L’anniversario, nella commemorazione e nella celebrazione di un personaggio o un accadimento, rappresenta puntualmente la fonte inchiostrata per una stilo di volontà. Solo pochi giorni addietro si festeggiavano i trent’anni dalla prima uscita de “L’alba dei morti viventi”. Fumetto innovativo, quanto singolare con protagonista l’ammaliante indagatore dell’incubo: Dylan Dog. Generato da un lampo di Tiziano Sclavi, il segno è comunque da ricondurre ad Angelo Stano. Nel 1985 viene chiamato dalla casa Bonelli per entrare nella squadra dell’ex agente di Scotland Yard.

L’importanza di tale ricorrenza figura un viaggio nel tempo per tornare, se possibile, ancora più indietro sui luoghi di una suggestione remota, quanto la fine dell’800. Il tratto inedito del fumettista Angelo Stano, brandisce vitalità dal tracciato di uno dei più poderosi artisti; austriaco nelle origini e mondiale nell’influenza: Egon Schiele. Vissuto solo pochi anni, a cavallo tra la fine dell’’800 e l’inizio del ‘900, lascia un estimabile patrimonio artistico che abbraccia trecentocinquanta dipinti e quasi tremila opere tra acquerelli e disegni. Sebbene l’inclinazione al disegno si manifesta già nei suoi primi anni di vita, l’offerta pressoché sacrificale nel nome dell’arte, si compie tra l’ala ispiratrice di Gustav Klimt e l’aderenza alla Neukunstgruppe. Schiele, che vive l’Espressionismo tedesco da austriaco, pertanto con un naturale ritardo, si rende esegeta del tramonto di fine secolo e delle macerie che tale accadimento porta con sé. Ed è proprio all’interno tra l’immutabilità di tali rovine e l’imminenza della modernità, che si incunea la sua singolare operazione sull’arte. Impresa meravigliosamente inquietante, dove l’artista è acuto latore di una consapevolezza sin troppo evidente; si vede fluire in tutta la sua angoscia davanti a un’urgenza del reale tenacemente immutabile.

Una resa incondizionata all’avvento di una modernità che ha il suo tramite silente dentro un quotidiano non più decifrabile. E quando la decriptazione si fa irraggiungibile, non resta che accomodarsi sul proprio dolore che è urto, pressione e necessità di esprimere. Il tratto di Schiele è asfitticamente deformato e steso tra due espressioni: il sesso e la morte. La sua malinconia è un sentimento disperato, una discesa sconfinata negli inferi e nelle viscere dell’essere umano. Voragini che nel corpo si fanno custodia delle infauste nevrosi mentali. La patologia è connaturata nelle presunte innovazioni che il ‘900 si appresta a portare. Mutamento, che in un sovraccarico di emotività, l’artista non riesce a sopportare. Dilaniato da un archetipico senso di colpa e dall’impossibilità di ripararlo, scisso da un declino incombente e prevaricatore, Schiele riversa sulla tela un patimento che scivola ineluttabilmente anche nello sguardo e nell’emozione di chi guarda. Opere che restano incollate addosso come il più angosciante dei noir.

Capitola definitivamente davanti agli ornamenti di Klimt per darsi nudo, non solo metaforicamente, a una creazione artistica, che divorando, conferisce eternità. Il suo lavoro figura per la maggior parte in ritratti e autoritratti, ma il disegno incide il vuoto che abita ogni opera. Un baratro fatale nel compito di restituire la sciagura dell’esistenza. Mediante volti, corpi deformati e un sesso al limite dell’ostentazione morbosa, l’artista sottolineando anche una certa magrezza, infine malata, si fa custode e assertore dell’angoscia del suo tempo. Il corpo e il volto sono il tragico spettacolo del male dell’anima, malessere edificato sulla malattia mentale. Viaggiano all’unisono nella disperazione e nell’incapacità di guarigione. Il tempo come ciclo storico ammala i più sensibili e lascia indifferenti tutti gli altri che non riescono a percepirsi.

Attraversare il dolore e desinare con lui sulla superficie di una tela, indugiare in uno schizzo e finire in un acquerello poiché il male risulta più onesto dell’illusione. Il primo taciuto compito dell’artista è quello di guardare il mondo da un’altra prospettiva; dall’alto di un eremo o dal basso di un abisso, da un altrove sempre e comunque. Ed è precisamente da quel punto di difficile collocazione che l’artista si fa voce, grido e faro per l’umanità dormiente.

Schiele, in un perpetuo frammentarsi, trascina per la prima volta nella pittura, l’asprezza della carne nel sesso. Come la modernità, i corpi sono malattie distruttive e dannazioni eterne. Non è pensabile uscire dalla carne poiché è castigo senza espiazione. I suoi dipinti, vengono ritenuti a tratti scandalosi, tanto da beccarsi una condanna per immoralità e corruzione di minorenne. Pena edificata sulla giovane età delle modelle che si succedono di volta in volta. Al cospetto dei corpi straziati di Schiele, risulta faticoso parlare di una vera e propria forma di erotismo. L’enfasi carnale si fa eros, solo nel morboso attorcigliarsi di due creature. L’erotismo è disincanto onirico quanto evocativo di una tragedia, quella del congiungimento che porta a un’inevitabile respingimento, finanche in un alone che si allunga fuori dall’opera pittorica. Anche nell’immagine carnale sopravvive un senso di isolamento che porta l’eros al thanatos.

“Tutto nella vita è morte”

Affermazione che nel tratto dell’artista di Tulln an der Donau è stile e identificazione, dentro un espressionismo macabro quanto la vita. L’immagine della donna occupa un posto di rilievo nell’arte del pittore; figura che non è comunque la Gradiva di Salvador Dalí, ma poco meno di un’antagonista di se stessa. I corpi in seni e monti di venere sono velati da un’amara malinconia; la femmina perde tutto il potere della provocazione erotica all’interno di una resa alla malattia che Schiele ravvisa nella modernità. Il suo patrimonio artistico, oltremodo ricco, resta un forziere solitario e innovativo che anche all’interno di un movimento si fa isola per prendere il largo   ed ergersi nell’Olimpo dell’irripetibilità. Peculiarità che anche nell’amore si fa repulsione: ma nulla è più affascinante dell’orrore.