Siamo nel 1246: in Giappone nasceva l’illustre monaco buddhista Nikkō Shōnin, mentre in Europa ci si avviava verso il tramonto del lungo regno dello Stupor Mundi e Puer Apuliae, l’Imperatore Federico II Hohenstaufen. Nella Basilica di Saint-Sernin – San Saturnino – di Tolosa, un incredibile manufatto antico viene, per la prima volta dopo secoli, annoverato fra i tesori dell’importante luogo di culto cristiano. Ripercorrendo le tappe e i movimenti di epoca moderna, se ne segnala il possesso nel 1533 da parte del controverso Roi-Chevalier Francesco I di Valois, il quale ripose la gemma a Parigi, assieme a numerosi altri reperti di epoca classica collezionati da ogni parte dell’antico Impero. Dopo la misteriosa sparizione del 1590, il gioiello venne successivamente rintracciato qualche decennio dopo sotto la tutela del Sacro Romano Imperatore, esoterista e mecenate Rodolfo II d’Asburgo, il quale comprò il prezioso oggetto per l’elevata cifra di 12.000 ducati d’oro, ponendolo infine nel copioso tesoro tedesco, trasposto poi parzialmente nella collezione austriaca contemporanea. Ma facciamo alcuni passi indietro, andiamo a sondare le origini dell’inestimabile tramite alcuni dati tecnici: la gemma è di onice d’Arabia a doppio intaglio, con un differente livello cromatico fra le immagini – di color bianco avorio – e lo sfondo – di una tonalità fra il blu scuro ed il marrone – ciò, ha permesso al maestro dell’arte glittica, di marcare straordinariamente i più piccoli ed impercettibili dettagli delle figure, le quali si alternano con incredibile armonia, fra forme plastiche, rigide ed altre fluenti, mosse. Si va a fissare così, un netto contrasto atto a creare un unico, spettacoloso giuoco di luci e profondità rispetto alla prospettiva dell’osservante.

Working Title/Artist: Portrait head of Emperor Constantine Department: Greek & Roman Art Culture/Period/Location: Rome HB/TOA Date Code: 05 Working Date: 330-350 AD photography by mma, Digital File DP138715.tif retouched by film and media (jnc) 2_24_10

I tre più noti proprietari della gemma, sovrani europei a contatto con l’ipnotica arte figurativa romana e politeista: Costantino I, Francesco I di Valois e Rodolfo II d’Asburgo

Le dimensioni della gemma – 190 mm di altezza, 230 mm di larghezza e 13 mm di spessore – hanno permesso all’incisore una grande libertà d’espressione fra gli spazi dei due registri, ove prendono corpo e vita due ricchi eventi. C’è invece da chiedersi, chi può essere il maestro artigiano in questione? Senza alcun dubbio si tratta di un esperto erede della scuola di glittica alessandrina, ma, visto che il periodo di creazione della gemma è da inquadrare fra il primo e il secondo decennio del I secolo p.e.v. gli studiosi tendono a ricondurre l’opera al grande artista Dioscuride, uno dei maggiori esponenti greci del neoatticismo augusteo.

Esempio di cammeo della scuola di Dioscuride: cammeo in sardonice con aquila, corona civica e foglia di palma, tre simboli del potere politico e della vittoria militare romana. I secolo a.e.v. oggi conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna

Sigillo di Augusto: questo raffinatissimo cammeo in sardonice, certa opera di Dioscuride, venne arricchito da una montatura del XIV secolo di perle, rubini e zaffiri. il Cammeo Rappresenta il prototipo del sigillo personale dell’Imperatore, fatto intagliare fra gli anni 30 e 20 del I secolo a.e.v. già Tesoro dell’Abbazia di Sant-Denis. Parigi, Bibliothèque Nationale de France.

Dioscuride, scultore di gran fama, fu anche intagliatore personale di Augusto, da lui favorito sopra ogni altro, divenendo maestro d’arte al servizio della dinastia Giulio-Claudia. Con tutta probabilità, fu anche il creatore del sigillo con il volto del primo Imperatore, tuttavia la gemma in questione, secondo altre ipotesi, potrebbe trattarsi di un lavoro da ricondurre ad uno dei discepoli della scuola da lui avviata o persino ad uno dei suoi tre figli, anche loro alle dipendenze dei futuri Principi Giulio-Claudi. Chiariti questi dettagli, prima di passare all’analisi contestuale e simbolica, vale la pena tracciare l’iter del prezioso.Ci sono tre ipotesi in merito a chi fosse il detentore del gioiello, tuttavia la prima rimane la più plausibile: la gemma è stata di proprietà di un membro della famiglia imperiale, di una ricca famiglia provinciale legata alla dinastia regnante, oppure è stata inviata come dono ad un qualche sovrano di un regno cliente di Roma

Per i contenuti e le forme, la gemma non è sicuramente mai stata mostrata a livello pubblico con intenzioni propagandistiche, bensì solo in forma privata, altresì possibile è l’opzione che questa possa essere stata copiata o mostrata fuori dall’Urbe o più largamente dall’Italia; l’Imperatore, secondo un’usanza orientale che non aveva intenzione di importare a Roma, era rappresentato come un Dio ed alcune delle figure allegoriche presenti, fanno più parte di uno scenario riconducibile ad ambiti culturali non Italici o in generale non ancora accostabili perfettamente al Mos Maiorum. Dopo circa tre secoli dalla sua creazione e con lo storico spostamento della capitale a Bisanzio, Costantino I raggruppò e trasportò nella Nova Roma numerosissimi oggetti facenti parte del ricco tesoro imperiale, fra questi vi era certamente anche la gemma. Dalle sabbie dell’Arabia fino alla lavorazione a Roma, dai viaggi per Costantinopoli, Tolosa, Parigi, le svariate capitali del S.R.I. per finire poi a Vienna, un simile artefatto non fu il primo e indubbiamente non sarà l’ultimo a viaggiare così ampiamente per due continenti, concedendosi a potenti sovrani, fortune episcopali e ricchi commercianti. Per la lettura simbolica della gemma, ci occorre scandire temporalmente i due registri.

Le scene della fascia inferiore, si svolgono prima rispetto a quelle della fascia superiore, in un collegamento che parte da destra, si allaccia al registro superiore tramite il lato sinistro e si conclude centralmente

Se per quanto riguarda la fascia superiore abbiamo chiare tutte le figure presenti, stessa cosa non vale per quello inferiore, ove gli storici tendono ancora a dare numerose interpretazioni, fra volti potenzialmente identificabili storicamente ed allegorie divine: cominciamo l’analisi partendo da destra fino a sinistra.

La fascia inferiore nella sua interezza

La fascia inferiore nella sua interezza

Ci appaiono subito una coppia di barbari – con tutta probabilità Germani – la donna porta una mano al petto in segno di resa e al contempo si ritrova strattonata per i capelli da quello che in molti identificano come una personificazione del Dio Mercurio – per via del cappello da viaggio a tesa larga – armato di spada, poco vicino invece vi è l’altro implorante a terra con un torques al collo, ciò lo porta ad essere identificato come un guerriero di alto rango. Mercurio invita coattivamente la barbara ad imitare il gesto del conterraneo, inginocchiato ai piedi di una figura di spalle: osservandone le vesti tipiche delle attività venatorie, le due lance e l’acconciatura da cacciatrice, gli esperti hanno ipotizzato che possa trattarsi della Dea Diana, la quale, a differenza del fratellastro dagli alati calzari, poggia la destra sul capo del barbaro sconfitto, quasi lo stesse graziando, inducendo l’osservante a ipotizzare che i due prigionieri stiano per sperimentare la clemenza romana.

L’aristocrazia barbara si piega innanzi alla grandezza militare e civilizzatrice di Roma, non potendo che riceverne benefici

Spostandoci verso sinistra vediamo un blocco di cinque personaggi e l’innalzamento del tropaeumDal centro in poi, intenti ad innalzare il palo ligneo con le armi dei vinti, notiamo tre figure, due delle quali non armate. Secondo le ricerche storiche, i due giovani disarmati potrebbero essere le personificazioni fisiche della costellazione dei Gemelli e pertanto, sarebbero identificabili con i Dioscuri Castore e Polluce. Il terzo figuro fra i due, armato di gladio, protetto da una lorica musculata e da un elmo modello italico con cimiero rigido, sarebbe invece la personificazione dei Dio Marte, impegnato a tirare il trofeo con una corda mentre il paludamentum gli sventola alle spalle.

Gema Augustea, 9-13 d. C. Viena3

Particolare della fascia inferiore (parte sinistra)

Mentre i tre ergono il simbolo della vittoria, sotto di esso si notano altri due barbari: una donna, mentre si regge il capo con fare affranto e sconsolato, ed un uomo, dallo sguardo fiero e dai polsi legati dietro la schiena. I due sostano vicini ad un’armatura finemente decorata, tuttavia questi, a differenza dei due supplici, sono platealmente destinati ad essere legati o incatenati al monumento, secondo la più tipica forma di rappresentazione del captivus. Non sono quindi figure realistiche, ma per il ruolo che assumono, non possono che essere le allegorie dei popoliGermani ed Illiri –  sottomessi nella campagna appena conclusasi. Sull’estrema sinistra, vicino ad uno scudo con un grosso scorpione, aiuta ad impalare il trofeo nel terreno un quarto figuro loricato, paradossalmente il più difficile da identificare. Gli storici concordano sulla provenienza dell’elmo che indossa, tipico della Macedonia e della Grecia settentrionale, portando a concludere che possa trattarsi di un ufficiale ausiliario o molto più probabilmente di un condottiero di alto rango, quale Re Remetalce I di Tracia, stretto alleato di Augusto e aiutante di Tiberio durante le campagne in Pannonia fino alla sua morte avvenuta nel 12 p.e.v.

Si parla di aspre operazioni militari nel freddo nord Europa, di eventi reali e storicamente identificabili in un preciso arco temporale. Il passaggio dal realismo storico, arricchito di allegorie olimpiche ed astrali, si fa netto con l’ascesa al registro superiore, un vero e proprio Pantheon. Nonostante il pezzo mancante della gemma – perduto fra la permanenza a Parigi e l’acquisto da parte di Rodolfo II d’Asburgo – la scena risulta ancora perfettamente chiara ed interpretabile.

Giunge, quasi stesse spuntando dagli eventi sottostanti, ospite su una biga trainata dall’alata Dea Vittoria, quello che gli storici identificano con Tiberio, figlio di primo letto di Livia Drusilla e adottato da Augusto in qualità di successore

Il valente condottiero fa per scendere dalla biga, sospinto dall’altero sguardo della Vittoria impugnante la frusta dell’auriga; la destra del successore designato tiene un oggetto di difficile identificazione – probabilmente una pergamena o un piccolo bastone – mentre la sinistra un lungo scettro. Stavolta Tiberio è togato e laureato, vittorioso ma non marziale, qui è simbolo della civiltà quirina e della missione pacificatrice di Roma. La biga non può essere un carro trionfale – quadriga – pertanto Tiberio sta consegnando il trionfo in mano a suo padre, tenendosi già pronto per la prossima campagna militare, come indica l’elmo presente sotto il mezzo di trasporto. Subito innanzi a lui, davanti ad un terzo cavallo, spicca una figura loricata ed armata di gladio, il cui manico è impugnato delicatamente dalla sinistra. Gli storici protendono ad identificare il nobile in assetto bellico come l’adorato Germanico, prediletto nipote di Augusto e figlio dell’altrettanto amato figliastro dell’Imperatore, Druso maggiore.

Particolare della fascia superiore

Germanico, affidato da Augusto a Tiberio in qualità di suo erede, qui diviene custode e guardiano della volontà del protagonista assoluto del cammeo. Sopra ad una pila di scudi, si adagiano i piedi di due divinità sedute su un doppio trono. A sinistra scorgiamo Roma abbigliata molto leggermente ma sempre armata, dallo sguardo ammirato, fiero, possente. Secondo i più recenti studi, si tende ad identificare il volto della città divinizzata con quello di Livia Drusilla, collegando femmineamente così il Tiberio ossequiante e l’Imperatore semidio. La testa è coperta da un elmo dotato di triplice cimiero composto da crini di cavallo, la sinistra regge morbidamente una lancia, con l’asta affiancata ad uno scudo tondo appoggiato a sua volta sulla gamba del trono. Il balteo cinge al fianco il gladio, il cui manico viene appena toccato dalla sinistra della Dea: ella ci indica la costante prontezza al conflitto bellico, pur mostrandosi qui come una figura ordinatrice, i canonici aspetti guerreschi sono tutti presenti; si tratta della riproposizione simbolica della celebre locuzione “Si vis pacem, para bellum”. Roma è perennemente pronta ad agire, anche al minimo cenno, pur di difendere la sicurezza dell’Impero, ma questo assenso e permesso al moto, non può che provenire da una persona la cui presenza ha fatalmente magnetizzato lo sguardo degli astanti.

Affianco alla Dea, si palesa Augusto, qui interprete del Dio Giove, simbolicamente partecipante della scena per mezzo dell’aquila sotto il trono

Augusto è vicinissimo allo status di Dio: idealizzato nel corpo ma ancora riconoscibile nei tratti del volto, mantiene una natura umana tramite l’assenza di fondamentali nudità, come quella dei piedi, ora coperti da sandali, inoltre, gli oggetti che tiene in mano lo posizionano ancor di più in un limbo fra il mortale ed il divino. La destra regge un lituus, bacchetta rituale utilizzata dagli Augures per tracciare e segnare il quadrato sacro, da dove si possono osservare ed interpretare i voli e più in generale, i movimenti degli uccelli. La sinistra invece si aggrappa ad uno scettro, oggetto di natura sia regale che divina. Dietro al trono, vi sono le ultime cinque figure allegoriche, suggellatrici dell’ordine fisico e metafisico creato da Augusto. Oecumene, cinta dalla corona muralis con velo è l’incarnazione del mondo civilizzato mediterraneo, dapprima vicino all’ellenismo, ora romanizzato.

Gema Augustea, 9-13 d. C. Viena7

Essa è la terra abitata e nota, pertanto alza sul capo di Augusto la corona civica, la corona di quercia simbolo di Giove e dell’Imperatore, una importantissima onorificenza che veniva data a chi salvava la vita di un cittadino romano: Augusto ha fermato quel bagno di sangue che fu la guerra civile e messo in sicurtà la Res Publica, in luce di ciò, egli è salvatore di moltissimi cittadini e di Roma stessa, ora a lui indissolubilmente legata. Subito vicino vi sono un figuro barbuto ed una donna con una cornucopia, accompagnata da due infanti. La figura maschile altri non è che il Titano Dio Oceano, garante del potere romano sulle acque, mentre la figura femminile ha una identità combattuta. Se dapprima la si poteva identificare come la primordiale Gaia o ancora Tellus – a tratti simile a quella dell’Ara Pacis – pur rimanendo una divinità tellurica, oggi si tende a riconoscere nella fanciulla una personificazione della giovane Italia, una realtà nata in forma allegorica dopo le riforme provinciali di Augusto – una proto-unità d’Italia – con una curiosa bulla al collo, corona floreale sul capo e cornucopia alla sinistra. Affianco ad Italia si trovano due bambini identificabili con due delle quattro stagioni, probabilmente l’estate quello dietro e l’autunno quello in primo piano, riconoscibile tramite le due spighe di grano che tiene in mano: un riferimento lineare alla mietitura e all’abbondanza.

Non potevamo però, arrivati oramai alla conclusione, poter mancare di parlare di tre particolari simbologie astrali presenti nella gemma. Nel registro inferiore, siamo entrati in contatto con i Gemelli – protettori della romanità – con lo Scorpione – simbolo zodiacale di Tiberio e futuro emblema dei Pretoriani – mentre in quello superiore notiamo, inciso all’interno di un globo solare, il Capricorno, segno zodiacale adottato da Augusto – il quale era della Bilancia – in quanto suo ascendente, simbolo della primigenia prosperità saturnia e del dominio terracqueo. In un solo, strabiliante e inestimabile gioiello, esempio massimo della glittica antica, diventiamo anche noi partecipi della missione di Roma, qui riproposta tramite immagini religiose e divine, simbologie dirette e comprensibili da tutti, in un complesso artistico che ricorda i passi delle Odi di Orazio, quando prevede anche lui, come altri, la futura e Giovia grandezza di Roma per mezzo del suo primo e più grande Principe. Ci immedesimiamo anche noi in un mondo, in cui Dei e genere Umano convivono e prosperano all’insegna della Pace.