Era il 23 settembre del 1620: poco più di un mese prima, il 15 agosto la Mayflower era partita da Plymouth diretta verso le occulte lande nordamericane, mentre nel cuore dell’Europa continentale, infuriava la giovane guerra dei trent’anni. In quella data, anniversario fra le altre cose della nascita del Divo Augusto, il dotto numismatico e collezionista francese Nicolas-Claude Fabri de Peiresc, scriveva una lettera all’amico umanista e cardinale Girolamo Aleandro, informandolo con discrezione di alcune sue riflessioni, già maturate circa un anno prima, su di una gemma del tutto unica nel suo genere. Questa, facente parte del tesoro dei Re di Francia fin dal 1341, anno in cui regnava Filippo VI di Valois, non molto dissimilmente da quanto accadde per la Gemma Augustea, faceva parte delle ricchezze imperiali di Bisanzio, trasportate dal Palatino di Roma nella nuova sede del potere orientale da Costantino. La gemma fu dunque trafugata, come una grande quantità di tesori che abbiamo imparato a conoscere, durante la IV Crociata e la successiva affermazione dell’Impero Latino. Baldovino II infatti, sovrano del regno fra occidente ed oriente, vendette il prezioso al Re Luigi IX verso le metà del XIII secolo, in cambio di ingenti fondi; fu così che il cammeo finì nella collezione di reliquie e tesori di Sainte-Chapelle du Palais.

1) I protagonisti del carteggio: alla sinistra il collezionista Nicolas-Claude Fabri de Peiresc, alla destra il cardinale Girolamo Aleandro
2) Ritratto di Carlo V d’Asburgo, Sacro Romano Imperatore e uno dei proprietari del Cammeo, qui raffigurato con i simboli dell’autorità militare.

La gemma, come molti altri tesori, ebbe una storia complessa: Filippo VI di Valois decise di donarla a Papa Clemente VI, massimo vescovo della cristianità all’epoca soggetto alla cattività avignonese; venne poi ceduta a Carlo V d’Asburgo il quale non solo restituì il prezioso alla Francia, ma lo arricchì con una montatura in oro e un piedistallo adornato con i dodici apostoli all’interno di nicchie in stile gotico. Il primo maggio del 1791, sotto ordine di Re Luigi XVI, la gemma venne riposta nel Cabinet des Médailles, ma nei successivi anni rivoluzionari essa venne rubata, per poi essere ritrovata ad Amsterdam ma senza la montatura in oro.

Le autorità napoleoniche allora, commissionarono una nuova montatura neoclassica, la quale però, ritenuta svilente, venne tolta definitivamente nel 1832 e ritrovata poi nel 1912, quando la gemma già era stata incastonata nell’attuale cornice bronzea. Peiresc, continuando a scrivere della meravigliosa opera, si definisce convinto che le scene raffigurate, fra sottosuolo, terra e cielo, non rappresentano, come si era erroneamente pensato, il trionfo di Giuseppe presso la corte del Faraone d’Egitto, bensì si aveva a che fare con l’apoteosi di Augusto e, come si è poi potuto appurare con buona certezza successivamente, la maestà terrena dell’imperatore Tiberio.

Il Gran Cammeo di Francia

Il Gran Cammeo di Francia

Il risultato artistico è sbalorditivo: intagliando una sardonica striata indiana a cinque strati di colore di inestimabile valore, si è ottenuto un cammeo di 31 cm di altezza per 26,5 cm di larghezza, comprendente tre fasce o livelli di raffigurazioni. Gli storici e gli esperti ancora oggi, spesso e volentieri si azzuffano e discutono sulle identità e il contesto raffigurato, nonché sulle datazioni, tuttavia vi sono dei punti fermi su cui, nonostante il passare dei secoli e le varie manomissioni, possiamo fare affidamento. Partendo dal terzo registro inferiore, ci inoltriamo nel mondo della barbarie, della non romanità, della sotterranea e ingloriosa miseria delle popolazioni vinte, sottomesse, ma risparmiate dalla clemenza dei quiriti. Fra armature e armi – si notino l’arco, la faretra e la lancia centrali – e svariati scudi con egide arricchite da gorgoneia, vediamo una sfilza di prigionieri e allegorie di popolazioni assoggettate – notiamo subito sia germani con i capelli e le barbe arruffate, nonché parti e armeni con copricapo e vesti orientali – in toto sono dieci, se consideriamo anche la maggiormente interessante figura che spicca al centro del registro.

Una giovane donna, dal volto visibilmente più sereno rispetto agli altri, stringe fra le braccia un bambino nell’atto di allontanarsi da essa puntellandosi con il braccio. Questa scena simbolica è soggetta a molte interpretazioni, una di queste vorrebbe la fanciulla raffigurazione dell’intero mondo non romano, ma sottomesso, la quale, felicemente, conscia del proprio futuro, si appresta ad accudire e a crescere un figlio nato fuori dal mondo ed ora pronto a divenire parte di una realtà nuova, diversa, universale. Il gesto di allontanamento del bambino, in contrapposizione con quello della nutrice rappresenta il desiderio del mondo non civilizzato a recuperare il passo. Volendo, possiamo tradurre questa scena come la chiara volontà di integrare nella romanità la barbarie: la madre è l’indistinta non romana, nutrice del futuro e plausibile cittadino, il quale diverrà parte del mondo che dapprima lo ha conquistato e che ora lo fa rinascere sotto una nuova luce.

Registro inferiore: il mondo della barbarie sottomessa

Registro inferiore: il mondo della barbarie sottomessa

Se dunque il terzo livello è la rappresentazione allegorica, ma verosimilmente realistica, di un contesto storico di conquiste e integrazioni all’interno della Pax Romana – ergo l’effetto – il secondo livello è, assieme al primo, la causa del totalizzante risultato che ammiriamo. Entriamo così, analizzando i due registri intimamente connessi, in un vasto campo di speculazioni che hanno visto e vedono ancora numerosissimi storici farsi battaglia per smentire o avvalorare le proprie tesi. La versione più accreditata al momento – ma è bene specificarlo – vuole il cammeo intagliato da una maestranza romana, di poco distaccatasi dallo stile elegante ed ellenistico della Gemma Augustea, tuttavia abilissima nel riuscire a rendere i dettagli, le forme e i colori estremamente vivi e autentici.

Su un dato possiamo tuttavia essere certi, oltre ogni tesi possibile: la scena centrale è un grande ritratto di famiglia ad uso privato e celebrativo. Peirsec nei suoi carteggi con Aleandro, ci conferisce una interpretazione tutta sua sulle possibili identificazioni, partendo però dalla più che giusta base dell’apoteosi. Con il passare dei secoli si sono affannate più teorie: queste incastrano gli avvenimenti in due distinti quadri temporali. Il primo è quello Giulio-Claudio e dunque tiberiano, il secondo adrianeo, del 136 p.e.v. – l’apoteosi rappresentata per mezzo del rapimento verso il cielo è tipica di quegli anni, vedasi l’apoteosi di Sabina e di Antonino Pio e Faustina – tuttavia vi sono esempi di apoteosi per mezzo di aquile già in epoca Giulio-Claudia e Flavia (cammeo con le apoteosi di Claudio, oppure il fregio marmoreo dell’apoteosi di Tito all’interno del fornice dell’omonimo arco).

1) Cammeo con apoteosi di Claudio, attribuito al maestro della glittica Skylax e sempre conservato presso il Cabinet des Medailles della Bibliothèque Nationale di Parigi
2) Cassettone all’interno del fornice dell’Arco di Tito. L’imperatore, già defunto, viene raffigurato mentre viene condotto verso lo status di divinità sempre per mezzo di un’aquila. Il Gran Cammeo di Francia, pur con forme più alte e raffinate, forse non è da inserire nello stile iconografico successivo a Traiano, ma rappresenta un vero e proprio unicum simbolico nel grande registro del I secolo p.e.v.

Secondo quindi la tesi classica, la scena raffigurerebbe l’imperatore Tiberio in trono nell’anno 23 p.e.v. circa, in chiara ripresa dello stile iconografico utilizzato per la Gemma Augustea: scettro regale alla sinistra, lituo del Pontefice Massimo alla destra. A differenza della Gemma Augustea, notiamo sul capo dell’Imperatore una corona di lauro, mentre a coprirne le nudità, al posto del noto paludamentum, scorgiamo un’ampia egida squamata arricchita dai tipici serpentelli che corrono sull’orlo. Come Augusto, Tiberio porta i calzari ai piedi, pur essendo qui raffigurato come una semi divinità giovia – Tiberio per scherzo del destino, non venne mai divinizzato – dunque stiamo avendo a che fare con l’immagine di un regnante ancora vivo, ma per forma e costume, oramai quasi convenzionale, venne raffigurato come una divinità.

I dettagli del volto hanno fatto molto discutere: secondo alcune recenti ipotesi, esso doveva essere inizialmente barbato – riconducibile dunque ad Adriano – ma durante la metà circa del III secolo p.e.v. in piena anarchia militare, un sovrano di turno decise di rimodellarne alcuni, incluso quello di Tiberio, per farlo rassomigliare al suo; ciò è supportato dalle modifiche effettuale. La cortissima capigliatura tipica del secolo e della moda militare vigente e la barba molto corta, appena accennata da pochi solchi sulle guance, ha portato molto esperti a pensare ad una effettiva modifica, visibile anche grazie all’appiattimento della gobba nasale dell’imperatore, tipica del profilo di Tiberio. Secondo una simile ipotesi i Cesari in questione potrebbero essere tre, ma giusto per motivazioni di confronto: Alessandro Severo, Gordiano III o un membro della famiglia di Traiano Decio, molto più improbabili un Gallieno o un familiare dell’imperatore Caro.

Registro centrale: il regno terreno di Tiberio e la sua sventurata famiglia

Registro centrale: il regno terreno di Tiberio e la sua sventurata famiglia

Accanto al trono del Cesare in questione, sulla sinistra, spicca in modo simile alla Gemma Augustea, una dama, ma stavolta non è Roma, bensì Livia Drusilla, vedova del defunto divino marito e madre di sangue di Tiberio. Interessante notare il parallelismo fra le due gemme, perché nella prima la Tiche di Roma aveva caratteristiche simili a quelle di Livia, stavolta invece i dubbi sono fugati, si tratta dell’Augusta Madre della Patria in persona. La capigliatura è stata rielaborata in epoche successive – cosa avvenuta anche per altri personaggi femminili del cammeo – tuttavia l’identificazione per mezzo di confronti con svariati profili in ambito scultoreo, glittico e numismatico non lascia spazio ad ulteriori teorie. Livia si presenta vestita di una ricca e lunga veste drappeggiata, mentre l’avambraccio sinistro si posa morbidamente sul bracciolo del trono, donando all’intera figura una posa rilassata, sciolta, in contrapposizione con la rigida ed altera possanza dell’imperatore. nella destra, l’Augusta tiene due boccioli di fiore o quelli che sembrano essere bulbi di papavero – attributo di Cerere/Demetra – mentre sul capo, ancora si può scorgere una sorta di diadema arboreo, molto più probabilmente una corona in metallo prezioso. Madre e figlio, detentori del potere imperiale, si presentano sui loro troni, a loro volta sistemati su un podio con zampe leonine, circondati da personaggi che, per le numerose tesi avanzate, vennero spesso confusi o male identificati.

Una di queste è la figura accovacciata con fare crucciato vicino al trono di Livia: essa, secondo un preciso schema di richiami storici ed iconografici, oggi viene comunemente identificata con la Partia, l’antica Persia, oramai da lungo tempo acquietata e in parte soggiogata al potere di Roma. Una simile allegoria, ben si intreccia con il mondo barbarico della fascia sottostante e con le imprese di alcuni dei personaggi che andremo ad identificare. La triade su cui ancora oggi, possiamo essere certi è rappresentata dai due regnanti viventi e dal Divo Augusto in cielo, di cui si parlerà solo dopo aver chiarificato le identità terrene. Gli archeologi Ludwig Curtius prima ed Hans Jucker poi, hanno grandemente contribuito nel corso del novecento a fare luce su chi potessero essere le restanti figure fra gli astri e il suolo. Tra la coppia in trono, si palesano sulla sinistra due coppie, sulla destra una: ovviamente abbiamo a che fare con dei membri della dinastia Giulio-Claudia e tutti i maschi ivi rappresentati hanno indosso la lorica, tipica dei comandanti militari, elmi adornati e alti schinieri.

Tre volti riconosciuti: Divo Augusto a sinistra, Tiberio rilavorato al centro e Livia Drusilla alla destra

Tre volti riconosciuti: Divo Augusto a sinistra, Tiberio rilavorato al centro e Livia Drusilla alla destra

Prima di iniziare questo intricato percorso, dobbiamo specificare qualche punto: la commissione di un simile gioiello – molto più prezioso di qualsiasi altro monile metallico – non può che derivare da un fedelissimo quanto ricco patrizio vicino all’imperatore o più in generale alla sua dinastia. In quei convulsi anni di regno, Tiberio si era sempre manifestato rancoroso e disgustato nei confronti della classe senatoria che, ancora memore del Divo Augusto, da una parte ricambiava il disprezzo per quell’uomo dal carattere schivo, introverso, ma dall’altra non poteva che auspicarsi una serie di manovre necessarie, come ad esempio la scelta di un successore.

A differenza di come venne poi ritratto da cronisti come Tacito e Svetonio, Tiberio regnante fu un capace statista e assicurò grande stabilità sia militare che politica all’Impero – senza badare alla triste quanto strana parentesi di Seiano – tuttavia fu inviso al Senato, non solo perché fu “l’ultima scelta” nel vero senso della parola, come successore al soglio imperiale, ma anche perché, per carattere ed indole, Tiberio non fu mai pienamente accettato come successore di Augusto – egli apparteneva alla Gente Claudia e solo per adozione a quella Giulia –, ma anzi, fu in larga parte, fonti attendibili permettendo, un persecutore dei parenti di sangue del Divo. In questo limbo di ambiguità, Tiberio non si espose mai sulla questione della successione, infiammando gli animi di molti patrizi i quali, desiderosi di continuità, lo esortarono nonostante le antipatie e le incomprensioni, a sbilanciarsi in favore di un candidato o l’altro, arrivando, come in questo caso, a donare allo stesso Principe un gioiello manifesto e invito delle speranze collettive. Nell’ottica di Tiberio, nominare un successore avrebbe dunque messo in pericolo la sua stessa esistenza. Per l’oramai ingombrante e anziana madre Livia, prima fautrice dell’ascesa al potere di Tiberio alla veneranda età di cinquant’anni, sarebbe stato un terribile fallimento.

Aureo raffigurante Tiberio laureato e sua madre Livia Drusilla

Aureo raffigurante Tiberio laureato e sua madre Livia Drusilla

Conscio delle vecchie passioni repubblicane e più in generale delle diffidenze nei suoi confronti, fu invece capace, con una mirabile maestria politica, di mantenere per anni il Senato e la sua famiglia sul filo del rasoio, non facendo carpire nulla di ciò che poteva avvenire dall’oggi al domani e delimitando lo spazio d’azione dei suoi rivali: senza alternative a lui, i suoi detrattori erano sostanzialmente inermi, frammentati e pertanto, il potere rimaneva saldo nelle sue anziane mani. Non sapremo mai come reagì Tiberio alla vista di questo cammeo offertogli in dono, probabilmente da un senatore stesso, uno dei pochi ancora fiduciosi in una buona azione del Principe, quel che sappiamo con certezza però è come reagì in circostanze di poco successive al dono.

Il collegio dei pontefici, verso il 24 p.e.v. decise di includere i nomi di Nerone e Druso – due dei figli del compianto Germanico, morto in Siria nel 19 p.e.v. – all’interno della preghiera rituale di capodanno, a favore della salute dell’imperatore. Come ci racconta Tacito, Tiberio furibondo, convocò il collegio, sospettando persino che Agrippina, madre dei ragazzi, fosse dietro a tale mossa per nulla da prendere sotto gamba. Redarguiti i sacerdoti, si limitò a levare i nomi e in Senato specificò, come tali omaggi prematuri potessero facilmente eccitare e far cadere i due giovani nella superbia. Il presunto intrigo era stato sventato e Tiberio calò nuovamente il manto del mistero sulla successione. Germanico, prediletto del Divo, era infatti morto da più di quattro anni, in circostanze mai del tutto pienamente chiarite e questo evento aveva, in modo ancor più deflagrante, intriso l’intera dinastia di sospetti reciproci. Ironico pensare come una delle famiglie che più di altre portò giovamento e ricchezza alla Res Publica, ora sotto l’egida del Principato, riuscì al contempo ad essere grandemente distruttiva ed autolesionista. Ma il peggio doveva ancora venire ed era incombente.

Agrippina incorona d'alloro Nerone - Rilievo di Afrodisia, Turchia

Agrippina incorona d’alloro Nerone – Rilievo di Afrodisia, Turchia

Il cammeo vuole essere quindi un felice ritratto di famiglia, fra vivi e morti, fungendo da oggetto armonizzante, fra parenti in realtà guardinghi e smarriti, destinati nella maggior parte dei casi, ad una penosa fine. Partendo da destra, sopra ad un trono ornato da una sfinge in parte perduta, troviamo una donna dalla particolare acconciatura e dal fare pensieroso – tipico è il gesto della mano sotto il mento. Essa è Agrippina maggiore, la madre di tutti e tre i fanciulli in abiti militari. Figlia di Marco Vipsanio Agrippa e di Giulia maggiore, pertanto nipote del Divo, fu la devota moglie di Germanico, la cui prole, rappresentava una fulgida e reale speranza per il futuro di Roma. Accanto a lei, alto, fiero, con un trofeo che si innalza alle sue spalle ed un braccio rivolto verso il cielo, si presenta Druso Cesare dalla giovanile barbula sulle guance, secondogenito della popolare coppia romana, qui raffigurato dopo aver ottenuta la toga virilis da pochissimo tempo.

Madre e figlio rappresentati, più di altri, hanno uno stretto legame con i personaggi del registro superiore, infatti sembra che entrambi si ritrovino quasi in contatto con essi. Nella sezione centrale, notiamo una seconda coppia. Innanzi all’imperatore si palesa un giovane loricato con uno scudo alla sinistra, molto simile a Druso invero, ma con una barbula più folta ed un elmo finemente decorato con cimiero – si noti infatti la meravigliosa testa d’aquila raffigurata a lato – egli è Nerone Cesare, il maggiore dei figli di Germanico e Agrippina. Il giovane, ricevuta la toga virilis oramai tre anni prima della convenzionale data di creazione del cammeo, si manifesta davanti al principe come un sicuro e naturale successore. Seguendo il linguaggio iconografico, Nerone porta la destra sull’elmo, simulando una forma di saluto militare già nota al mondo romano – vedasi l’Ara di Domizio Enobarbo – e che, con sfaccettature diverse, si protrarrà fino ai nostri giorni. La destra, mano sacra, si posa accanto e sopra due simboli della classicità: vicino l’aquila, uccello caro a Giove e sul cassis in stile pseudo attico, simbolo di potere marziale. In questo quadro, Nerone Cesare, molto similmente a come avvenne per il padre, viene qui virtualmente confermato come iniziatore di una campagna militare contro i Parti, acerrimi nemici di Roma e già rappresentati simbolicamente sottomessi dall’allegoria accovacciata. La figura femminile in piedi, fra Nerone e Tiberio, atta a sistemare delicatamente l’elmo del giovane comandante militare, in un gesto tenero, affettuoso, simile ad un abbraccio, possiamo identificarla con Giulia Livia. Figlia di Druso minore, dunque nipote di Tiberio, essa venne data in sposa a Nerone poco dopo la morte di Germanico, assicurando e rinsaldando una necessaria stabilità all’interno della intricata dinastia di regnanti. Sul lato sinistro della fascia centrale, scorgiamo la terza coppia, formata stavolta da una fanciulla e da un bambino, ovviamente in completo assetto militare.

Una versione artistica moderna: incisione a bulino del cammeo fatta da Pietro Paolo Rubens nel 1626 ed oggi conservata presso l'Ashmolean Museum di Oxford

Una versione artistica moderna: incisione a bulino del cammeo fatta da Pietro Paolo Rubens nel 1626 ed oggi conservata presso l’Ashmolean Museum di Oxford

Se i due adolescenti sfoggiano una armatura anatomica, ma senza alcuni elementi tipici della linothorax – essi hanno un doppio ordine di pteryges superiori e un terzo a frange e sono manchevoli degli spallacci sui trapezi – possiamo dedurre che queste, a differenza di quella del fanciullo, fossero sì musculate, ma composte da un materiale metallico, mentre quella del giovinetto è molto più probabilmente di cuoio o altro tessuto – si notino i due ordini di lunghi pteryges a frange, il cingulum in stoffa con nodo erculeo, secondo la moda ellenistica e lo spallaccio sul trapezio, accompagnato da un paludamentum. Il piccolo comandante è in una posizione dinamica ma allo stesso tempo ordinata: la sinistra regge uno scudo, mentre la destra è portata sulla spalla, a simulare un gesto ancora oggi poco chiaro, forse la sistemazione della fibula. Gli alti schinieri finiscono su delle piccole caligae, a loro volta piantate su di una pila di armi – spiccano uno scudo con egida, una musculata, un elmo ed una faretra sul retro. A posteriori, le calzature e lo sguardo velatamente inquieto del giovinetto ci svelano la sua identità. Gaio Cesare, terzo figlio di Germanico e Agrippina, da sempre cresciuto e allevato negli accampamenti militari, fu chiamato affettuosamente dai soldati del padre Caligola ovvero piccola caliga. La donna invece appoggiata poco dietro Caligola, con una pergamena in mano – probabilmente un contratto matrimoniale – raffigurerebbe Claudia Livilla, figlia di Druso maggiore e Antonia minore.

La donna fu dapprima sposa di Gaio Cesare, nipote del Divo e successivamente del figlio di Tiberio, Druso minore. Secondo Tacito, ebbe costumi deprecabili e si sospettò fortissimamente che avesse intrecciato una relazione con Seiano, prefetto del pretorio sotto Tiberio, uomo senza dubbio ambizioso, artefice, secondo le fonti, di molte delle sventure che colpirono la dinastia in tutti gli anni venti del I secolo p.e.v., fino alla sua morte nel 31. Il piano terreno ci presenta una infelice sfilza di numeri: i giovani militari, rispettivamente di 17 (Nerone), 16 (Druso) e 11 anni (Gaio), subiranno una triste sorte. Nerone morì forse ucciso in esilio a Ponza nel 29 p.e.v., Druso invece, scampato per poco alle macchinazioni di Seiano, venne dapprima miracolosamente nominato successore da Tiberio, sempre più sospettoso di poter essere scalzato, ma poi fu fatto morire di fame all’interno di una cella nelle segrete del Palatino, in data 33 p.e.v., in seguito a gravi accuse di tradimento mosse anche dall’oratore Cassio Severo. A tutti è nota la sorte di Caligola e di Livia Drusilla, ma quella delle altre donne invece? Agrippina maggiore venne esiliata nello stesso contesto di Nerone, ma sull’isola di Ventotene, ove fu poi uccisa per inedia forzata come il secondo figlio, nel 33. Giulia Livia scampò alle stragi di quegli anni e al regno di Caligola, ma venne poi gravemente e ingiustamente denigrata e accusata di immoralità da Valeria Messalina – la giovenca che dà della cornuta all’asina – perfida e sregolata moglie del Divo Claudio, il quale, completamente soggiogato dalla viziosa consorte e non potendo far nulla per salvare la nipote, le ordinò di suicidarsi, consiglio che probabilmente, la principessa seguì nel 43 p.e.v. quasi sicuramente a Roma.

I tre fratelli, aspiranti alla successione in ordine di età: Nerone Cesare alla sinistra, Druso Cesare al centro e Gaio Cesare Caligola alla sinistra

I tre fratelli, aspiranti alla successione in ordine di età: Nerone Cesare alla sinistra, Druso Cesare al centro e Gaio Cesare Caligola alla sinistra

Claudia Livilla, dopo l’incestuoso e deprecabile rapporto col traditore Seiano e oramai certa esecutrice dell’assassinio del marito e figlio dell’imperatore, venne fatta catturare dallo stesso nel 31 p.e.v. e affidata alla severa madre Antonia minore, con l’ordine di rinchiuderla in una stanza e farla morire di stenti. Il figlio di Livilla e Druso, Tiberio Gemello, sarà associato al trono assieme a Caligola da un Tiberio vicinissimo alla morte, ma anche questo nipote, verrà ucciso dal bislacco nuovo imperatore. Sorte volle che, unico maschio adulto in grado di poter reggere le sorti dell’Impero, ad avvenuta uccisione di Caligola, fosse il dotto Claudio, figlio di Antonia minore e di Druso maggiore, dunque fratello di Germanico e Livilla, nonché zio dei tre giovani raffigurati sul cammeo; il gioiello, manifesto politico, non poteva e doveva prevedere la fastidiosa presenza del bavoso e claudicante dinasta.

Difficile poter dire quanto demerito e ingegno di Tiberio vi fosse in questa ecatombe, tuttavia sia l’imperatore che Seiano furono, in maniera alternata e per motivazioni diverse, sgretolatori di una famiglia sventurata quanto illustre. Tiberio si affidò senza dubbio troppo ad un collaboratore come Seiano, che aveva giudicato malamente e che, per ambizione, non si fece scrupoli a liquidare ogni possibile pretendente alla successione. Fu lo stesso Seiano ad invitare nel 26 p.e.v. Tiberio ad allontanarsi da Roma: l’imperatore dapprima trasferitosi in Campania, fece poi di Capri e in ultima tappa di Villa Jovis, il suo ultimo e funzionale centro di potere, mentre Seiano, apparentemente plenipotenziario, preparava il terreno per la sua ascesa. Non sappiamo quanto Tiberio fosse consapevole delle intenzioni di Seiano e quanto utilizzò quest’ultimo per pulire i propri panni sporchi, quel che è certo è che Seiano fu per Tiberio l’ottimo strumento per controllare e potare il grande albero del potere sia privato che pubblico a Roma. Con la morte di Livia Drusilla nel 29 p.e.v. – Tiberio per l’occasione non tornò neppure nella capitale e si rifiutò di divinizzare la madre, cosa che fece poi il Divo Claudio – Seiano ebbe campo libero per agire contro i suoi nemici, alcuni dei quali, curiosamente, erano invisi all’imperatore stesso. Fu Antonia minore, a nome del Senato e del Popolo a richiedere a Tiberio un rapido intervento per fermare lo strapotere del prefetto del pretorio e qui, l’imperatore cambiò politica, decidendo di annientare i piani di Seiano: fattogli credere che avrebbe ricevuto la tribunizia potestà, lo fece invece arrestare e uccidere per strangolamento nel Carcere Mamertino, per poi donare il corpo alla plebe, affinché potesse scaricare ogni paura e odio sulle fredde membra del pericoloso nemico esanime. Era il 18 ottobre del 31 p.e.v. e il persecutore della famiglia di Germanico era morto assieme alla sua famiglia: la memoria del vecchio prefetto del pretorio era stata dannata per sempre, mentre la data della sua dipartita venne trasformata in festa dal Senato in onore della Libertà, della Salute Pubblica e di quella del Principe, un Tiberio rinsavito e vendicatore. Sarebbero dovuti passare ancora sei anni prima che il fu generale e poi riluttante imperatore, spirasse fra le lenzuola, affidando il soglio ad un male ben peggiore, se messo a confronto con quello che il Senato pensava che avesse lui inflitto.

Nel 31 a.d. Seiano fu arrestato e condannato a morte. Il Senato gli comminò la damnatio memoriae: le statue che lo raffiguravano furono distrutte e il suo nome cancellato da tutti i registri pubblici. La moneta, proveniente da Augusta Bilbilis, ha il nome di Seiano abraso

Nel 31 p.e.v. Seiano fu arrestato e condannato a morte. Colpito da damnatio memoriae, le statue che lo raffiguravano furono distrutte e il suo nome cancellato da tutti i registri pubblici. La moneta, proveniente da Augusta Bilbilis, ha il nome di Seiano abraso

Analizzato questo mattatoio terreno, dal finale fra l’amaro e il dolce, possiamo iniziare a volgere lo sguardo verso le eminenze celesti. Al centro, spicca il Divo Augusto nelle vesti di pontefice con scettro, corona radiata e velata: lo sguardo dell’imperatore divinizzato, ben accostabile a molti ritratti marmorei oggi pervenutici, si posa su Druso Cesare e Agrippina minore, questi infatti, quasi a creare un triangolo simbolico, si rifanno al figuro laureato cavalcante Pegaso: si tratta proprio di Germanico, defunto marito di Agrippina e arcinoto favorito del Divo, questo infatti, lo accetta al suo cospetto, mentre Cupido/Eros – figlio di Venere, progenitrice della Gens Iulia – tirandone le redini, trasporta l’alato equino verso di lui. Notiamo così la prima colonna fra defunti mariti e vive vedove, composta da Germanico/Agrippina, susseguita da Augusto/Livia e terminante con Druso minore/Claudia Livilla sul lato sinistro. Il figlio di Tiberio è infatti rappresentato dietro il Divo Augusto, laureato e in assetto militare, mentre si libra nell’aere reggendosi sopra ad uno scudo. I due elementi mitologici presenti – Cupido e Pegaso – comprendono anche un terzo personaggio di fondamentale importanza.

La grande figura maschile – veicolo dell’apoteosi in sostituzione all’aquila o ad Aion – che trasposta Augusto, mentre sorregge con le mani un’ampia sfera, probabile rappresentazione dell’universo o del globo terracqueo, ha ricevuto numerose identificazioni. Alcuni storici, partendo dagli indizi forniti dall’abbigliamento – vesti orientali, con brache, calzari chiusi e cappello frigio – hanno ipotizzato che si potesse trattare di Mitra, Apollo o persino – e anche inverosimilmente – Alessandro Magno. Altri ancora, avvalendosi del primo indizio ed aggiungendone un secondo – la presenza del più noto fra gli Amorini – hanno supposto che potesse trattarsi di Enea, o ancora più probabilmente di Iulo Ascanio, Re di Alba Longa e illustre antenato della stirpe del Divo Cesare. Il capostipite della dinastia regnante di Roma si fa garante del potere temporale dei Cesari, innalzando all’Olimpo uno dei suoi massimi esponenti.

Registro superiore: gli eroi della Gens divinizzati

Registro superiore: gli eroi della Gens divinizzati

Questo capolavoro della glittica, divenuto emblema di potere e ideale prototipo del più noto “Quadro di famiglia”, sarà successivamente ripreso come modello per numerose dinastie europee moderne, prima fra tutte quella di Caterina de’ Medici e di suoi marito, Enrico II di Valois nonché del più noto Luigi XIV, grande estimatore dell’iconografia classica e olimpica. Il Gran Cammeo di Francia, ci dimostra quanto può ingannare la bellezza, l’armonia e l’apparenza, poiché questi fattori in realtà, potrebbe talvolta essere solo una fragile patina, atta a coprire l’indicibile dolore dei molti e ad arginare i fiumi del loro sangue. Anche tramite artefatti di rara e incommensurabile meraviglia quindi, possiamo comprendere ancor più profondamente un mondo antico quanto contemporaneo, per la sua umana e splendida, quanto terrificante natura. Forse, a differenza delle parole di certuni, il vero potere logora molto più chi lo tiene stretto e ne diventa assuefatto, anziché chi non ne conosce neppure la pesantezza e da esso si fa schiacciare: la travagliata storia, dietro l’inestimabile sardonica regalata a Tiberio, non smetterà mai di ricordarcelo.