Il calendario impolverato segna la data del 25 luglio 1975: Sadat ha riaperto oramai da più di un mese il Canale di Suez, rimasto chiuso per ben otto anni, mentre quattro mesi prima a Los Angeles, Federico Fellini vinceva il quarto Premio Oscar con Amarcord. Noi ci ricordiamo invece di come in quella torrida giornata levantina Morton Leventhal, un archeologo amatoriale appassionato di numismatica, si rese protagonista di una scoperta che andò al di là di ogni più gioiosa aspettativa. Mentre vagava con il suo metal detector nella valle di Beit She’an, ove sorgeva Scitopoli durante il periodo ellenistico, il signor Leventhal sondò una porzione di terreno presso Tel Shalem, una località che ospitava un fortilizio militare sotto il controllo della Legione VI Ferrata. In quel luogo, venne trovata una gran serie di frammenti di bronzo, un piccolo volto giovanile ed un grosso testone barbuto. Contattate le autorità competenti e riesumati accuratamente i pezzi, si decise di effettuare una serie di scavi su vasta scala e a lungo periodo, i quali riportarono alla luce non solo una gran serie di utensili ed oggetti, ma anche i resti di un poderoso arco trionfale ad un solo fornice, non molto dissimile da quello di Tito a Roma, con tanto di iscrizione commemorativa.

Ricostruzione dell'Arco di Adriano con annessi ritrovamenti della targa: Imp (eratori) Cae [s (ari) divi T] ra [iani Par-] th [i] ci f (ilio) d [Ivi Nervae NEP (Oti) Tr] Aiano [Hadriano Aug (Usto)] pon [t] if (i) m [ax (imo), Trib (Unicia pot (estate) XX ?, imp (eratori) I] I, co (n) s (uli) [III, p (atri) p (atriae) S (enatus) P (opulus) q (ue) R (omanus)?]

Ricostruzione dell’Arco di Adriano con annessi ritrovamenti della targa, gentilmente concessa da Carole Raddato:
Imp (eratori) Cae [s (ari) divi T] ra [iani Par-]
th [i] ci f (ilio) d [Ivi Nervae NEP (Oti) Tr] Aiano [Hadriano Aug (Usto)]
pon [t] if (i) m [ax (imo), Trib (Unicia pot (estate) XX ?, imp (eratori) I] I, co (n) s (uli) [III, p (atri) p (atriae) S (enatus) P (opulus) q (ue) R (omanus)?]

Ci ritroviamo così davanti alle spoglie dell’antico dominio del popolo gentile dei Quiriti sulle instabili comunità della Giudea. Per comprendere meglio la storia di questi reperti, dobbiamo fare molti passi indietro, senza forzatamente soffermarci sulle guerre di Pompeo nel 63 a.e.v. ci basterà piuttosto visionare la situazione geopolitica dal I al II secolo p.e.v. fra Roma e Gerusalemme, toccando giusto alcuni eventi. Prima fu regno sotto una dinastia di stampo ellenista, ma alcuni anni dopo la morte di Erode detto il Grande, più precisamente nel 6 p.e.v. Augusto decise di fare del suddetto regno una nuova provincia alle dirette dipendenze di Roma.

Se già il popolo di giudea aveva dimostrato una certa insofferenza verso l’occupazione romana, pur assaporando contemporaneamente i benefici di una completa libertà religiosa e di un nuovo, stabile e più efficiente apparato statale, ciò non bastò ad acquietare gli animi delle turbolente sette. Sotto il principato di Caligola, nel 40 p.e.v. assistiamo per la prima volta ad una operazione ai danni del clero rabbinico, rifiutatosi di porre, secondo i comandi dati, la statua del fin troppo ellenizzante Imperatore all’interno del Tempio di Gerusalemme; ed è qui, che entra in giuoco per la prima volta la VI Ferrata, inviata in oriente appositamente per esaudire l’oltraggiosa richiesta. Morto Caligola un anno dopo, nel 41 p.e.v. il danno era comunque fatto: il tormento degli invasati gruppuscoli non poteva più essere contenuto a lungo.

L'antica provincia romana di Giudea al tempo della prima guerra giudaica.

L’antica provincia romana di Giudea al tempo della prima guerra giudaica.

La Legione citata, passata sotto i comandi di due diverse generazioni di triumviri, venne parzialmente accorpata alla XII Fulminata in occasione della prima guerra giudaica, durata dal 66 fino al 70 p.e.v.,  conflitto che vide impiegati tre futuri Imperatori: Vespasiano, suo figlio Tito e l’allora Legato Traiano. Toccati già due punti vitali per comprendere l’importanza dei rinvenimenti, giungiamo allo zenit della follia premessianica. Nonostante una quarantina di anni pacifici, le numerose comunità createsi in seguito alla diaspora, condussero una breve rivolta nei due anni finali del regno di Traiano. I numerosi focolai vennero adeguatamente e sbrigativamente spenti. Inevitabile fu però un protrarsi di simili fervori sotto l’Impero di Adriano. Se Pompeo ed Augusto si comportarono con clemenza, utilizzando una buona dose di tolleranza e Vespasiano con il figlio Tito arrivarono persino a rammaricarsi per le grandi stragi e devastazioni che furono costretti a compiere, il nostro filelleno, non poté e non volle permettersi il lusso di sopportare ulteriormente i letali stiletti dei sicarii, le indegne ingiurie degli zeloti e le assurde aspirazioni del nuovo capo rivoltoso di turno: Simon Bar Kokheba, un novello messia per la liberazione di Israele. Era l’anno 132 p.e.v. e la terza ed ultima guerra giudaica era appena cominciata.

Le motivazioni dello scontro erano senza dubbio sedimentate da lungo tempo, tuttavia nuovi elementi apparvero utilmente scatenanti: tra le politiche elleniste adrianee di preservazione e solidificazione del costume pan mediterraneo rientrava ad esempio il divieto di circoncisione per tutti i popoli che ne facevano uso, considerata al pari di una mutilazione, degna solo di un popolo arretrato e incivile.

I motivi erano dunque politici, sociali, culturali, per nulla religiosi. Ciononostante le comunità ebraiche si sentirono particolarmente attaccate da tale decreto; ai loro occhi questo era il palese tentativo di recidere, anziché un prepuzio, il privilegiato ed elitario contratto stipulato con Dio. A proposito di Dei, Adriano volle inoltre ridare forma a Gerusalemme, ricostruendola dopo la distruzione sotto i Flavi e donandole una identità più inclusiva, universale, politeista. Il sogno di una Aelia Capitolina era vivissimo nei progetti dell’Imperatore fin dalla giovinezza. Nel 130 p.e.v. durante la tappa palestinese del suo lungo viaggio sui confini dell’Impero, accarezzò l’idea di donare spiritualmente la città degli ebrei a Giove Capitolino. Nel 131 p.e.v. diede così ordine a Quinto Tineio Rufo, governatore della regione, di consacrare la nuova città, conferendole un limite sacro e officiando un rito di fondazione per mezzo dell’aratro.

Adriano era divenuto per gli ebrei, il mostro perfetto contro cui scagliarsi per riconquistare l’indipendenza dalla civiltà e dalla pace. Le iniziali operazioni di guerriglia dei rivoltosi ebbero successo, ma alleanze politiche instabili, una buona parte del clero avverso ed una controproducente quanto significativa persecuzione ai danni dei cristiani, condussero lo scellerato Simon Bar Kokheba alla inesorabile disfatta totale. Adriano, dopo aver impiegato personalmente sei legioni complete, fra cui la VI Ferrata -esperta in materia giudaica- più svariati corpi ausiliari provenienti da altre sei legioni, per un totale di circa 60.000/120.000 armati a seconda del periodo, ottenne una schiacciante vittoria, al prezzo di due Legioni decimate e la XXII Deiotariana andata distrutta. Nonostante ciò, il trionfo gli permise di riscrivere di suo pugno, le sorti di una regione e di un intero popolo. Cassio Dione, nella Storia di Roma, ci riporta i numeri:

580.000 fra soldati e civili ebrei uccisi, 50 fortezze distrutte e 985 villaggi rasi al suolo.

Monetazione adrianea dalla zecca di Aelia Capitolina Sul verso: COL[ONIA] AEL[IA] CAPIT[OLINA] COND[ITA]

Monetazione adrianea dalla zecca di Aelia Capitolina
Sul verso: COL[ONIA] AEL[IA] CAPIT[OLINA] COND[ITA]

Il politeismo ha vinto sul monoteismo: i testi sacri vennero simbolicamente bruciati sulla cima del Monte del Tempio, mentre agli ebrei di tutto l’Impero venne impedito di seguire il calendario e la legge mosaica, inoltre, come se non fosse bastata l’onta del cambio di nome a Gerusalemme, nel supremo tentativo di rimuovere ogni traccia e memoria del popolo traditore di Roma, Adriano rinominò la Giudea in Syria Palaestina, dall’ebraico felištīm, riferimento ai Filistei, uno dei popoli del mare provenienti dalle aree Levantine. Le armi tacquero, ma ad Aelia Capitolina nessun giudeo venne più ammesso. Antonino Pio, successore di Adriano, ammansì le pene inflitte, riammettendo la circoncisione, mentre solo sotto Costantino I, poco meno di due secoli dopo, gli ebrei poterono rientrare nelle mura della loro città santa.

Un Dio fattosi uomo sconfisse per l’ultima volta il popolo del monoteismo, mai stato in grado di accettare il culto sincretico e inclusivo della gentilità

Come un Dio, Adriano risorse dalle sabbie sotto forma di effige bronzea, a legittimare il suo dominio spirituale e temporale su quella terra così ferocemente castigata. La statua era, con grande probabilità, utilizzata per i rituali di venerazione del Genio dell’Imperatore, si trattava dunque di un’immagine sacra per il culto imperiale di Stato e probabilmente sistemata al centro del Castrum, nell’area dei Principia, ovvero gli edifici che formavano il nucleo operativo del fortilizio. Le date di consacrazione/creazione possono essere molteplici: o fra il 132 e il 133 p.e.v. per simboleggiare l’intervento personale del Principe, oppure a guerra conclusa e a riforma provinciale avvenuta. Secondo una serie di studiosi, la corazza potrebbe essere stata riutilizzata e dunque non forgiata per l’occasione, ciò permetterebbe una doppia interpretazione simbolica, tuttavia si può essere alquanto certi sulla forgiatura e posizione degli arti e del resto del corpo.

Circa cinquanta frammenti riassemblati: solo il volto è rimasto attraverso i secoli immobile, austero, vendicatore, trionfante. In una parola sola, Romano

L’Imperatore venne raffigurato come il supremo comandante militare, intento ad iniziare un discorso alle truppe – adlocutio – e come dominatore dei popoli, supponendo che sotto al suo piede si potesse trovare un prigioniero o un’allegoria di un popolo assoggettato: il riferimento va alla testa bronzea del giovane trovata poco distante dal busto. Le ipotesi sono comunque molteplici. Il modello del volto è tardo, identificato con quello molto in voga nelle provincie, detto “Rollockenfrisur” ove viene palesemente mostrata l’avanzata età dell’Imperatore, idealizzato giusto nella barba da filosofo e nei capelli alla moda ellenizzante, già apprezzata da Imperatori come Nerone ed Otone. Il volto è realistico per molti tratti: dagli occhi profondi, estremamente vivi, magneti di misticismo, all’italico e lungo naso, fino ai lobi delle orecchie, ove possiamo scorgere i “Segni di Frank”, i solchi che, secondo gli studi medici più recenti, indicano coronaropatie e malattie cardiovascolari, di cui Adriano fu poi vittima a sessantadue anni nel 138 p.e.v. dopo ventuno anni di regno – Cassio Dione ci parla di un arresto cardiaco – le linee guida stilistiche sono dunque alte, atemporali, legate ad una determinata idea di estetica del potere, ma i tratti fisiognomici rimangono veri, realistici. Appurata la fattura provinciale dell’artefatto, siamo comunque davanti ad un lavoro di altissima qualità, quindi la creazione della testa e degli arti in parte mancanti è da ricondurre ad una bottega altamente specializzata nella fusione, probabilmente da collocare in Grecia, Asia Minore o in Egitto. Vi è persino l’ipotesi che il calco, possa essere stato fatto a Roma, poi capillarmente distribuito nei centri nevralgici della divulgazione imperiale.

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La tecnica di modellazione “a cera persa”

L’artefatto ad oggi, rimane unico nel suo genere, lontanamente accostabile ai volti di Londra e di Parigi, già raccolti in occasione della mostra “Adriano: un Imperatore forgiato nel bronzo” attiva a Gerusalemme dal 23 dicembre 2015 fino al 30 giugno 2016. Passando all’analisi dei dettagli della corazza, sul retro di essa notiamo quattro grosse spirali arboree terminanti in una fantasia floreale, mentre da una prospettiva frontale iniziamo a cogliere maggiori dettagli. Il paludamentum stavolta è dispiegato a mo’ di scialle sopra gli spallacci: la strana posizione del mantello del comando e la mancanza di una fibula – non pervenutaci – ha indotto molti storici a pensare che possa invece trattarsi di un focale o sudarium, la tipica sciarpa di lino del legionario semplice, qui adagiata sulle larghe spalle dell’Imperatore anziché legata al collo e riposta sotto l’armatura: il Principe trita ossa e distruttore della Giudea ha stravinto.

Particolare delle spire vegetali sul dorso

Particolare delle spire vegetali sul dorso (Foto gentilmente concessa da Carole Raddato)

Prima ancora di alzare lo sguardo verso i bassorilievi sul petto, scorgiamo la cintura di stoffa tipica degli ufficiali, finemente decorata con orli frangiati ed ovviamente legata con il complesso nodo erculeo, seguendo la migliore tradizione militare ellenistica e romana. Arriviamo all’enigmatica scena simbolica: sei guerrieri in nudità eroica, armati con spade, scudi ed elmi di svariate fogge, si scontrano in coppie. Per identificare meglio il contesto mitologico, gli storici hanno per lungo tempo analizzato ogni minimo dettaglio delle decorazioni: senza alcun dubbio, per via della larghezza e della forma, abbiamo a che fare con una serie di elmi arcaici dotati di alte creste piumate che ricordano dei pennacchi, ma è la figura centrale, intenta a colpire un guerriero piegato verso terra, che ci rivela maggiori indizi. L’elmo dell’assalitore ha una forma che ricorda molto il berretto frigio, simbolo dell’identità sia orientale che troiana. Senza considerare le teorie della forgiatura preromana, la scena rappresenterebbe il figlio di Ilion Enea, sbarcato nel Lazio, alle prese con le schiere di Turno, Re dei Rutuli, qui negli attimi precedenti alla morte per mano del grande eroe e precursore della romanità.

La battaglia mitologica: l'assenza della gorgoneion apotropaica e talismanica, ha indotto molti storici a ipotizzare che il busto, sia in realtà appartenente ad un periodo post alessandrino e preromano. In qualità di trofeo di guerra, venne poi riutilizzato per efficaci scopi propagandistici

La battaglia mitologica: l’assenza della gorgoneion apotropaica e talismanica, ha indotto molti storici a ipotizzare che il busto, sia in realtà appartenente ad un periodo post alessandrino e preromano. In qualità
di trofeo di guerra, venne poi riutilizzato per efficaci scopi propagandistici (foto gentilmente concessa da Carole Raddato)

A livello propagandistico, Adriano ha voluto immedesimarsi nel semidio troiano, predestinato a fondare una civiltà di sofisticati conquistatori, contro l’aggressivo semidio italico Turno, qui storicamente assimilabile al ribelle Simon Bar Kokheba. Uno scontro di civiltà, destinato allora come oggi a concludersi con la vittoria di chi incarna l’universalità religiosa e politica della Pax Augustea. Può cagionare sorrisi il pensar che, dalla fine della terza guerra fino all’epoca contemporanea, ogni volta che si nomina Adriano, in fonti rabbiniche o comunque ebraiche, si accosta il ricordo ad una emblematica frase:

“Possano essere le sue ossa frantumate

Eppure, nonostante la piaga sionista, erede diretta delle guerre giudaiche, l’arrendevolezza divenuta necessaria dopo l’ennesima purga – evidenziata nel livore ancora vivo nella memoria – oggi Gerusalemme, le comunità ebraiche e la Palestina intera, sono fisiologicamente e naturalmente indotte a prostrarsi davanti alla altera possanza di un uomo divenuto Dio, così ben descritto nell’Historia Augusta:

Egli era, nella stessa persona, austero e geniale, dignitoso e scherzoso (…) crudele e clemente e sempre in tutto variabile

Se ancora oggi, il popolo tanto sottomesso e umiliato, torna a celebrare la memoria delle grandi gesta compiute da uno dei massimi esempi di buon governo imperiale e campione della nostra religione indigena e tradizionale, diventa chiara la di Lui vittoria sulle maledizioni e il tempo. Concediamoci qualche istante per contemplare una grande incarnazione di giustizia, equità, pietà – quella romana – e pluralità, come la Storia, per una delle poche volte, ci dona e tramanda.