani. Incastonato nelle mura della Basilica, non si può non notare un particolare blocco rosso con quattro figuri rappresentati ad altorilievo. Ebbene, ci ritroviamo a tu per tu con alcuni degli uomini che più influenzarono il corso degli ultimi decenni di reale e ancora fragilmente stabile Impero Romano: gli Augusti Diocleziano Giovio e Massimiano Erculeo e i Cesari Galerio Giovio e Costanzo Cloro Erculeo, rispettivamente divisi fra Oriente ed Occidente.

Siamo giunti al totale consolidamento del sistema autocratico del Dominatus ai danni dell’oramai lontano Principatus: i militari governano Roma da più di cinquant’anni e i tetrarchi non possono a tal livello, rappresentare un’eccezione, tuttavia, il sistema geopolitico implementato da Diocleziano, assicurerà una nuova seppur breve stabilità da collocare fra la creazione della tetrarchia – primavera del 293 – fino al primo caso di abdicazione dal soglio da egli servito – 1° maggio 305 – fallito poi tragicamente sotto i colpi dell’ennesima guerra civile e delle faide intestine, che condussero all’accentramento dei poteri nelle mani Costantino I. Tutti e quattro i tetrarchi erano dunque di non illustri origini familiari, neppure lontanamente da collocare nel quadro censorio dei cavalieri, anche se, come molti dei loro predecessori, avevano fatto gran carriera all’interno delle legioni ed anche loro, provenivano dalle regioni dell’Illirico – Costanzo Cloro, Diocleziano (Salona), Galerio (Felix Romuliana oggi Gamzigrad) – e della Pannonia – Massimiano (Sirmio) – in un’area geografica che spazia dalla Serbia e Croazia fino all’antica Pannonia, l’attuale Ungheria. Sono i tempi degli Imperatori Lucio Domizio Aureliano, Marco Aurelio Probo e Marco Aurelio Caro.

His sane omnibus Illyricum patria fuit: qui, quamquam humanitatis parum, ruris tamen ac militiae miseriis imbuti satis optimi reipublicae fuere

Questi quattro Principi degli accampamenti sono uomini duri, aspri, provinciali, non ancora avvezzi ai lussi oramai completamente orientaleggianti delle corti imperiali: Diocleziano era figlio di un liberto scriba, Massimiano di una coppia di artigiani bottegai, Galerio di un contadino e di una barbara non foederata proveniente da oltre il Danubio, mentre a Costanzo Cloro, per ovvi motivi dinastici successivi, venne appioppata una finta ascendenza nobiliare, pur essendo stato in realtà uomo di umili origini. Senza addentrarci nei profondi quanto interessanti dettagli biografici fornitici dalla sempre buona Historia Augusta, dai Panegyrici latini, da Aurelio Vittore con le sue Epitome de Caesaribus e la sempre puntuale Historia Nea di Zosimo, ci prepariamo piuttosto ad un’analisi artistica e simbolica dell’artefatto, cercando di comprendere le motivazioni che hanno spinto una simile commissione e l’esito storico di questo lapidario messaggio.

I primi quattro tetrarchi: Sul registro superiore vediamo Diocleziano sulla sinistra, Augustus Iovius d'Oriente e sulla destra Massimiano, Augustus Herculius d'Occidente. Nel registro inferiore a sinistra, una testa in porfido rosso di Galerio, Caesar Iovius d'Oriente e sulla destra Costanzo Cloro, Caesar Herculius d'Occidente

I primi quattro tetrarchi: Sul registro superiore vediamo Diocleziano sulla sinistra, Augustus Iovius d’Oriente e sulla destra Massimiano, Augustus Herculius d’Occidente. Nel registro inferiore a sinistra, una testa in porfido rosso di Galerio, Caesar Iovius d’Oriente e sulla destra Costanzo Cloro, Caesar Herculius d’Occidente

Il rosso è il colore associato all’Imperium, pertanto, nessun materiale poteva risultare più idoneo per tale monumento se non il lapis porphyrites, il porfido rosso; questo particolarissimo marmo lo si trovava solo ed unicamente sul Mons Igneus, nelle lande desertiche orientali dell’Egitto: dai Tolomei passando per Augusto, Traiano ed Adriano, fino a Giuliano e Costantino ed infine Ruggero II, Federico II di Svevia e Napoleone I, il pregiato materiale venne largamente usato per le più svariate decorazioni, dai mosaici pavimentali fino ai grandi sarcofagi, trovando il suo apice nell’impiego ritrattistico. Sorgeva ai tempi, un solo fastidioso problema, ovvero la lavorazione: tale pietra era molto difficile da intagliare e da trasportare in forma grezza, per tali motivi veniva trattata quasi esclusivamente da maestri artigiani altamente specializzati in loco, i quali non solo sapevano come gestire un compito così meticoloso, ma vi infondevano inevitabilmente – almeno nel caso del monumento ai tetrarchi – vuoi per i tempi correnti, vuoi per la dislocazione geografica, una netta vena plebea e provinciale. Molti storici dell’arte affermano che in tale monumento è percettibile una qual sorta di rifiuto e sdegno per il classicismo, mai veramente assopito nonostante la nuova linea artistica dioclezianea, tuttavia possiamo affermare il contrario, constatando come la stilistica in questione sia in realtà estremamente mirata e finalizzata a suscitare nel contemplante una sensazione di atemporalità e profonda mistica del potere; dunque, si tratterebbe non tanto di un distanziamento dal classico, bensì di una sublimazione di esso in una corrente assestante di avvicinamento e fusione fra più realtà, sia geografiche che sociopolitiche. La regalità è già confermata dal materiale utilizzato, ma molti altri elementi ci accompagnano adeguatamente.

Panoramica generale sul monumento: da qui sono ben visibili tutti i dettagli, incluso il pezzo mancante di un Cesare

Panoramica generale sul monumento: da qui sono ben visibili tutti i dettagli, incluso il pezzo mancante di un Cesare

L’opera, alta circa 130 centimetri e spaccata in tre blocchi – due contenenti le coppie ed un terzo frammento raffigurante un piede rimasto a Bisanzio ed oggi conservato presso il Museo archeologico di Instanbul – al momento della sua presa, fungeva da elemento ornamentale di una colonna – con tutta probabilità fatta erigere dai figli e successori di Costantino I – all’interno del Philadelphion, una delle più grandi piazze di Costantinopoli. Il ritrovamento del piede nei pressi della Moschea di Bodrum Camii, ritenuto un sito vicino all’antica piazza bizantina, ha indotto molti storici a confermare la rielaborazione del monumento, adattandolo opportunamente ai regnanti del momento.

L’altorilievo venne con tutta probabilità commissionato nel 297 p.e.v. da Diocleziano in persona, durante la sua campagna in Egitto, ove era scoppiata quattro anni prima una violenta rivolta

Dopo il completamento del monumento, venne presumibilmente trasportato a Nicomedia, sede dell’esecutivo dioclezianeo – le quattro capitali operanti dell’Impero si trovavano dove si trovava fisicamente l’Imperatore, potevano quindi trovarsi ovunque – e poi spostato a Bisanzio con il definitivo dislocamento della sede imperiale centrale, in funzione più probabilmente pubblica che privata.

Assistiamo davvero ad una rivoluzione del concetto di ritrattistica: tutti e quattro i tetrarchi indossano il pilleus pannonicus, un copricapo solitamente di pelle, lana o feltro di un certo peso, utilizzato dai soldati e dagli gli ufficiali delle legioni fin dall’anarchia militare, affinché ci si abituasse alla costante pesantezza dell’elmo; in questo specifico caso, notiamo un foro sul berretto, ciò indica la passata presenza di una decorazione di altro materiale, forse una gemma incastonata in una montatura d’oro. Uno dei simboli per eccellenza dei nuovi legionari si ritrova così nobilitato e arricchito dai quattro regnanti, tutti soldati ascesi per merito alla porpora.

Dettaglio dei copricapi, ove s'individua un foro probabilmente destinato a ospitare una gemma preziosa

Dettaglio dei copricapi, ove s’individua un foro probabilmente destinato a ospitare una gemma preziosa

Percorrendo ancora la linea del vestiario, ci imbattiamo in elementi già noti sia all’arte classica che ellenistica: un ampio paludamentum retto da una fibula – perdute – copre il lato sinistro dei tetrarchi, accumunati dalla classica lorica musculata, la cui stilizzazione ci permette di identificare vagamente l’ombelico e i muscoli della cresta iliaca. Le spalle dell’armatura sono decorate con una fascia di gemme da cui parte una serie di tre pteryges scalanti e terminanti poco sopra il gomito, le braccia invece sono interamente coperte dalla camisia, una tunica con maniche lunghe qui platealmente plissettate. Un balteo riccamente adornato cinge i cubici fianchi dei tetrarchi, mentre una fascia di gemme più ampia ma simile a quella delle spalle, srotola fin sotto le ginocchia due serie di pteryges.

Da circa un secolo oramai, sia in ambito civile che militare, le brache erano divenute d’uso comune fra i romani, pur essendo di derivazione barbara; qui ogni tetrarca ne indossa un paio di foggia semplice. Le caligae sono scomparse da tempo, al loro posto ritroviamo un paio di scarponcini, probabilmente di cuoio, riccamente decorati, simili più a quelli usati dai civili che non dai militari. La sinistra di ogni tetrarca regge, sempre sullo stesso fianco, l’oggetto che risulta più innovativo a livello scultoreo: si tratta di una delle primissime rappresentazioni complete di spatha con manico a testa d’aquila. L’uso del gladio era drasticamente calato a favore di questo modello di spada più lunga; il fodero è decorato persino più del balteo, mentre il manico aquiliforme, probabilmente criselefantino e gemmato, riprendeva una tradizione cerimoniale e militare di derivazione orientale, inquadrabile nell’antico stile persiano.

Dettaglio della spada

Dettaglio del manico a testa d’aquiòa

Diocleziano e gli altri tre tetrarchi, si fanno così rivoluzionari promotori di una nuova forma sia artistica che mondana, unendo in un’unica immagine propagandistica elementi visivi di stampo greco-romano, barbaro-celtico e persiano-sasanide. Essi sono i naturali risultati di tre secoli di Impero Universale.

E’ nei corpi e nei volti, seppur questi ultimi ritoccati nel tempo, che scorgiamo l’ideale necessario da trasmettere all’osservante

I corpi dei due Augusti – barbuti – si torcono lievemente verso sinistra, mentre il loro braccio si protende largamente e quasi scomodamente a vedersi nella medesima direzione, con l’intento di afferrare le spalle dei Cesari – sbarbati – le mani sinistre di tutti invece, impugnano saldamente le else delle spade da parata. La posizione del corpo dell’Augusto è direttamente correlata a quella del Cesare, difatti, per mezzo di un leggero movimento dei piedi, entrambi si sporgono l’uno verso l’altro creando una curiosa forma piramidale, andandosi poi a cingere in un doppio abbraccio frontale e posteriore dai molteplici significati: il nuovo assetto politico e amministrativo deve apparire solido e imperturbabile, inoltre vi è la necessità di rappresentare con forme inconsuete una continuità dinastica non effettiva a livello di sangue, ma senza dubbio percepita e accolta ideologicamente e politicamente. Giove è padre e protettore di Ercole come l’Augusto è per carica tutore del Cesare, suo futuro successore. l’Augusto è il Dio che permetterà al Cesare di regnare sulla rocca di Tirinto – assimilabile figurativamente a Roma – per poi divenire Divinità a sua volta, dopo una iniziazione; nel mondo visibile invece, si legittima una già dichiarata successione, atta a stabilizzare le sorti dell’Impero.

La concordia della tetrarchia fu ribadita anche sulle monete, veicoli tradizionali della propaganda imperiale

La concordia della tetrarchia fu ribadita anche sulle monete, veicoli tradizionali della propaganda imperiale

Tramite il simbolismo religioso e la mitologia, quattro uomini maturi, si legano fra loro in una inedita e rinnovata concordia augustorum, stavolta non più rappresentata dalla classica dextrarum iunctio, bensì da una serie di universali valori rimasti fissi nel tempo, quali l’aequalitas e la fraternitas. Riconosciamo in questi volti, segnati da profonde rughe sulla fronte, dai rotondi ed ampissimi occhi rivolti verso lontanissimi lidi ultraterreni, carichi di un potentissimo e ieratico misticismo, dalle pieghe nasolabiali marcate e dagli ovali molto ben definiti, la ricerca dell’astrazione, il preponderante desiderio di apparire autocrati divini, ma consapevoli della fugacità della vita terrena.

Il monumento ai tetrarchi, vuole essere non tanto la glorificazione di una sequela di governanti definiti storicamente – i primi quattro che abbiamo imparato a conoscere infatti, non possono essere perfettamente riconosciuti se non per minimi e troppo scarsi dettagli – bensì diviene con maestosa presenza, il purpureo manifesto dell’eternità di un sistema di governo che, per sfortuna loro e di tutti noi, non diede i risultati sperati. Non importa dunque l’identità degli Augusti e dei Cesari, ciò che conta è che nello spazio e nel tempo, ispirati da Giove ed Ercole, piuttosto, ne esistano e sopravvivano per la buona sorte di noi tutti.