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Venti aprile 1863: gli Stati Uniti sono spaccati in due fra confederati e nordisti. Nel seno tumultuoso d’Europa è nato da un paio di anni il Regno d’Italia, già impegnato nella spietata soppressione del brigantaggio. Il papa re è ancora stabile sul soglio e il Lazio ne è il suo trono. Al IX miglio della via Flaminia, nei pressi del Tevere, venne scoperta, proprio in quell’anno, la coloratissima villa ad gallinas albas, magione imperiale la cui storia ha del prodigioso. Proprio in quei luoghi, secondo Plinio nella sua Historia Naturalis, un’aquila posò sul grembo di una giovane Livia, promessa sposa di Ottaviano, una gallina bianca con un ramoscello di alloro nel becco.

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Uno dei molteplici affreschi della villa di Livia, oggi conservati al Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme. le numerosissime piante e le specie avicole presenti immergono il contemplante in un giardino surreale e verosimile, esotico quanto classico

Sotto consiglio degli Aruspici, ivi la matrona, fece crescere dal ramoscello un bosco e curò la gallina bianca e i suoi pulcini, nel calore di una delle ville più maestose dell’antichità. Fra quelle stanze e i suoi stravolgenti affreschi, a rimarcare nuovo prodigio, ritornò alla luce l’opera propagandistica per eccellenza della prima dinastia imperiale: l’Augusto di Prima Porta. Una statua in marmo di due metri e quattro, massima espressione dell’arte classica greco-romana. Si trattava senza alcun dubbio di una copia di un’originale scolpita da un mastro greco, di dimensioni più grandi e in bronzo, commissionata dal Senato sicuramente dopo il 20 p.e.v. e posta nel Foro, affinché potesse essere ammirata da tutto il Popolo. Vi sono numerose teorie su chi commissionò la copia pervenutaci e quando questa venne eseguita, quasi certamente si tratta di un reperto databile già al I secolo p.e.v. sono molti infatti, gli studiosi che ipotizzano che la statua marmorea, possa essere in realtà un dono di Tiberio alla madre Livia, accentuando nella copia dettagli che potessero marcare la natura divina del defunto Imperatore e i numerosi collegamenti con il commissionante erede e successore. La statua venne creata basandosi sullo stile ellenistico del Doriforo di Policleto, andando a riprenderne la posizione fisica basilare, aggiungendo anche connotati tipici del bronzo etrusco-romano dell’Arringatore detto “Aulo Metello”.

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I due modelli a confronto: a sinistra il Doriforo di Policleto, probabile raffigurazione di Achille portatore di lancia. Copia romana di un’originale greca in bronzo del V secolo a.e.v. conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. A destra l’Arringatore identificato con Aulo Metello, capolavoro bronzeo centro italico databile fra il II e il I secolo a.e.v. oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Firenze

I materiali utilizzati per la realizzazione di essa sono principalmente tre: marmo di Carrara, detto anche lunense, per l’intera statua, il collo e la testa derivano da un blocco di marmo pario greco scolpito separatamente, mentre l’asta brandita nella sinistra, identificata come una lancia, era con tutta probabilità di bronzo. Dobbiamo aggiungere a questi tre materiali anche i numerosi colori che ricoprivano il marmo, fra cui possiamo annoverare rosso, blu cobalto, giallo paglierino, bianco, porpora, verde acqua, rosa e marrone: oramai sappiamo che tutte le statue monocrome romane e greche che oggi ammiriamo, una volta erano vivacemente policrome, pertanto anche Augusto non era escluso, tuttavia vi sono numerosi dibattiti sulla precisa disposizione delle varie sfumature sul marmo. Perché parliamo di un’opera propagandistica? Ebbene la lorica, tipica armatura in cuoio dei comandanti romani, indossata dal Principe, presenta numerose figure su di essa, queste, al di fuori dell’ambito artistico, erano probabilmente in bronzo e furono applicate su una vera corazza, tuttavia non ci è dato saperlo con certezza. Considerando che il volto della statua rappresenta il tipico ritratto augusteo, questa statua poteva essere ammirata in numerosi fori dell’Impero, quasi fungesse da ritratto ufficiale, sia in vita che dopo la morte, in quanto si pensava che l’uomo fosse divenuto un Dio, soprattutto in Oriente. Tale concetto ci è stato trasmesso da alcuni dettagli non di poco conto: la mancanza di calzature ai piedi, prerogativa tipica degli eroi e degli Dei, ci indica l’avvenuta apoteosi dell’Imperatore, il quale mal avrebbe accettato di essere rappresentato così “Divino” già in vita, pur avendo accettato una nuova forma di raffigurazione “monarchica”. Il volto del Principe è un connubio fra la ritrattistica idealizzata greca e quella realistica romana: lontano dai canoni della prima monetazione e dei busti giovanili, o dell’Augusto cavaliere in bronzo del Museo Archeologico Nazionale di Atene, in cui viene rappresentato palesemente anziano, il modello di volto oramai noto come “Prima Porta” mantiene l’immagine dell’Imperatore in un’età giovanile ma possente, autorevole, con tratti veraci quali gli alti zigomi, la tipica acconciatura scompigliata sulla fronte, il naso aquilino, l’espressione solenne, sobria, distante e tranquilla. Quello sguardo, già proiettato verso lo status ultraterreno è la chiave di volta dell’idealizzazione, una caratteristica che possiamo notare anche nell’Augusto Capite Velato o di via Labicana oggi conservato al Museo di Palazzo Massimo alle Terme, in cui il Principe è rappresentato nelle vesti di Pontifex Maximus. La trascendenza mistica si è impadronita delle membra dell’uomo, mettendone in risalto la natura divina e atemporale, si contempla così la caduta del Vir e l’ascesa del Genius.

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Il volto del Padre della Patria. I dettagli realistici innalzano quelli mistici e religiosi, incastonando le qualità trascendenti nello sguardo ampio e profondo del Dio, discendente della stirpe troiana ed eletto della profezia virgiliana di Giove a Venere: ammiriamo così lo zenit della gloria di Roma incarnato nella materia

Se il volto di Augusto è l’elemento umano e semidivino che ci mette in contatto con la Religio, il resto dell’opera è un chiaro manifesto politico, atto a confermare il potere sia temporale che spirituale del Principe. Il braccio destro, ben formato, si erge verso una folla, mentre la mano sboccia in un gesto che intima il silenzio e cattura l’attenzione per l’imminente adlocutio, ovvero il discorso alle truppe prima di iniziare una battaglia o durante un annuncio di estrema importanza. La corazza muscolata indica lo status di Imperator e mette in risalto le virtù militari del Principe, mostrandone le imprese e i collegamenti divini. Sugli spallacci sono presenti due sfingi, chiaro riferimento all’avvenuta conquista dell’Egitto Tolemaico. Sul petto si susseguono quattro figure celesti: al centro si staglia il barbuto Caelus, il Padre Urano che regge gli immensi drappi del firmamento nel classico gesto della velificatio; si tratta del Nume che, come raccontatoci da Giovenale nelle sue Satire, anche gli Ebrei veneravano e rispettavano in qualità di unico Dio. Il millenario sguardo del Padre è rivolto verso il lucente auriga dall’ampia tunica che sta passando sotto il suo azzurro manto, si tratta di Apollo-Sole-Elio, il Dio romano solare e lucente nelle sue plurime identità, al comando della quadriga. I quattro equini, Etone, Flegone, Eòo, e Piroide dalle focose narici, lesti e furiosi impennano dipanando le nebbie notturne, si fanno così strada parandosi innanzi alle sorelle del divino cocchiere: notiamo Luna, la Selene greca, la quale viene coperta dall’angelica Aurora, la Eos greca, colei che fa strada alla luce del mattino, non a caso fra di loro vi è una torcia accesa, mentre Aurora, tiene in mano una brocca rituale da cui verrà dispensata la rugiada mattutina.

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Policromia e Monocromia a confronto, due prospettive completamente diverse di come osservare l’arte classica

Si passa così dalla dimensione celeste, dal confine con il mondo iperuranico, al mondo della materia, della guerra, della politica, dei popoli e delle genti. Sugli alti fianchi dell’Imperatore, sono presenti due donne, sedute mestamente, raffiguranti a destra le popolazioni celtiche della Spagna e della Gallia definitivamente dominate, ciò è simbolicamente rimarcato dalla presenza di un canide di guardia rivolto verso la fanciulla, seduta su uno stendardo e brandente un carnyx, la tromba celtica a forma di drago e dall’inquietante quanto misterioso suono; a sinistra vi è invece una figura con una spada dal manico a forma di aquila, una donna armata e dunque non del tutto domata, ma in via di sottomissione, perciò potrebbe trattarsi dell’allegoria della Germania Magna o di qualche regno orientale.

Il suono ancestrale del carnyx

Al centro della dimensione terrena è rappresentata una delle più grandi vittorie politiche della storia di Roma, capolavoro dell’arte diplomatica augustea. Fraate IV, Re dei Parti, dovette firmare, nel 20 a.e.v. un trattato di pace che prevedeva la cessione dell’Armenia, la liberazione di tutti i prigionieri della battaglia di Carre e l’obbligo di riconsegnare le insegne con le aquile perse sia durante la carneficina in cui trovò la morte il triumviro Crasso nel 53 a.e.v. sia quelle perdute da Marco Antonio durante le sue campagne nel 40 a.e.v. In questa scena, Fraate IV, barbuto e vestito alla moda persiana, innalza un’insegna aquilifera, con l’intenzione di consegnarla nelle mani di una figura armata di spada e vestita in abiti militari romani innanzi a lui. Ancora oggi gli storici sono incerti su chi sia questo personaggio accompagnato da un canide, molto probabilmente un lupo o una lupa, nutrice di Romolo e Remo, simbolo cardine di Roma, tuttavia vi sono tre ipotesi principali: secondo la prima potrebbe trattarsi di Tiberio, fisicamente presente in Mesopotamia all’epoca, andando a simboleggiare la stretta unione fra il Principe e il suo successore. La seconda vedrebbe nel personaggio loricato un imberbe Mars Ultor ovvero Marte Vendicatore, a cui Augusto dedicò un tempio nel suo Foro dopo la vittoriosa battaglia di Filippi contro i Cesaricidi nel 42 a.e.v. L’ultima teoria vuole che il figuro sia Augusto, tuttavia risulterebbe essere la meno accreditata, in sostituzione a questa la figura viene identificata come il prototipo ideale del legionario romano, l’uomo che rappresenta nella loro interezza, le legioni vittoriose.

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Dettaglio posteriore del lato destro della lorica: si notano le raffinate congiunture e il laccio della corazza. Una grande ala fa capolino dal centro della schiena, probabilmente appartenente ad un’aquila o ad un cigno, subito sotto troviamo invece un trofeo militare ove spicca a lato il carnyx celtico. Tale strumento era molto usato sia in ambito bellico che religioso da un vasto gruppo di popoli europei

Visti i primi due livelli, celesti e terreni, ora si passa nuovamente ad un terzo piano legato all’ambito divino e mistico. Sul basso fianco destro della lorica, semi coperto dal voluminoso drappo marziale, impenna un cervo, o più probabilmente un capriolo, su di esso, alla moda amazzone, si trova la Dea Diana, munita di arco e faretra colma di frecce. Dall’altra parte sulla sinistra, rampante, appare un grifone cavalcato da un Apollo citaredo. Apollo e Diana sono direttamente collegati alle divinità rappresentate sul petto della corazza, poiché uno è Dio stesso della solarità, mentre l’altra è manifestazione della luce lunare. La figura della Dea Luna, nel settore superiore è stata in questo ambito spesso collegata a quella di Venere e della Stella del Mattino, tuttavia l’interpretazione ufficiale rimane quella già esplicitata: la greca Afrodite, come vedremo, rimane perno simbolico della mirabile scultura. Al centro, nella zona del basso ventre della lorica, ritroviamo distesa la Dea Tellus, la Grande Madre, la greca Gea, la Cerere genitrice, portatrice di abbondanza e prosperità: essa regge una cornucopia, manifestando così la ricchezza della terra di cui è matrona e protettrice. Notiamo come le simmetrie vanno a ricollegarsi in un quadro geometrico ben preciso, Padre Cielo e Madre Terra racchiudono nei loro naturali archi le sorti sia umane che divine.

Il complesso è la manifestazione su marmo del Carmen Saeculare di Orazio, il ritorno all’era Saturnia, l’età dell’oro, la glorificazione del Febo Apollo in qualità di Padre dell’Imperatore e custode della potestà del Principe

a cui dona la sua mitica fiera, identificabile nel nobile e maestoso grifone, creatura che diverrà poi emblema della dinastia giulio-claudia. Sono così suggellate fra gli eoni del mito e della storia le gesta divine del Padre della Patria. Sotto la lorica è evidente una corta tunica militare, mentre il paludamentum è avvolto attorno alla vita dell’Imperatore, le due estremità infatti si vanno a ricongiungere morbidamente sull’avambraccio sinistro di Augusto, donando alla scultura un raffinato senso di movimento rintracciabile fra le numerose ed ampie pieghe del grande manto militare, il quale fungeva anche da parziale supporto per la lancia perduta.

Statue of August from Prima Porta. Detail. Marble. Ca. 20-17 B.C. Inv. No. 2290. Rome, Vatican Museums, Chiaramonti Museum, New wing.

Il divino sostegno: Cupido cavalca un delfino raffigurato secondo i canoni classici. Tale elemento architettonico, spesso presente nelle sculture classiche, fungeva da supporto tecnico reale e concreto per la statua, non a caso spesso il Cupido e il delfino in questione erano sostituiti da una pietra, un cippo, una palma, un trofeo militare o persino una borsa per le pergamene. Utilizzando uno scaltro stratagemma, qui il sostegno ha preso parte attiva e non solo simbolica, ponendo in risalto il collegamento fra la Dea Venere e la dinastia Giulia, qui rappresentata dal suo massimo esponente. Cupido e Augusto sono sostanzialmente consanguinei

Denotata la nudità di origine eroica e divina dei piedi, non possiamo non soffermarci sulla figura che appare affianco al polpaccio destro dell’Imperatore: la minuta figura alata, a cavalcioni su un delfino è il fulcro del simbolismo, l’antica origine familiare del Principe. Il putto viene limpidamente identificato con Cupido o Eros, figlio di Venere, la Dea nata dai flutti e le spume di Zacinto, la premurosa madre del Pio Enea, figlio di Anchise e padre di Ascanio, il futuro fondatore di Alba Longa e capostipite della Gens Iulia. Augusto, discendente di Venere e figlio di Apollo si manifesta nella carne assumendo molteplici ruoli: politico, militare e semidio, una creatura sublimata e distante, ma al contempo icona reale dell’uomo vissuto nel Mos Maiorum. Esso ci appare misterioso nella sua natura, una natura che si muove costantemente fra quella terrena e ultraterrena, ma chiara nell’identificazione di un uomo compiuto, venerabile, restauratore e pacificatore, entità che si è coperta indelebilmente di imperitura gloria per la romanità e per l’italianità a livello universale.