Agosto 1963: oltreoceano rimbombano forti le voci di Martin Luther King e John Fitzgerald Kennedy, mentre in Italia si suda e si nuota nel bel mezzo del primo governo balneare di Giovanni Leone. Nella soleggiata Amelia, in terra d’Umbria, durante dei movimentati scavi per la costruzione di un mulino, in un’area non molto distante dalle mura megalitiche e dalla Porta Romana, come molto spesso accade, vennero rinvenuti numerosissimi reperti archeologici, in particolare alcuni frammenti bronzei, parti separate ma destinate ad essere assemblate in un coerente unicum con il ritrovamento di un volto del medesimo materiale: si trattava di Germanico Giulio Cesare. Il luogo della scoperta era molto vicino alla romana Via Ameria, l’antico nome di Amelia, uno snodo stradale di vitale importanza per il collegamento fra l’Urbe e i molti ed ancestrali centri umbro-laziali prima e comuni medievali poi. Il luogo ove è stata rinvenuta, avvolge nel mistero la funzione della statua commemorativa: questa infatti era molto più probabilmente collocata in un foro o in uno spazio maggiormente urbanizzato, anziché nei pressi di una strada, seppur di tale importanza. E’ stato ipotizzato che il sito di rinvenimento in questione possa essere stato adibito a delle funzioni ludiche e ginniche, l’ennesima teoria aggiunta alle innumerevoli già avanzate.

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Le mastodontiche mura poligonali di Amelia, risalenti al VII/VI secolo a.e.v.

Oggi, tale capolavoro dell’arte bronzea giulio-claudia è conservato, assieme ad una ricca collezione, in parte ritrovata assieme alla statua frammentata, nel Museo Archeologico della preziosa località Umbra. Il piccolo paese di circa dodicimila anime, importantissimo municipium in epoca repubblicana, era già, nel dodicesimo secolo a.e.v. una ciclopica rocca di probabile origine pelasgica. Gli archeologi, dopo un certosino lavoro di restauro, rimisero assieme i pezzi e ricomposero la statua, dando vita a due metri e quattordici di principe imperiale nelle vesti di comandante in assetto da parata. Saltano immediatamente all’occhio le similitudini con l’Augusto di Prima Porta, la statua del divino nonno di Germanico, tuttavia questo, a differenza del venerabile, viene rappresentato con tratti somatici autentici e non idealizzati, simili ai numerosi ritratti del rampollo giulio-claudio sparsi in tutto l’Impero, tra i quali ricordiamo il modello detto “Gabii” dal nome dell’antica città laziale, un comune modello presente in svariati musei del mondo. Risulta necessario inquadrare storicamente la figura del nobile in carriera.  Al secolo Nerone Claudio Druso, nacque il 24 maggio del 15 a.e.v. da Druso maggiore, figlio di Livia Drusilla e da Antonia minore, altra nipote di Augusto, a sua volta figlia di Marco Vipsanio Agrippa e della sorella dello stesso Imperatore, Ottavia minore.

Impareggiabile soldato e carismatico condottiero, raffinato, empatico, colto, amatissimo dal popolo e dai soldati, mai vinto da nessun nemico sul campo. Fu vendicatore del vile agguato di Teutoburgo, conquistatore della Pannonia e pacificatore della Germania, insostituibile collega militare di Tiberio, il quale lo dotò di grandissimi poteri decisionali.

Gli toccò una tragica fine in quelle terre d’oriente, che già molte volte avevano deteriorato e fagocitato alcuni dei più grandi uomini della storia. Tiberio lo inviò sul fronte partico, ove, durante il suo passaggio, annetté il regno di Cappadocia, oramai rimasto senza sovrano, confermò il dominio di Roma sull’Armenia e si accordò diplomaticamente con Artabano II, re dei Parti, affinché si rinnovasse quella pace mirabilmente ottenuta dal Divo Augusto. Timori di palazzo, miopie relazionali e invidie personali furono le metaforiche cause della morte del giovane, il quale spirò ad Antiochia il 10 ottobre del 19 p.e.v. con gran certezza avvelenato dal Governatore della Siria Gneo Calpurnio Pisone. Come fu per Alessandro Magno, la morte di Germanico creò un vuoto di potere e un forte malcontento generale, un evento che, in parte, condusse anni dopo Caligola, uno dei numerosi figli di Germanico e Agrippina maggiore, alla porpora imperiale. Proprio la sua infausta e triste fine, può essere considerata la matrice della realizzazione di questa statua commemorativa, un capolavoro che è, inevitabilmente, anche un lapalissiano messaggio politico.

Busto in basalto di Germanico in abiti militari, proveniente dall'Egitto e oggi conservato presso il British Museum di Londra. Da notare gli sfregi del fanatismo cristiano: naso rotto e croce sulla fronte, neppure l'eroismo si salva innanzi alla ignorante ed irrispettosa furia iconoclasta.

Busto in basalto di Germanico in abiti militari, proveniente dall’Egitto e oggi conservato presso il British Museum di Londra. Da notare gli sfregi del fanatismo cristiano: naso rotto e croce sulla fronte, neppure l’eroismo si salva innanzi alla ignorante ed irrispettosa furia iconoclasta.

La sua memoria venne sacralmente onorata per decenni successivi: dal padre adottivo Tiberio, probabile ed occulto mandante dell’assassinio dell’invidiato quanto abile defunto figlio adottivo, dall’eccentrico figlio Caligola, la cui gran fortuna fu quella di avere un padre così ben voluto dalle folle e da Claudio, il dotto e goffo fratello, da sempre tenuto lontano dalla scena politica e militare, ma fatalmente destinato a divenire un giorno Imperatore. La statua d’Amelia è l’altissimo involucro di questa cascata postuma di onori. Germanico, come il Divo nonno è vestito come un comandante trionfante, il capo è lievemente torto verso destra, mentre il braccio è alzato, a manifestare la posa ante adlocutio, mentre la sinistra regge saldamente una lancia, posata a sua volta su un paludamentum fissato sulla spalla e morbidamente disciolto sul braccio. Fa capolino sotto l’ascella sinistra, sorretto da un parzialmente perduto balteo, uno gladio finemente decorato, dal pomo a forma di fiore e infoderato in una guaina terminante in una placca metallica tonda. A differenza del Prima Porta, Germanico è rappresentato come un uomo, non come un Dio, tale dettaglio ci è spiegato dalla presenza di raffinate caligae ai piedi, le calzature per eccellenza dei legionari, comprova della sua natura terrena, dell’uomo di lotta e accampamento. Sopra la tunica del legionario, ben visibile sulla parte superiore delle braccia e delle cosce, quasi fino alle ginocchia, si palesa l’elaborata e simbolica lorica muscolare, una corazza dalla tortuosa e peculiare storia.

Seguendo l'ipotesi dei precedenti proprietari della corazza: a sinistra, testa marmorea con pelle di leone alla moda erculea e alessandrina di Mitridate VI Eupatore, conservata presso il museo del Louvre di Parigi. A destra, busto di Lucio Cornelio Silla, secondo il modello conservato presso la Gliptoteca di Monaco di Baviera.

Seguendo l’ipotesi dei precedenti proprietari della corazza: a sinistra, testa marmorea con pelle di leone alla moda erculea e alessandrina di Mitridate VI Eupatore, conservata presso il museo del Louvre di Parigi. A destra, busto di Lucio Cornelio Silla, secondo il modello conservato presso la Gliptoteca di Monaco di Baviera.

Secondo i più recenti studi, fra cui quelli della professoressa Giulia Rocco, tale bardatura è stata fusa nel primo secolo a.e.v. in ambito tardo ellenistico, specificatamente nel Regno del Ponto sotto Mitridate VI Eupatore, un sovrano estremamente avverso alla inevitabile romanizzazione dell’Asia. Prendendo per buona tale ipotesi, i simboli con cui stiamo per avere a che fare hanno dunque un significato propagandistico antiromano. Le lunghe guerre mitridatiche diedero a Roma nuove provincie e innalzarono nuove figure politiche, fra queste ritroviamo Lucio Cornelio Silla, il proscrittore, dittatore perpetuo della Res Publica, il quale, più volte vincitore delle schiere pontiche, costrinse il sovrano ellenistico alla firma di un trattato di pace e alla cessione di cospicue ricchezze di svariato genere, fra cui evidentemente, anche la statua in questione. Quel torso, secondo questa interessante tesi, vide ben tre nobili capocce: Mitridate regnante, Silla trionfatore e l’attuale Germanico idolatrato.

La complessità dei dettagli: notiamo qui tutto il registro superiore di simboli. Adlocutio, spallaccio arboreo, paludamentum alla sinistra, il mostro Scilla e le onde ad agemina.

La complessità dei dettagli: notiamo qui tutto il registro superiore di simboli. Adlocutio, spallaccio arboreo, paludamentum alla sinistra, il mostro Scilla e le onde ad agemina.

Sull’unico spallaccio visibile, si manifesta una intricata quanto simmetrica fantasia d’acanto, questa si fa strada da una ben fissata borchia leontocefala. Il retro della corazza, pervenutoci particolarmente usurato è ornato da due figure femminili dalle corte tuniche, probabilmente due divinità minori o ninfe, fra di esse si erge un pregiato ed alto candelabro a cinque piani. Sotto la parte in cuoio ed anatomica di quella che poteva essere una reale corazza, troviamo allineata una duplice serie di pteryges, le frange protettive in cuoio, tessuto e metallo. Queste, riccamente decorate, presentano una variegata alternanza di fantasie: la prima fila è composta da volti di fauni o satiri dai tratti arcigni e da teste leonine, mentre la seconda è uniformata in una magnifica sequenza vegetale, con palmizi resi tramite la tecnica dell’agemina. Passando al petto, ci ritroviamo davanti alla mostruosa figura di Scilla alata mentre esce dai flutti marini. Essa viene sorretta da due delle sei teste canine di cui è dotata, mentre uno dei suoi grossi tentacoli serpentini e crestati si snoda verso il lato destro dell’armatura. La ninfa, divenuta terribile creatura marina, ha il braccio destro alzato, nella mano stringe un grosso macigno, pronto per essere scagliato verso l’incauto navigatore. A dividere il registro superiore, troviamo delle onde create sempre con la tecnica dell’agemina, subito sotto, racchiuso nel volo di due vittorie laterali, rivolte verso l’area centrale e da un grosso e rigoglioso cespo arboreo nella parte più bassa, contempliamo il nucleo simbolico del capolavoro: si tratta dell’agguato di Achille ai danni di Troilo, evento narratoci da Omero nell’Iliade.

Il mito trasposto nella storia: l'agguato di Achille a Troilo, ovvero la doppia interpretazione al servizio del potere vigente

Il mito trasposto nella storia: l’agguato di Achille a Troilo, ovvero la doppia interpretazione al servizio del potere vigente

Troilo, figlio di Priamo ed Ecuba, splendore di Troia, celebre per la sua bellezza e per il suo destino così indissolubilmente legato alle sorti della rocca di Ilion, viene brutalmente disarcionato da un Achille con elmo attico dotato di cimiero, ampio scudo tondo e clamide a spalla ed avambraccio. Troilo, dagli alti calzari e dallo svolacchiante clamide, nel tragico atto di cadere dall’impennato destriero, porta la destra ad afferrare il polso del piè veloce e il braccio sinistro a dare forza cinetica all’operazione, nel disperato tentativo di liberarsi, tuttavia il figlio di Peleo, neanche avesse una tenaglia al posto della mano, regge saldamente il fluente crine del principe troiano, la cui fine è oramai segnata. Gli eventi successivi non ci vengono esplicitati, ma vale la pena fare una breve chiosa per gli amici lettori: Achille, desideroso di possedere sessualmente il bel giovane, dopo numerosi tentativi e ricevendo solo rifiuti, andrà a mozzargli testa ed arti, colto dalla proverbiale ira. Vi sono due distinte chiavi di lettura, una a favore della tesi antiromana e l’altra della dinastia giulio-claudia: la prima vuole il mondo ellenico vittorioso su quello troiano, il quale è nei fatti il precursore di quello romano, mentre la seconda è tutta legata alla figura di Germanico, abbinata a quella di Troilo, entrambi giovani, belli ed amati, morti in circostanze drammatiche. A distanza di più di mille anni, un discendente della stirpe reale di Troia è stato ucciso in oriente, una morte prematura e simile per pathos a quella del suo avo, suscitando il lutto e lo sdegno di un intero Impero. Oggi, anche grazie ad una simile opera d’arte, vivremo più nella consapevolezza di quanto talvolta il valore, il merito e l’audacia, sono così terribilmente intrecciate alla morte, una morte fisica, ma mai simbolica.